Notizie Radicali
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  domenica 15 luglio 2007
 Direttore: Gualtiero Vecellio
Le tecniche della nonviolenza (13)

di Aldo Capitini

La noncollaborazione.

Nell’esame delle tecniche della nonviolenza non abbiamo finora fatto un posto adeguato e distinto alle tecniche che derivano dal principio della noncollaborazione. Il loro posto ci sembra che sia qui, nel passaggio dalle tecniche individuali a quelle collettive. Tuttavia anche se la noncollaborazione collettiva ha preso dimensioni imponenti ed ha un’articolazione complessa, non bisogna dimenticare che il punto di partenza è stato ed è concretamente individuale, ed ha inizi molto lontani. Per tenerci nel nostro ambito, quello della nonviolenza,, chiariremo che la noncollaborazione nonviolenta si realizza non semplicemente quando uno dice: “No, questa cosa non la faccio”; ma quando la noncollaborazione non esclude il mantenimento di un rapporto di amicizia, di amore, di vicinanza. L’idea si esprime anche con la famosa frase di “combattere il peccato, non il peccatore”. CioĂ© la noncollaborazione non è totale, non esclude il tu, l’altro, l’unitĂ  con tutti, il  tu-tutti; ma esclude semplicemente di dare il proprio aiuto all’attuazione di una cosa che non si accetta, fermo restando il rapporto di affetto con la persona che realizza la cosa inaccettabile. E la noncollaborazione così realizzata, viene ad essere una specie di sollecitazione all’altro, perchĂ© si accorga di ciò che sta facendo, e che noi consideriamo inaccettabile. In certo senso si può dire che è una noncollaborazione collaborante, in quanto – e talvolta a duro prezzo – dĂ  all’avversario un contributo che può avvertirlo e anche persuaderlo; e questa vicinanza all’altro compensa quella certa freddezza che potrebbe apparire nel rifiuto della collaborazione.

 

Questa è la ragione per cui tra le tecniche della noncollaborazione sta la pubblicitĂ  data al proprio rifiuto di collaborare, pubblicitĂ  in due sensi: l’uno verso la persona con cui si viene in contrasto per la collaborazione sottratta; l’altro verso l’opinione pubblica, perchĂ© tutti lo sappiano. Si è giĂ  visto che chi usa tecniche della nonviolenza deve essere attivissimo e unito con gli altri, anche se con ciò non si vuole togliere nulla al valore della nonviolenza nel suo lato intimo e silenzioso, di assoluta buona qualitĂ . L’iniziativa di informare l’avversario può essere l’estremo tentativo di persuasione della bontĂ  della propria causa, e nello stesso tempo l’annuncio del proprio dissenso e dell’azione conseguente. L’iniziativa di informare gli altri è anche un riconoscimento del valore che viene attribuito al diritto democratico delle libertĂ  di comunicazione, di informare e di associazione. La noncollaborazione può effettuarsi nei riguardi di altre persone o nei riguardi di un’autoritĂ , di un’istituzione, di una legge, nel qual caso viene ad essere disobbedienza civile.

 

Casi innumerevoli e continui, ad ogni livello, esistono di noncollaborazione nella quale viene portato uno spirito nonviolento nel modo negativo: nella rinuncia di associare la noncollaborazione a modi violenti, e nel modo positivo: nella disposizione di amicizia verso la persona di cui siamo avversari; ci sentiamo uniti, malgrado il contrasto per il fatto particolare, perchĂ© nella persona c’è altro, una capacitĂ  di sviluppo, di superare il male stesso che sta facendo, e in ogni modo, qualsiasi cosa faccia, essa è sempre un essere della realtĂ  di tutti. Nel suo profondo la nonviolenza si rifiuta di chiudere una persona nel suo agire attuale, come una cappa che lo immobilizzi in eterno. E l’unitĂ  con tutti vale infinitamente, e perciò è da tener presente alla considerazione di ogni agire particolare.

 

Non collaborare bisogna, perchĂ© è scelta doverosa, è miglioramento e correzione della realtĂ , è cimento della nostra energia e della nostra formazione, è contributo che si dĂ  alla vita di tutti. Il conformismo, l’omertĂ , la fuga dall’impegnarsi giustamente, l’adulazione, la leggerezza dello sperimentare tutto a danno di altri, il non scrutare instancabilmente nelle situazioni per percepire dove esiste un male per l’esistenza, la libertĂ , lo sviluppo degli individui, sono viltĂ  gravi. L’amico della nonviolenza sta attento anche a percepire dove esiste una violenza cristallizzata da anni e da secoli, che non pare violenza, ma lo è stata e si è via via consolidata. Dice Martin Luther King: “La piĂą grande tragedia di questo periodo di trasformazione sociale non è nei clamori chiassosi dei cattivi, ma nel silenzio spaventoso delle persone oneste”.

 

Anche nei decenni recenti forme di noncollaborazione, e spesso con aspetti tragici, si sono attuate, con uno spirito di civismo spesso, cioè proprio per un rapporto vivo con i propri cittadini, e talvolta anche con uno spirito di nonviolenza, cioè di unitĂ  profonda con gli stessi avversari. Nell’opposizione al fascismo vi fu chi visse la tensione di attuare la noncollaborazione, rifiutando l’iscrizione al partito fascista, che fu da un certo anno la condizione per avere impieghi pubblici, non associandosi a quelle forme di educazione dei giovanissimi, e infine sottraendosi del tutto ai comandi del governo fascista, perchĂ© si può non collaborare con una legge particolare, e si può rifiutare interamente l’autoritĂ  di un governo.

 

Antigone nella Tebe antica attuò la disobbedienza verso una sola legge, quella che proibiva di seppellire, o anche di coprire con un pò di terra, il cadavere di uno dei suoi fratelli, Polinice, quello che era venuto con un esercito contro la propria cittĂ  ed era stato ucciso. Nella tragedia di Sofocle Antigone difende il suo atto richiamandosi, contro la legge di Creonte, alle leggi “non scritte”, ma che sono immutabili (1): “Così per me che mi capiti questa sorte, non è per nulla un dolore; ma se sopportassi che il figlio di mia madre restasse un cadavere insepolto, di questo mi dorrei”. E mentre Creonte dice che l’uomo che fa il bene non deve avere la stessa sorte del criminale, e che un nemico non gli sarĂ  caro nemmeno dopo la sua morte, Antigone replica: “L’Ade vuole per tutti leggi eguali; chi sa se le leggi che dividono gli uomini che fanno il bene degli uomini criminali sono sante presso i mortiti? Io non sono nata per condividere l’odio, ma per condividere l’amore”. Come prova dell’importanza della noncollaborazione, sappiamo che esiste il rimorso della collaborazione data. E’ noto quale tormento sia entrato nella coscienza di Claude Eatherly, uno dei superpiloti che bombardarono Hiroshima: egli non ha pace, fa anche stranezze. Il filosofo Gunther Anders gli ha indirizzato una lettera, che tra l’altro dice (2):

 

Per noi il fatto che lei non riesce a “venire a capo” dell’accaduto, è consolante. E questo perchĂ© ci mostra che lei cerca di far fronte, a posteriori, all’effetto (che allora non poteva concepire) della sua azione; e perchĂ© questo tentativo, anche se dovesse fallire, prova che lei ha potuto tener viva la sua coscienza, anche dopo essere stato inserito come una rotella in un meccanismo tecnico e adoperato in esso con successo. E serbando viva la sua coscienza ha mostrato che questo è possibile, e che dev’essere possibile anche per noi.

 

Un esempio della grande ripercussione che può avere un atto di noncollaborazione, compiuto anche da una sola persona, ce lo offre il racconto che lo stesso filosofo Anders fa di un insegnante elementare americano, James Council. Nelle scuole dello Stato di New York si svolgono esercitazioni antiatomiche, come addestrare i fanciulli a tenere le mani sopra la testa per proteggersi dalla nube radioattiva e dai calcinacci, addestrarli a rifugiarsi rapidamente nelle cantine o nelle soffitte degli edifici scolastici. Quando Council ricevette l’ordine di queste esercitazioni, rifiutò di prendervi parte. Disse che quegli esercizi non avevano altro scopo che di abituare i ragazzi all’ “inevitabilitĂ  della guerra atomica”, alla “probabilitĂ  di un attacco improvviso”, al “carattere diabolico del nemico”, le frasi fatte di certa propaganda bellicistica. E che i rifugi non sarebbero stati in grado di proteggere nessuno. La sua coscienza gli impediva di collaborare a una cosa falsa e tendenziosa. Le autoritĂ  scolastiche, sorprese e indignate, lo licenziarono. Un altro insegnante dichiarò che non avrebbe partecipato alle esercitazioni. Si ebbe una reazione a catena. Associazioni di genitori, insegnanti e allievi, invitarono i due insegnanti a parlare davanti a loro. Altri gruppi offrirono il loro appoggio. Il caso ha raggiunto la Corte Suprema dello Stato di New York. C’è stato un grande dibattito tra giudici e avvocati. Se la Corte Suprema è potuta diventare una tribuna dove la realtĂ  dell’era atomica e l’assurditĂ  della campagna per i rifugi sono state esposte e discusse apertamente, il merito va a quell’insegnante che ha compiuto il primo passo. Anche se la battaglia non è ancora vinta, è stato conquistato un terreno di lotta. L’associazione dei genitori di Nuova York, che rappresenta 300.000 persone, ha deciso di chiedere una discussione pubblica sul problema, che li interessa profondamente (3).

 

1) Sofocle, Antigone, vv. 465-468 e 552-523.

2) G.Anders, in “Quaderni Piacentini”, n.16.

3) G. Anders, in “Quaderni Piacentini”, n.16.

 

13) Segue.  

 

 

  

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