Notizie Radicali
  il giornale telematico di Radicali Italiani
  martedì 18 marzo 2014
 Direttore: Gualtiero Vecellio
Trieste vs Udine: aspettando un altro terremoto

di Walter Mendizza

Sabato 29 novembre sono stato presente al trentennale del festeggiamento del Corso di Laurea in Scienze Statistiche ed Attuariali della Facoltà di Economia e Commercio di Trieste. Io mi laureai in Economia lo stesso anno che venne istituito quel Corso di Laurea. Era il 1978. Poi ho lavorato per 25 anni in diverse compagnie di assicurazioni e perciò in un modo o nell’altro di quell’ambiente conosco tutti: docenti pensionati, pensionandi, docenti nuovi e discenti di allora, oggi dirigenti. Era un’occasione per rivedere a distanza di 30 anni quello sparuto gruppo di studenti che divennero i primi laureati attuari di Trieste e per ricordarmi che io stesso vissi da studente, ancorché di Economia, la creazione di quella Facoltà. Fu grazie alla testardaggine del potente Istituto di Matematica Finanziaria che voleva addirittura una Facoltà in Scienze statistiche e attuariali, che poi si riuscì ad ottenere almeno il Corso di Laurea. Oltre alle conoscenze tecniche che si erano create localmente, c’erano anche importanti appigli politici. Il prof. de Ferra dell’Istituto di Matematica Finanziaria era anche consigliere regionale e appoggiò la richiesta portata avanti dall’allora Presidente della Regione, il democristiano Antonio Comelli.

Tuttavia come molte volte accade nella vita, fu soprattutto una circostanza piuttosto “casuale” quella che poi fa nascere veramente il Corso di Laurea; una circostanza fortuita che venne servita su un piatto d’argento proprio a coloro che poi del caso ne avrebbero fatto una scienza. Mi riferisco al terremoto del 6 maggio 1976. Questo terremoto martoriò una terra povera ma di grandi lavoratori e fece vedere di che pasta erano fatti questi friulani che ricostruirono bene e velocemente tutti gli edifici terremotati, e lo fecero senza sprechi e con una gestione impeccabile dei soldi. In queste circostanze favorevoli, l’università fu tra le prime cose rivendicate dai friulani. Se la erano meritata e la nuova Regione a Statuto Speciale FVG non voleva negargliela.

Furono grandi personaggi di calibro come Luciano Daboni e Claudio de Ferra che vollero la Facoltà a tutti i costi e non avevano niente in contrario che si facesse un’università a Udine. Erano nondimeno eredi di quel genio matematico (peraltro anche iscritto ai Radicali) che fu il prof. Bruno De Finetti, l’inventore della probabilità come nozione soggettiva che riformulò la moderna statistica inferenziale neo-bayesiana. Cionondimeno a Trieste non tutti erano favorevoli a che si facesse l’università di Udine. Così, quando da Roma venne l’ok per Udine, Trieste vide la sua richiesta di Facoltà declassata a Corso di Laurea. Questa parziale sconfitta fu dovuta soprattutto ai molti che remarono contro e, purché non si facesse nulla a Udine, erano disposti a screditare l’importanza di una Facoltà che oggettivamente era uno sbocco naturale per la nostra città giacché Trieste respira da sempre assicurazioni da tutti i pori. In seguito, le varie riforme universitarie ed il depauperamento della domanda verso le materie scientifiche, hanno fatto accelerare un processo d’implosione. Tutti sappiamo cosa fa un medico, un ingegnere, un architetto ma pochissimi in Italia sanno cosa fa un attuario. Si ricorda spesso come battuta quella di una nonna orgogliosa che la sua nipotina si laureasse in scienze “estetiste e acquariali” invece che “statistiche ed attuariali”. 

Per capire meglio l’importanza di questo Corso di Laurea, bisogna ricordare che Trieste fu porto dell’Impero Austroungarico e l’Ottocento, gli anni del massimo splendore della città, vide la nascita di centinaia di piccole compagnie locali che assicuravano le navi che salpavano da qui. Era una città mitteleuropea con una forte borghesia e fu naturale che un ambiente così producesse una discreta quantità di studiosi soprattutto di teoria del rischio. Alcuni di essi assolutamente sconosciuti ma da meritarsi la costituzione di un Comitato come quello in onore di Vincenzo Bronzin, pioniere della finanza quantitativa. Insomma, un humus culturale straordinario che con de Finetti ebbe momenti di assoluta eccellenza sia nel firmamento scientifico della matematica applicata, sia come dirigente del Centro di Calcolo delle stesse Generali. Purtroppo tutto questo splendore si sarebbe andato perdendo a poco a poco lungo tutto il XX secolo per l’azione costante della mediocrità politica: le classi dirigenti emergenti cresciute nella cultura clientelare spogliarono a poco a poco la città di questo suo naturale know-how scientifico e della sua correlata applicazione pratica, quella della dirigenza delle compagnie della città o delle sue controllate in Italia e all’estero.

Dalla capacità di saper coniugare conoscenze attuariali con capitali finanziari nacquero a Trieste i due grandi colossi assicurativi italiani: Generali e Ras. Purtroppo la Ras, eterna seconda rispetto alle Generali, aveva subito anche ingenti perdite nel portafoglio dell’Est Europeo durante la guerra ed il timore che Trieste potesse finire sotto l’orbita yugoslava hanno avuto per questa compagnia riflessi di cui si vedono tuttora le conseguenze. La paura di perdere ulteriore portafoglio fece che questo venisse spostato a Milano che divenne poi il vero centro operativo e direzionale della compagnia. A Trieste venne data una Direzione residuale che si occupava della gestione del portafoglio straniero sparso nei 5 continenti. Ma tale portafoglio negli anni ‘80 si era reso autonomo e così l’importanza della Direzione per l’Estero di Trieste crollò verticalmente. Prima la Gestione dei Portafogli e poi l’Attuariato per l’estero vennero chiusi e restò solo la gestione della coda riassicurativa. Nel 1989 vennero i tedeschi dell’Allianz (che poi comprarono pure il Lloyd Adriatico, altra Compagnia di Trieste) ed in questi giorni, quasi vent’anni dopo, la fusione tra Ras e Lloyd per confluire nell’Allianz, gli ultimi impiegati rimasti della vecchia e gloriosa Ras, stanno abbandonando l’antico e monumentale palazzo di Piazza della Repubblica, là dov’era nata 180 e passa anni fa. Un’altra conseguenza tipica di una città definita la Bella Addormentata dell’Adriatico. Infine, un’altra fusione per incorporazione e quindi un’altra compagnia che sparirà, la sta vivendo in questi giorni la Sasa, l’ultima compagnia triestina rimasta (oltre le sempiterne Generali naturalmente). Sasa nasceva nel 1923 soltanto nel ramo Trasporti e appena nel 1989 passò a tutti gli altri rami Danni. Nel 1995 ci fu la creazione di Sasa Vita, la compagnia vita autonoma di Sasa. Nel 2001 poi, entrambe le compagnie per motivi più politici che di mercato, furono “regalate” alla SAI di Ligresti, che per acquisirle chiese all’azionista di riferimento, la Cofiri, di aggiungere alle riserve del Ramo Auto qualche decina di miliardi di lire. Adesso, Sasa e Sasa Vita confluiranno nella Milano Assicurazioni il 30 dicembre di quest’anno. La confluenza si farà un giorno prima della fine dell’anno affinché i differenti bilanci, andando a finire in una assicurazione con bilancio unico tra i rami Vita e Danni, possano anch’essi unificarsi.

E’ chiaro che in questi trent’anni dal nuovo Corso di Laurea, quella Tavola Rotonda poteva essere l’occasione per incominciare a porsi qualche domanda. Però in tutte le grandi occasioni formali, nessuno vuole veramente affrontare i problemi. Non ovviamente il Magnifico Rettore Francesco Peroni, né il Preside della Facoltà di Economia, Giovanni Panjek e neppure tutti gli altri che si sono succeduti. La prima cosa da chiedersi è dove si stia andando. A cosa servono nuovi attuari se il processo di concentrazione delle compagnie continua e le classi dirigenziali sono ancora sovrabbondanti nel nostro Paese. A cosa servono questi laureati se poi nel momento della compravendita pesano di più i fattori politici rispetto a quelli tecnici e si vendono le compagnie a tanto al chilo o magari vengono “regalate” come nel caso della Sasa. D’altra parte, i primi laureati del nuovo Corso di Laurea avevano trovato collocazione subito e sono diventati alti dirigenti. Ma questo succedeva un quarto di secolo fa. Gli ultimi fanno già un po’ più di fatica a collocarsi subito bene e molti devono fare una gavetta di imputazione dati indegna per un laureato ai livelli di eccellenza che l’Università vorrebbe continuare a mantenere. Da qui anche le difficoltà di trovare una clientela di studenti capaci di capire l’offerta didattica meno accattivante rispetto ad esempio ad una laurea in Scienze delle comunicazioni. Naturalmente nessuno voleva porsi il problema di nuovi laureati per andare poi dove? In quali compagnie? A Trieste ormai le compagnie si sono ridotte alle sole Generali. Ras e Lloyd Adriatico sono ora Allianz e presto Sasa diventerà, come abbiamo detto, Milano Assicurazione.

Insomma, l’anamnesi che ne viene fuori è sconcertante: da un lato l’università di Trieste sa di avere un Corso di Laurea di alta qualità, di elevato valore e forse ancora spendibile sul mercato; però si tratta di una laurea di èlite che ha pochissimi iscritti e rischia che qualche leggina possa darle un colpo di mannaia. Sarebbe davvero un peccato che questo Corso di Laurea nato dalla crème de la crème della matematica applicata possa nel futuro venir a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e magari messo in un calderone assieme a tutti quei corsi fantasmi nati dal nulla, senza contenuti, e poi nella scure del tanto al chilo possa trovarsi tra quelli da sopprimere. Dall’altra parte, bisognerebbe che si facesse un Consorzio per dare borse di studio a studenti meritevoli. Un consorzio privato che, come sempre, avrà un unico patrocinatore possibile e cioè le Generali, e dall’altra parte sarebbe indispensabile riuscire ad allargare la collaborazione tra le università di Trieste e di Udine. Si risolverebbero molti problemi, si aumenterebbe la base studentesca e potrebbero esserci anche scambi di docenza per ammortizzare i costi. Semplice ed efficace. E’ arrivato il momento di gettare via i nostri campanilismi e le nostre idiosincrasie, non si può aspettare che ogni volta ci sia un terremoto che venga a sollevarci.