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  mercoledì 05 ottobre 2005
 Direttore: Gualtiero Vecellio
Socialismo liberale (2)

di Carlo Rosselli

Sei anni dopo, rendendo conto di una lunga geniale recensione della sua opera, fa sua esplicitamente la frase del finissimo critico russo: “Marx considera il movimento sociale  come una risposta a leggi che non solo sono indipendenti dalla volontà dalla coscienza e dai disegni dell’uomo, ma che invece determinano la sua volontà, la sua coscienza ed i suoi disegni…”. Bernstein certo protesterebbe in modo veemente contro questa sintetica interpretazione. Ma Marx, che è l’unico e più vero giudice in materia, non solo non protestò, ma la fece sua con compiacenza, lodando l’autore per la sua acutezza.

 

Si potrebbero citare in numeri brani di Marx a conforto di questa interpretazione deterministica. Ma più che le parole vale lo spirito generale che pervade l’opera sua, la impostazione di tutti i problemi che egli ebbe ad affrontare. La necessità della polemica contro gli utopisti e gli ideologi borghesi, potranno aver indotto Marx – secondo [ ] riteneva Engels nella sua vecchiaia – ad accentuare l’aspetto deterministico del sistema; non mai però a capovolgerne l’aspetto essenziale.

 

Certo il determinismo marxista ha un valore tutto convenzionale e relativo. Quando Marx dichiara le forze materiali di produzione fattore determinante del processo storico, egli si arresta consapevolmente ad un anello della catena deterministica. Ma non è che ignori le maglie antecedenti: Marx ha insistito più volte sull’influsso dei fattori naturali e ambientali, e, in special modo, sulla razza. Solo che assume questi dati come costanti. Ciò che lo interessa sono le variazioni dei fenomeni sociali all’interno di questo ambiente che assume come fisso, e la legge di queste variazioni. Ad esempio: i caratteri naturali e antropologici della regione britannica possono a buon diritto considerarsi come costanti nel periodo 1760-1839. Si domanda a che sono dovute le profondissime trasformazioni seguite nei rapporti sociali inglesi, e, più in generale, i fondamentali eventi storici del periodo. Marx senza esitazione risponde: alla trasformazione del modo di produzione. E’ ben noto quale enorme influenza esercitò su di lui e su tutti gli scrittori del periodo l’esperienza della rivoluzione industriale, in cui veramente la macchina e il sistema di fabbrica si rivelarono come i demiurghi. Ma è anche ben noto come Marx non azzardò mai la dimostrazione della sua tesi storiografica generale, la quale è frutto di un’arbitraria estensione analogica delle conclusioni cui era pervenuto nella possente analisi dei primordi del sistema capitalistico.

 

Ora il problema centrale del marxismo, come dottrina del moto proletario, sta nel ruolo che esso assegna all’elemento umano, al fattore volontà.

 

Nel periodo giovanile Marx, sotto l’influsso di Feuerbach, aveva rivendicato il carattere puramente umano della storia contro ogni alienazione a favore di forze trascendenti. Ma questa rivendicazione, dapprima piena e sostanziale, perde via via di contenuto e di significato col precisarsi della sua dottrina, sino a ridursi ad un residuo tutto polemico e formale. Nel sistema marxista abbiamo a che fare con una umanità sui generis, composta di uomini per definizione non liberi, operanti sotto la spinta del bisogno, costretti a ricorrere a metodi produttivi indipendenti dal loro volere e ad accedere a rapporti sociali imperativi. Essi hanno un solo titolo per essere considerati fattore efficiente del processo storico: l’essere parte integrante del meccanismo produttivo. Gli altri aspetti sono derivati e secondari, funzione dello sviluppo delle forze produttive. E solo acquisteranno pieno valore e autonomia funzionale in una società comunista, perché allora, e solamente allora, si libereranno della schiavitù verso le forze materiali. Psicologicamente parlando, l’uomo di Marx non è che l’homo oeconomicus di Bentham. Questa è la sua costante psicologica, allo stesso modo della razza, del clima, ecc. Le reazioni che questo homo oeconomicus offre non sono reazioni spontanee ed autonome, ma determinate dal modificarsi dei rapporti produttivi e quindi dei rapporti sociali. E appunto partendo da questa costante psicologica che Marx assume come pacifico che i proletari si rivolteranno non appena si saranno loro rivelati lo stato di soggezione in cui versano e le cause di questa soggezione. Ma è chiaro che la causa determinante di questa rivoluzione interiore non risiede in loro, ma nel meccanismo esteriore della produzione capitalistica.

 

L’intimo fuoco del marxismo sta tutto in questo concetto della necessità storica dell’avvento della società socialista, in virtù di un processo obbiettivo e fatale di trasformazione di cose (Anche le coscienze si modificheranno ma secondo una linea necessaria e prestabilita dalla “costante psicologica”. Togliere o attenuare questo concetto significa far crollare l’intero sistema. Se davvero Marx avesse assegnato alla volontà umana una influenza autonoma nello svolgersi del processo storico; se, come vogliono i revisionisti, avesse affermato che tra le forze materiali di produzione e coscienza sociale il rapporto è di interdipendenza e non di causa a effetto – come avrebbe potuto enunciare con tanta categorica certezza la sua legge di sviluppo del capitalismo? (Per farlo avrebbe dovuto possedere una eguale categorica certezza intorno alle leggi dominanti la vita intima e il meccanismo psicologico degli uomini. Ma donde avrebbe tratto questa certezza? La psicologia sperimentale è una scienza giovane; e anche oggi siamo ben lungi dal possedere certezze categoriche in materia. Marx si è sempre disinteressato dei problemi di psicologica individuale e collettiva). Sarebbe assurdo che Marx avesse dedicato tutta la vita una faccia del problema – quella relativa al mondo esteriore – e si fosse invece totalmente disinteressato dell’altra faccia, relativa al mondo della coscienza.

 

E’ chiaro che l’introduzione del fattore “volontà umana” nel processo storico, significa escludere a priori ogni valore scientifico a una previsione sociologica. Infatti o si ammette una sfera di libertà, per quanto condizionata, nella vita dello spirito, nel modo d’essere della coscienza, o non la si ammette. Se la si ammette cade il concetto di necessità storica, e sorge l’alternativa. Si introduce cioè quell’elemento di dubbio che nel sistema marxista difetta totalmente. O non si ammette questa sfera di libertà, cioè si ritiene che la volontà umana, date le circostanze, debba dirigersi in un senso determinato e allora la volontà umana, nel suo manifestarsi, viene ricacciata al rango di effetto e non più di concausa. In ambo i casi il tentativo di conciliare il sistema marxista con una interpretazione non deterministica, cade.

 

Ci sono inoltre varie altre prove indirette del determinismo implicito nel sistema marxista. Se Marx avesse assegnato una influenza autonoma e determinante alla volontà umana, non si spiegherebbe il suo scherno per tutti coloro che appoggiavano le rivendicazioni proletarie sul terreno della morale e del diritto. Se la volontà deve intervenire, tutti gli stimoli che concorrono a volgerla nel senso auspicato debbono essere potentemente incoraggiati. Invece egli considera come potentemente errata e pericolosa una propaganda socialista facente appello a un principio di giustizia.

 

In Marx è sempre presente la preoccupazione di tradire, nell’impeto della polemica, il fondo storicistico del suo pensiero. Egli ha sempre cura di avvertirci che il suo punto di vista “meno di qualsiasi altro” può rendere l’individuo responsabile dei rapporti dai quali egli socialmente deriva, “checché faccia per districarsene”. Le leggi immanenti della produzione capitalistica si impongono ai capitalisti come “leggi coercitive esterne”. La loro volontà è fuori gioco. E’ bene anzi che essi non tentino di ribellarsi al ruolo che loro impone la dialettica storica. Perderebbero il loro tempo e ritarderebbero i futuri svolgimenti.

 

Il proletariato, dal suo canto, non può accusare il capitalismo in linea morale e giuridica. Morale e diritto sono categorie storiche, puri riflessi delle correlative strutture economiche. I capitalisti hanno le carte in regola con la morale e il diritto propri dell’era capitalistica. Se sfruttano i proletari, cioè se pagano loro una frazione del valore che producono, non fanno che obbedire alle “leggi immanenti” di scambio in regime capitalistico. Per essere a posto coi principi economici, giuridici e morali del capitalismo il capitalista non ha che da fornire al salariato i mezzi – in moneta – per vivere e riprodursi. Se si comportasse diversamente egli verrebbe meno alla sua funzione sociale di “fanatico agente dell’accumulazione”. Il lavoratore non può protestare. Se egli perde il sovrappiù di valore che il lavoro umano – e solo esso – ha la virtù di produrre, lo perde per una necessità storica inderogabile. Il profitto è altrettanto naturale, in questa fase storica, quanto il macchinismo, la divisione del lavoro, il sistema di fabbrica, il salariato, il mercato mondiale, le crisi…i borghesi, scrive sempre Marx, hanno perfettamente ragione di sostenere che l’odierna ripartizione è “giusta”, perché in realtà “essa è l’unica giusta ripartizione sulla base della odierna forma di produzione”.

 

Non a torto si definì “Il Capitale” la più intransigente apologia del Capitalismo!

 

Il “Manifesto dei Comunisti”, commenta il Labriola, è tutto prosaico; non v’è in esso né retorica né proteste. Esso è ora una scienza. Non lamenta sul pauperismo per eliminarlo. Non sparge lacrime su niente. Le lacrime delle cose si sono trasformate per se stessa in forza rivendicatrice spontanea. L’etica e l’idealismo consistono ormai nel mettere il pensiero scientifico al servizio del proletariato.

 

In verità Marx è così convinto del fatale avvento della società comunista ad opera della legge di sviluppo del capitalismo che, allo stesso modo dello scienziato e dei suoi esperimenti,sommamente si preoccupa di eliminare dal giuoco sociale tutti i fattori capaci di turbare o rallentare il pieno esplicarsi di quella legge. E, in primo luogo, i residui sentimentali e moralistici. Tutte le norme tattiche e tutto il programma pratico da lui consigliato ai partiti socialisti rispondono a questo scopo fondamentale: accelerare, facilitare, il processo di sviluppo capitalistico. Il suo discorso sul libero scambio fornisce un esempio tipico.

 

Una sola forte obbiezione si oppone alla interpretazione deterministica del marxismo. La teoria della lotta di classe. Come si spiega lo sforzo di Marx per svegliare la coscienza di classe nei proletari, la sua stressa invocazione rivoluzionaria, se la parte riservata agli uomini nel processo storico è puramente passiva?

 

Qui è d’uopo distinguere tra la formulazione generale della teoria della lotta di classe – in nulla contraddicente alla linea deterministica del suo pensiero – e la applicazione particolare che egli ne ha fatto al caso della lotta tra proletariato e borghesia. In linea generale Marx si limita ad affermare che la lotta di classe è il risultato necessario del contrasto esistente nelle cose stesse,la faccia umana della dialettica immanente nelle cose. Egli avverte che la rivoluzione formale, esteriore, nei rapporti sociali, scoppia solo quando quella sostanziale, nel modo e nella tecnica produttiva, è già avvenuta. Per Marx la reazione psicologica è un posterius, segue il fatto economico come l’ombra la luce; e il fatto economico, ricordiamolo, non è il frutto di una volontà libera, ma di una volontà istintiva, schiava, dominata dal bisogno. Sarà una concezione psicologica molto semplicista e volgare, ma indubbiamente essa sta alle radici della costruzione marxista. E Marx vi annette tanta poca importanza che mai ne parla di proposito.

 

Nella applicazione della teoria generale al caso particolare della lotta tra proletariato e borghesia, non si può invece negare che Marx abbia abbandonato talvolta, specie negli scritti di propaganda, la posizione deterministica, salvo tornarvi nelle esposizioni più pacate e riassuntive del suo sistema di pensiero. Ma ciò, oltre che esser dovuto all’intimo contrasto tra la sua natura di scienziato e di agitatore, era in funzione anche del dubbio che egli nutriva intorno alle conseguenze della lotta che appena cominciava a disegnarsi. Mentre per il passato egli poteva sicuramente affermare che il contrasto era sempre terminato col trionfo della classe che, interpretando le esigenze produttive, esplicava una funzione rivoluzionaria, per l’avvenire il suo senso storico gli vietava una ipoteca troppo assoluta. Cosicché a lato della ipotesi normale egli affacciava anche l’ipotesi che la lotta potesse risolversi con l’esaurimento dei due contendenti, magari per difetto di consapevolezza storica sul proletariato. Con questo dubbio si concorreva a legittimare lo sforzo per la propaganda, l’organizzazione e l’azione insurrezionale; e in questo dubbio - dovuto a cause ben complesse – sta invero l’unico momento volontaristico del sistema. Si osservi inoltre che questo momento finale volontaristico è, psicologicamente, il prodotto della assiomatica credenza di Marx che l’ora ultima del capitalismo, almeno in Inghilterra, stesse per suonare: cioè che si fossero maturati in seno alla vecchia società, sempre più incapace a risolvere i massimi problemi della vita sociale, gli elementi obbiettivi che soli avrebbero assicurato le possibilità di vita alla società comunista.

 

Lo stimolo fondamentale del processo rivoluzionario, anche nella sua ultima, drammatica fase, non sta davvero nella propaganda e nel progressivo schierarsi della coscienza proletaria, ma nel drammatico cozzo degli elementi contraddittori che il capitalismo rinserra. E’ il catastrofismo, cioè il fenomeno della universale proletarizzazione, del progressivo immiserimento, dell’accentramento dei capitali in poche mani, delle crisi sempre più incontenibili – che provoca eccita esaspera la ribellione proletaria e consente al profeta una sicurezza messianica. La propaganda ha l’ufficio di accelerare il processo, eliminare gli ostacoli; non mai di determinarlo. E’ il coronamento di un complesso di cause anteriori e da esse indipendenti: senza di che risulterebbe impotente e sterile. Il posto che Marx fa all’elemento volontà è quindi limitatissimo; è più un suggello formale che una impronta sostanziale (Ripeto: il sistema marxistico è deterministico o non è. Per lo meno come sistema organico di pensiero).

 

(2. segue)