Notizie Radicali
  il giornale telematico di Radicali Italiani
  mercoledì 05 ottobre 2005
 Direttore: Gualtiero Vecellio
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di Piero Welby (Il Calibano)

 

Sinite parvulos venire ad me

( Marco 10, 14.)

 

Nelle mie adolescenziali frequentazioni col catechismo e l’oratorio due concetti si radicarono profondamente nella duttile coscienza in crescita: il primo fu l’evangelico “lasciate che i pargoli vengano a me”; il secondo, ripetuto sovente da Don Lucchetti, il mio insegnante di religione, “Non cade foglia che Dio non voglia”. Forte di queste due certezze, correvo al convento dei Cappuccini per tirare due calci sul “loro” campetto in terra battuta, o aspettavo che aprisse l’oratorio dei Salesiani per saltabeccare tra il pingpong e il calciobalilla.

Le illusioni hanno vita breve e tormentata. I pargoli avevano libero accesso al Maracanã  di san Francesco, ma le pargole non potevano nemmeno varcare il portone d’ingresso. Non mi stupiva il fatto che non potessero “calciare”, mi stupiva che non potessero, a causa della mancanza di pochi centimetri di pelle e relativi carichi pendenti, calpestare il sacro suolo. Anche l’accesso alla sala giochi dell’oratorio salesiano era interdetto ai pargoli, dalle h.13 alle h.15, perché il parroco voleva pregare in assoluto silenzio (noi sospettavamo che si concedesse una santa pennichella) e i pargoli, si sa, sono così rumorosi da impedire la meditazione sia onirica che mistica. Tutti questi fatti mi confermarono che i pargoli potevano andare a loro solo se maschi e silenziosi e, se era vero che Dio passasse il tempo a decidere quali foglie dovessero cadere, era pur vero che nulla poteva fare dalle ore 13 alle ore 15. 

No, non ero un ateo in erba, l’idea di  una certa impotenza, una certa kénosis (questo è il termine paolino), un certo abbassamento, un certo annichilimento, dell’onnipotenza di Dio la si ritrova anche nella nozione dello Tzimtzum della mistica ebraica e sarebbe quella contrazione di Dio che rende possibile l'esisten­za dell'universo e comincia già nel momento della creazione. Il filosofo Hans Jonas, è dell’opinione che se accettiamo la rivelazione, ci troviamo di fronte a due possibilità: o Dio, vedendo il male che c'è nel mondo, può consolarlo, può evitarlo, può fermarlo ecc., ma non lo fa, oppure vorrebbe fermarlo ma non può. Insomma, sembrerebbe che l’Onnipotente abbia rinunciato a poter intervenire. La sua stessa creazione è affidata ormai alla responsabilità dell'uomo. Da qui anche l'impotenza di Dio, di cui Jonas salva però la bontà.

Pochi giorni fa, la iena Alessandro Sortino, mi ha fatto scoprire un’altra limitazione dell’onnipotenza divina.  Su 40 scuole paritarie cattoliche a Roma, Napoli, Bologna, Milano e Bari, 30 hanno deciso che i pargoli “down” non possono andare a loro. La domanda che la fulva iena poneva ai responsabili delle iscrizioni era questa: “Posso iscrivere mio figlio a scuola? Certo. È down. Allora no.” Fin qui nulla da obbiettare, c’è di mezzo il libero arbitrio, o meglio “l’arbitrio libero” visto che lo Stato rimborsa quasi il 100% dei costi dell’insegnante di sostegno negli istituiti privati, se parificati. Quello che non mi ha fatto chiudere occhio tutta la notte (citerò le infide Iene per danni biologici) è stata la l’affermazione, più cinica che blasfema, fatta da una suora dopo il rifiuto ad accettare tra i loro selezionati discendi, un pargolo diversabile, “Grazie a Dio, non abbiamo ragazzi down”. Ma come? Durante tutta la campagna informativa sui referendum il comitato Scienza e Vita, per bocca di Olimpia Tarzia, Carlo Casini etc. fiancheggiati dall’ Avvenire, il Foglio e il putipù di Porta a Porta ci aveva giurato che la diagnosi preimpianto è un delitto degno di Tieste o di Atreo perché un bimbo disabile è una benedizione divina che la famiglia, le istituzioni, l’universomondo devono accogliere a braccia aperte. Vabbè, è proprio vero  che tutti sono solerti nel dirti “soffriamo con te e il tuo dolore è il nostro", ma il dolore che si prova per i guai altrui dura sempre poco.