Sarah Zuhra Lukanic è una scrittrice nata in Croazia, vive a Roma dal 1987. Bisogna, scrive, vivere con i Rom, per capire che con una gamba solo a un funerale, e con l’altra a un matrimonio.
“Non c’è festa più festa per un matrimonio di quella per i matrimoni dei rom!”, diceva mia nonna. Anche le più accanite “gambe di legno”, s’improvvisavano ballerini in quei giorni. Sì, perché la festa dura anche una settimana. Il matrimonio della sorella di Susana, nel cosiddetto campo nomadi di villa Gordiani a Roma, è durato solo due giorni ma lo ricorderò per sempre. Erano gli anni Novanta, e nessuno ancora faceva caso al fatto che un paese democratico cometa Slovenia avesse cancellato con un clic i cittadini indesiderati dai registri dell’anagrafe. Oggi si parla di circa 27mila izbrisani (cancellati), ma la cifra reale potrebbe essere 80mila. Migliaia erano rom. Se i mezzi d’informazione avessero seguito più attentamente questa storia – come fanno oggi giustamente con le politiche del governo francese – le cose sarebbero diverse. Anche lo sgombero di migliaia di rom dal centro di Sarajevo, dove vivevano da secoli, è passato quasi inosservato.
Nell’ex Jugoslavia, un territorio inesplorato e ancora kafkiano, si giocava a calcio per dimenticare. E per cercare una forma di normalità e un po’ di sana competizione. Un cugino di Susana, Misel, è stato preso a nove anni da una grande società calcistica. Una bella ricompensa ai genitori, e poi partenza per Bologna. Ma un anno dopo, chi rivedo in un bar di piazza Navona? “Mikicu, come mai qui?”.
“Mi mancava Roma e il mio campo”.
Bisogna vivere con loro per capire, o non capire mai, che con una gamba sono a un funerale, e con l’altra a un matrimonio