Gene Sharp è un sociologo americano, ha lavorato per anni al Center for International Affaire dell’università di Harvard, interessandosi in particolare alle questioni della difesa civile e delle tecniche di lotta nonviolenta. E’ conosciuto soprattutto per la sua opera principale, “Politics of Nonviolent Action”. Tra gli altri suoi libri: “Social Power and Political Freedom”; “Gandhi as a Politica Stategist”; “Civilian Stuggles: Case Histories of Nonviolent Action and Popular Resistence Campaigns”, “Post Military Defence”.
Le questioni trattate da Sharp nel saggio che segue riguardano il problema della guerra, un’analisi nonviolenta delle fonti del potere politico, le caratteristiche e le conseguenze di una difesa su basi civili, il trasnsarmo, cioè il problema della transizione alla difesa civile.
Contro la guerra sono possibili delle risposte più creative
La distruttività della guerra moderna è ampiamente riconosciuta. Eppure, la maggior parte dei governi, sostenute dalle rispettive popolazioni, continua ad ammassare i più grandi spiegamenti di ordigni militari e di forze di cui è capace. E’ chiaro ormai che nessuna delle passate proposte dei movimenti nati per abolire la guerra e per portare al mondo un’era di pace ha ottenuto quanto voleva. E addirittura, per molti versi, il raggiungimento di tali obiettivi sembra ora meno probabile di quanto non fosse pochi decenni orsono.
Naturalmente non è questo l’unico problema politico per il quale non si è riusciti a trovare una soluzione. Tra i tanti possiamo annoverare le dittature, i genocidi, i sistemi di oppressione sociale e l’impotenza a cui molti sono condannati. Tutte queste problematiche devono essere prese in considerazione se si vuole cercare una soluzione al problema della guerra.
La maggior parte della gente risponde alla continuazione delle guerre e alla loro preparazione con un senso di rassegnazione, di sfiducia e di impotenza. “La guerra è inevitabile”, si pensa e la colpa viene scaricata sulla “natura umana”, o sulle molto più comode “forze del male”. Altri persistono fiduciosamente nel percorrere la via dei sogni sempre più arrugginiti senza rimettere in discussione il fatto di essere o meno sulla strada giusta. Altri ancora cercano di avvicinarsi al loro fine troppo in fretta, sperando che esistano delle scorciatoie, oppure si danno ad azioni disperate, senza verificare se i loro sforzi possano arrivare allo scopo, o addirittura senza nemmeno la sicurezza di non peggiorare la situazione.
Tutto questo non basta. Sono possibili delle risposte più creative. Sta a noi in questo momento svilupparle. Con delle basi solide e uno sviluppo ed un’applicazione realistici, tali risposte possono ricreare una speranza.
Per avere basi solide queste nuove risposte al problema della guerra dovranno prendere in considerazione alcune dure realtà che la maggior parte dei pacifisti spesso evitano di affrontare. Tra queste possiamo contare:
1) qualche genere di conflitto esisterà sempre all’interno delle società e tra una società e l’altra, e per la sua soluzione sarà sempre necessario il ricorso a qualche tipo di forza;
2) non è necessario, né probabile, cambiare la ‘natura umana’;
3) la gente e i governanti non sono disposti a sacrificare la libertà o la giustizia per amor di pace;
non si avranno conversioni in massa al pacifismo;
4) non è possibile spezzare la spirale della tecnologia militare all’interno del contesto della tecnologia militare e della mentalità militare;
5) esistono dittature brutali e sistemi oppressivi, continueranno ad esistere, potrebbero diventare più pericolosi e potrebbero cercare di espandersi.
6) L’abolizione del capitalismo non produce l’abolizione della guerra;
7)i negoziati non possono sostituire la capacità di lottare e di applicare delle sanzioni;
8) il disarmo unilaterale – rinuncia alla capacità di difendersi – non è un’alternartiva al sistema della guerra e non è possibile;
9) il disarmo multilaterale generale è quasi altrettanto improbabile;
10) l’indipendenza nazionale non è l’origine della guerra;
11) un governo mondiale o è irrealizzabile oppure, se raggiunto, potrebbe esso stesso creare una guerra civile mondiale, diventare tirannico ed essere utilizzato per imporre o perpetuare ingiustizie.
La nostra ricerca di una soluzione del problema della guerra non si dovrà basare su illusioni utopiche o semplicistiche riguardo alle intenzioni politiche dei protagonisti dei conflitti internazionali.
La guerra come alternativa all’impotenza
Senza aver ben compreso la natura di un problema diventa eccezionalmente difficile cercar o sviluppare una sua soluzione. E’ possibile che noi non si abbia adeguatamente compreso il problema della guerra. E’ necessario guardare al di là delle proposte e delle dottrine del passato se vogliamo affrontare questo problema. Spesso è difficile avvicinarsi ad un nuovo approccio alle cose, per il fatto che solitamente siamo emotivamente legati ad una soluzione a noi già nota, e a volte siamo intellettualmente impreparati ad affrontare un problema da una prospettiva non familiare
La guerra, e i preparativi militari che la precedono e la rendono possibile, sono ovviamente delle realtà molto complesse nelle loro cause e conseguenze. Hanno anche subito dei cambiamenti significativi nel corso della storia. Nonostante tale complessità e variabilità è possibile osservare tali fenomeni sotto una nuova luce e raccogliere nuove indicazioni riguardo alla loro natura e alle ragioni della loro continuazione.
La guerra e i potenziali militari hanno assolto numerose funzioni, compreso l’attacco e l’oppressione della popolazione di un’altra società . Tali ignobili utilizzi della guerra e dei mezzi militari non devono comunque portarci ad ignorare i più alti fini per i quali altre volte sono stati utilizzati, o in certi casi dietro i quali ci si è nascosti (guadagnandosi così un appoggio popolare che sarebbe stato perlomeno dubbio se richiesto per gli obiettivi reali).
Nei maggiori conflitti interni o internazionali sono spesso in gioco problemi di grande importanza la cui soluzione può comportare conseguenze significative e durature. Politicamente il mondo è sempre in pericolo. Dittature che nascono, che si consolidano e spesso si espandono. Paesi che vengono attaccati. L’oppressione si manifesta sotto varie forme. Elites minoritarie, militari o politiche, si sostituiscono ai governi legittimi e stabiliscono nuove oppressioni. Si perpetrano genocidi. Intere popolazioni vengono sfruttate e dominate da padroni interni o stranieri.
Sono quindi necessari degli efficaci strumenti di lotta per venire incontro a tutte queste situazioni di conflitto. In questi casi si è finora fatto ricorso ad una contro-violenza allo scopo di controllare, restringere, limitare o sconfiggere avversari che utilizzavano la violenza per ottenere i loro scopi. In tal senso molto spesso la lotta violenta, includendo la guerra, è stata utilizzata per portare avanti o per difendere dei fini umanitari o delle società contro forze ostili.
I conflitti violenti sono serviti come tecnica di lotta, come sanzione ultima, di applicare in momenti di grave pericolo, per far avanzare o per difendere il modo di vita, le idee, l’indipendenza o un sistema sociale voluto contro oppressori e attaccanti. Quali che fossero gli svantaggi di tale violenza, la gente in molte società e in molti momenti storici ha ritenuto che essa fosse l’unica alternativa all’impotenza e alla sottomissione passiva di fronte alla minaccia portata contro quanto ritenevano importante.
Nel caso di invasioni straniere, la risposta era la guerra di difesa. La guerra sollevava così la gente dal senso di impotenza nel momento del pericolo, fornendo contemporaneamente una valida tecnica per condurre il conflitto a difesa e promozione dei loro principi, dei loro obiettivi e della loro società . La quasi totalità dell’umanità ha creduto – e crede tuttora – che in tali situazioni di crisi non ci sia nessuna tecnica altrettanto adeguata.
La guerra può essere stata brutale e immorale ma, quali che siano stati i suoi demeriti o i suoi risultati, ha fornito la sanzione ultima ed un mezzo di lotta da tenere a disposizione per sostenere le proprie posizioni nei negoziati internazionali e per dissuadere eventuali attaccanti, e da utilizzare nella lotta aperta quando la gente riteneva che un’azione militare straniera minacciasse i suoi principi o la sua libertà . Le giustificazioni della guerra e dei preparativi militari accampate tanto dai governi quanto dalla gente comune si riducono alla fine alle motivazioni appena esposte.
Perfino nell’epoca dei missili e delle bombe all’idrogeno, che pure, e la gente lo sa, possono portare ad uno sterminio di massa più che ad una reale difesa, la gente resta attaccata all’idea della guerra. Questo avviene perché le armi attuali vengono considerate semplicemente un’estensione delle forme di guerra precedenti. Pur sapendo che tali armi non possono essere utilizzate in un conflitto razionale, si crede che la sola esistenza possa evitare che un conflitto si trasformi in guerra e prevenire così ogni minaccia al modo di vita della gente. Le armi aiutano quindi la gente a non sentirsi totalmente impotente di fronte ai pericoli internazionali.
Finché verrà sentita l’esigenza di tali mezzi di lotta, e finché la gente non riconoscerà che esistono dei validi sostituti che possano rimpiazzare la guerra, non c’è la minima possibilità che si rinunci alla guerra o che la si abbandoni. La gente e i sistemi sociali non intendono restare senza difese.
1) Segue