Contro il razzismo in Africa e in America
Una nuova resistenza nonviolenta è cominciata nel Sud Africa nel 1952 contro la legislazione separatistica delle razze, detta apartheid. Molti diritti sono assicurati soltanto ai bianchi che formano il venti per cento della popolazione. Matrimoni proibiti tra europei e non europei, alcune occupazioni inaccessibili alle genti di colore, discriminazione nelle ferrovie. Il capo degli Zulù è Alberto Luthuli, premio Nobel per la pace nel 1960. Di recente è stato fatto un bilancio (1) di questa, che è una delle lotte più dure impostate col metodo nonviolento. Si è riconosciuto che la violenza non avrebbe dato la sicurezza di un successo immediato, anzi avrebbe scatenato repressioni più spietate, e anche alienata la simpatia dell’opinione pubblica mondiale. Ma gravi insufficienze si sono verificate dalla parte del fronte nonviolento, che se fosse compatto e costante, pronto a pagare qualsiasi prezzo, farebbe cadere il governo. E l’azione non è stata interrotta, non la si è fatta comprendere a tutte le genti di colore, spiegata bene ai bianchi per avere l’appoggio di una parte di loro. L’esperienza mostra che è necessario portare avanti in tutto il mondo la ricerca teorica mediante pubblicazioni e convegni, divulgando anche la conoscenza delle tecniche, addestrando gruppi di azione diretta nonviolenta e consolidando l’Internazionale nonviolenta che possa aiutare prontamente là dove si lotta con il metodo nonviolento, e anche suscitare campagne di pressione sui governi che aiutano l’uso della violenza nel caso del Sud Africa i governi che vendono armi al gruppo là dominante.
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Martin Luther King
La lotta nonviolenta dei negri negli Stati Uniti presenta qualche analogia con quelle gandhiane perché si tratta di gente di colore in una situazione di inferiorità sociale e giuridica, perché il proposito della maggioranza è di usare il metodo nonviolento e nell’animo dei dirigenti c’è uno spirito religioso cristiano-gandhiano. La differenza fondamentale è che negli Stati Uniti non si chiede che il governo se ne vada, ma che faccia applicare in tutti gli Stati della Confederazione statunitense la comune Costituzione. Difatti, pur attraversando dure lotte e truci delitti da una parte e purissimi eroismi dall’altra, la causa dei negri ha fatto passi decisivi, perché la campagna è stata condotta molto bene, e si è incentrata con la forza morale e politica del presidente Kennedy.
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Il capo della campagna è Martin Luther King junior, nato nel 1929, pastore nella chiesa battista nella Dexter Avenue di Montgomery, nell’Alabama. E’ sposato ed ha quattro figli. La campagna ha come scopo la parità giuridica, cioè l’uso eguale alle altre razze, dei mezzi pubblici di comunicazione, dei ristoranti, dei negozi, dei luoghi pubblici in generale, e l’esercizio del loro diritto di voto. Sembrano cose ovvie, diritti che pare assurdo contrastare, eppure sono avvenuti delitti efferati per impedire ai negri di ottenere l’integrazione con gli altri cittadini (2). Martin Luther King ha scritto (3):
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“Credo che sia facile per quelli che non hanno mai sentito le frecce dolorose della segregazione di dire “Aspetta”. Ma quando avete visto delle folle maligne linciare le vostre madri e i vostri padri a volontà , e affogare le vostre sorelle e i vostri fratelli per divertimento; quando avete visto poliziotti pieni di rabbia maledire, picchiare, brutalizzare e perfino uccidere i vostri fratelli neri con impunità ; quando vedete la gran maggioranza dei vostri venti milioni di fratelli negri asfissiati in gabbie di miseria senz’aria, in mezzo ad una società benestante, quando ad un tratto vi sentite la lingua impedita e non potere parlare senza balbettare cercando di spiegare alla vostra figlia di sei anni perché non può andare al parco pubblico di divertimenti che la televisione ha proprio allora annunziato, e vedrete le lacrime dei suoi occhi quando le dite che la Città dei Divertimenti è chiusa per i bambini di colore, e vedete le deprimenti nubi di inferiorità formarsi nel suo piccolo cielo mentale e vedete che la sua piccola personalità comincia a distorcersi, sviluppando inconsciamente la amarezza verso i bianchi; quando dovrete trovare una risposta alla domanda del vostro figlio di cinque anni: “Babbo, perché i bianchi trattano la gente di colore così ignobilmente?”; se fate una gira attraverso il paese e dovete dormire ogni notte negli angoli scomodi della vostra macchina, perché nessun motel vi accetta; se venite umiliati ogni giorno da cartelli offensivi verso i “bianchi” e “negri”; se il vostro nome di battesimo diventa “nigger” e quello secondo “boy” (per quanti anni che abbiate) e il vostro cognome diventa “John” e se né a vostra moglie, né a vostra madre viene mai dato il titolo rispettato di “signora”; quando siete tormentati di giorno e spaventati di notte per il fatto di essere un negro, vivendo costantemente in punta dei piedi, mai sapendo che cosa succederà ora, tormentato dai timori interni e da risentimenti esterni; quando dovrete combattere eternamente un senso degenerane di non “essere nessuno”: allora comprenderete perché troviamo difficile aspettare. Viene un momento quando la coppa della sopportazione trabocca, e quando gli uomini non vogliono più essere tuffati in un abisso di ingiustizia, dove essi provano l’oscurità della disperazione corrodente”.
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1) “Azione Nonviolenta”, luglio-settembre 1964.
2) Giuliano Pontata, in “Azione Nonviolenta” febbraio 1964.
3) In “Azione Nonviolenta”, novembre 1964.
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