LAWRENCE D’ARABIA
Di Leonardo Sciascia
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Leonardo Sciascia pubblicò l’articolo che segue sulla rivista “Galleria” del novembre 1952 (n.2). Articolo “letterario”, se si vuole; ma non solo, e a saper leggere in filigrana non sarà difficile cogliere un’indubbia attualità e aderenza alle cose dell’oggi e, probabilmente, del domani. Su “Notizie Radicali” di ieri abbiamo pubblicato la prima parte; oggi la seconda.
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Era uno spirito tormentato ascensionale gotico: sentiva greve il peso del corpo, inceppata l’anima. E si cinse dell’azione come di un cilizio. Forse il deserto lo chiamava come una Tebaide (“L’astrazione del paesaggio desertico mi purificò, e mi vuotò la mente con la sua superflua grandezza: una grandezza ottenuta non aggiungendo il pensiero al deserto ma eliminandolo”): e scelse invece di percorrerlo come una scacchiera di guerra. Non rispettò se stesso; lasciò che le cose accadessero senza ordine, ripugnando e accettando al tempo stesso (“Vedevo innanzi a me una prospettiva di responsabilità e di comando, che ripugnava alla mia natura tormentata dalla riflessione”). E fu nell’istesso tempo un santo un ribelle un attore. Fu soprattutto un uomo che aveva bisogno di Dio: di un terribile Dio.
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A trent’anni, la sua avventura è conclusa e nessun’altra scelta gli è possibile. Un artista disseccato, impotente, per sempre legato ad un’opera fallita. Non soltanto politicamente fallita (politicamente, si deve anzi dire che se Lawrence mangiò l’uva acerba del disinganno, gli inglesi hanno oggi lo stridor di denti dei vari nazionalismi arabi), fallita per i tradimenti e le incapacità che sempre accompagnano il sorgere di ogni politica costruzione; ma fallita nell’anima, nello spirito che cercò di specchiarsi e conoscersi in quell’azione.
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C’è qualcosa in questo suo libro, un centro oscuro, sotterraneo, che ci sfugge. E, sotto questo aspetto, un libro tetro: per l’ansia che si stabilisce nel lettore di squarciare la grande mistificazione di cui si vela: di giungere, nella catena della causalità , all’“anello che non tiene”. Sentiamo ad ogni istante che il pirandelliano conflitto tra la creatura e il personaggio (nel progredire dei fatti, il “qualcuno”), tra l’aspirazione “all’intatta e appagata musica dell’uomo solo” e “la proterva voglia di individuarsi personaggio” (Debenedetti), non è chiave sufficiente per intendere il dramma di Lawrence. La sua impresa d’Arabia, e poi il suo raccontarla, e come “un parlar d’altro”, un distrarsi – e un distarci – da un centro di dolore, da una nascosta incrinatura che può aprirsi ad una puntualizzazione di cronaca come rimanere chiusa nel mistero stesso della carne e della nascita. Un grido contro l’esistenza si raggela dentro la sua azione tesa fino al limite supremo; una pura protesta metafisica dentro il torbido agitarsi e schiumare della storia. Dentro tante pagine, dentro un così fitto e stupendo narrare si intravede una sommersa immagine di silenzio, il baluginare di un chiuso volto meduseo. A volte sembra stia per cedere, per abbandonarsi; quel formidabile impasto di autentica sofferenza e di sublime istrioneria sembra screziarsi di sentimenti più umili e certi.
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“Restai a giacere senza far nulla, accogliendo nel mio spirito la sensazione di tranquillità , e il verde e la presenza d’acqua che rendevano questo giardino bellissimo e irreale, come un’immagine sempre conosciuta. O forse questo mi accadeva soltanto perché molto tempo innanzi, in primavera, avevo visto crescere in qualche luogo dell’erba verde?”.
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In quale primavera e in quale luogo ha visto crescere l’erba verde? Quale vicenda del cuore si specchia in quella primavera lontana? Ma è l’abbandono di un momento, il silenzio lo riprende. Quando, in tante altre pagine, scrive di sé, non è più la stessa cosa: si scava dentro senza pietà , confessa la sua finzione e il suo orgoglio. Ma qualcosa di disumano è in questo frugarsi dentro e confessarsi. Né si può dire, come afferma Guglielmo Alberti (1), che ad allontanarci da tali momenti siano i segni, apparentemente dominanti dell’estetismo. La materia è più umanamente scottante: e il distacco si genera come da un senso di labirintico movimento. C’è nella vita di Lawrence e non soltanto dopo la sua delusa partenza da Damasco, ma anche nei suoi anni da guerrigliero e forse anche in quelli più remoti del collegio e dei viaggi, una sorta di algolagnia, una sete di sacrificio che brancola senza poter legarsi al punto vivo di una fede.
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“Sobbarcarsi alla semplicità altrui crea una sensazione di grandezza. Non c’è nulla di più alto di una croce per contemplare il mondo dall’alto in basso…Mi sembrava che la degradazione offrisse una forma di certezza, una sicurezza suprema”.
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Ma coloro che “al crocefisso supplicarono, empi, d’essere abietti” come un po’ grossolanamente scrisse il Carducci, si “degradavano” appunto, ai piedi del figlio di Dio crocefisso. Lawrence si degrada ai piedi della propria croce, del proprio orgoglio. E’ un’allucinazione, un’isteria: e la certezza che riteneva gli si offrisse era come uno di quegli inganni che il deserto gli creava quando più i suoi occhi ardevano e la sete torturava.
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Questo fondo tetro, questa profonda vena di dolore, di isteria e, magari, di paura, corre sotto una certa prosa luminosa, incantevole: nel letterario senso che noi diamo a questa parola, “magica”. E come un erompere di pura energia, di una felicità senza nome. Quella sorta di catarsi che s’accompagna all’atto di far poesia, qui redime un greve incarico esistenziale, quel senso di impurità originaria, di peccato atrocemente impresso nella carne e nella mente dell’uomo. La purezza di rappresentazione che è nei “Sette pilastri” è di una qualità così tersa e miracolosa da farci pensare a Stevenson; e con certe aperture di drammatica coralità , di coralità che vorremmo dire geografica, quale troviamo nelle più grandi cose di Conrad. “Ma più che nella immediata sostanza della res gestae” – scrive Emilio Cecchi (2) “il fascino dei “Sette pilastri” sta nell’inesprimibile accento d’una allegrezza e d’una energia come staccate da ogni cosa. D’una simile condizione del sentimento, e della prosa che l’esprime, un Nietzche sarebbe andato pazzo. Il racconto sembra vibrare ancora dell’entusiasmo e dell’impeto dell’azione: quei risvegli, quelle cavalcate attraverso al deserto, quei bivacchi, quegli agguati; ma al medesimo tempo, è come sottilmente imbevuto d’un terreno gelido senso si sovrannaturale disinganno. Dell’altro inganno, più contingente, non è esplicita parola, fuorché nelle ultimissime pagine; e si può credere, senza meschina amarezza e rancura. L’eroe, ch’è proprio il caso di chiamarlo così, è impegnato all’istesso tempo sospeso nell’azione: la viva e all’istesso tempo lo scorge e quasi direi la rifiuta, come da un’infinita lontananza: simile al guerriero del Bhagavadgita nell’aprirsi della battaglia. Se il tragico sentimento del sublime alitò mai in qualche libro contemporaneo, i “Sette pilastri” sono uno dei pochi”.  Â
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1) G.A., “Un eroe del nostro tempo”, Vladimiro Peniakoff, “Il mondo” 20 settembre 1952: “…l’estetismo cui, di fatto, si riduce il motivo dominante della vita di Lawrence che alla fin fine in Arabia, sollecitato dal travestimento esoico, che altro aveva cercato se non un impossibile rinnovamento da ultracivilizzato decadente, se non dissimile da quello cercato da Byron in Grecia e, stareiu a dire, da un D’Annunzio a Fiume”.
2) “L’Europeo”, 8 gennaio 1950.
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2) Segue           Â
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