Notizie Radicali
  il giornale telematico di Radicali Italiani
  lunedì 04 aprile 2005
 Direttore: Gualtiero Vecellio
Il cristianesimo e la religione di domani (2)

di Romolo Murri

2) Quindi, per giudicare della religiosità o meno di un individuo, conviene non arrestarsi alle forme concrete, storiche, di religione, nelle quali questo si è trovato a crescere ed a vivere, ma esaminare il grado di sviluppo del suo spirito; vedere cioè se egli è giunto a quella maturità di consapevolezza nella quale solo nasce il bisogno di collocarsi spiritualmente nell’insieme degli esseri e dell’universo; al vigore di volontà per il quale si giunge a volere, non solo se stesso come individuo e i propri fini immediati, ma quei beni che all’individuo sembrano degni di esser raggiunti per se stessi, per il loro oggettivo valore, e quindi anche, se è necessario, con sacrificio di sé. La forma concreta che assume questa estensione dell’individuo in una zona di attività e di fini vasti e superpersonali è la sua religione.

 

Prendete ad es. lo scienziato naturalista il quale si è persuaso del determinismo universale e della superiorità dei fini che la natura raggiunge con la sua esuberanza di manifestazioni fisiche, chimiche e organiche; questo scienziato, secondando in se lo sviluppo della politica finisca e il raggiungimento dei più egoistici piaceri individuali con il disprezzo di ogni norma morale, agisce “religiosamente”, in quanto cerca di realizzare in sé, con consapevole sforzo, quelli che crede essere i fini universali e supremi delle cose; in quanto coordina la sua vita alla vita della materia e dell’istinto divino”. E’, ad es., la religione della laus vitae di Gabriele D’Annunzio.

 

E questa religione ha i suoi precedenti storici in molte superstizioni brutali delle religioni antiche; nei cui riti si cercava di esprimere, con grossolana confusione, l’adorazione della vita fisica e della natura, p. es., nella prostituzione sacra e nei culti dionisiaci.

 

3) Nella storia e nelle società nostre, molti gradi e studii di sviluppo religioso si sopravvivono e coesistono. Anche qui l’ontogenesi ripete la filogenesi, con innumerevoli complicazioni ed anacronismi. Per es., nei costumi religiosi del popolo italiano non è difficile trovare ancora tracce e sopravvivenze di tutte le religioni che da due millenni esso è venuto accogliendo ed elaborando; dalle primitive superstizioni totemistiche e animistiche al naturalismo ed al politeismo di molti riti pagani; specie quando le une o le altre vennero assunte sotto il patrocinio della religione dominante e superficialmente segnate da questa del sigillo di una più alta religiosità.

 

Una riduzione analitica del cattolicismo alla molteplicità degli elementi religiosi, sovente assai più antichi, dei quali esso si è servito per comporre l’attuale religione o superstizione popolare è oggi assai facile; e la volgarizzazione delle sue conclusioni più certe sarebbe uno strumento efficacissimo di educazione religiosa. Lo Stato italiano ha reso alla chiesa romana un immenso servigio, abolendo nelle università, e quindi sopprimendo di fatto, lo studio scientifico delle religioni in Italia.

 

Evidentemente, questa religione popolare è, in tal caso, una religione inferiore; corrisponde a stadi di cultura già superati. Superati, s’intende, da coloro i quali appartengono spiritualmente alla loro età; non dal contadino analfabeta, ad es., il quale non ha avuto e non può avere , isolato nel suo fondo e nella sua casupola, contatti con la cultura del tempo, e che quindi seguiterà a comporre il suo mondo interiore di immagini e di previsioni grossolane, presso a poco così come, millenni innanzi, se lo composero i suoi antecessori.

 

Le religioni costituite, se sono riuscite a trarre il loro vantaggio da questa ignoranza e ad aggiogarla al loro carro, sono per necessità conservatrici ed affaticano i propri teologi nel cercare delle spiegazioni accomodanti; come quel decreto della curia romana il quale permetteva e sanciva l’uso di pezzettini di carta, con su formule e invocazioni religiose, da ingoiare per ottenerne, in certi casi, effetti fisici miracolosi.

 

Ma lo spirito religioso è necessariamente ed essenzialmente innovatore e, contro tali costumi, rivoluzionario; poiché esso abdicherebbe a  suoi fini più essenziali se non cercasse di profittare, per le sue sintesi superiori e per il dominio dela vita da parte degli interessi ideali, di tutti i progressi dello spirito e della cultura.

 

Questo spirito religioso ha tuttavia una preoccupazione; quella di giudicare delle dottrine e dei riti dal loro valore di vita non solo in astratto ma, particolarmente, negli individui nei quali essi operano; e quindi di rispettare, per la sincerità e l’efficacia morale che essi possono avere, quelle dottrine e quei riti, in certune categorie di individui, in quanto non gli riesca di sostituirli con norme più ricche di vita e di efficacia morale. In questi casi si è dinanzi a un doppio dovere: di educare con bontà coloro i quali sono nella ignoranza superstiziosa e di combattere apertamente e risolutamente coloro i quali profittano della loro ignoranza.

 

4) Se la religione, nelle sue caratteristiche essenziali, è lo sforzo che la coscienza umana fa per vivere consapevolmente la sua vita, non come sua, ma come vita, realizzando i beni di questa, in quanto è vita della coscienza, cioè dello spirito, consapevolezza del proprio essere e dei fini di questa attività immanente e tutta presente che è in continuo fluire e creare ed emergere  e riversarsi esteriormente, noi dovremo concludere che la religione è il culmine della personalità umana e il culmine della storia.

 

Quello che negli individui ha appunto questo carattere e significato più alto, e veramente quasi divino , di rivelare e di praticare la pressione degli interessi ideali nella vita, il tentativo di raccogliere nell’unità interiore le diverse tendenze ed atteggiamenti pratici dello spirito, di costruire le sintesi unificatrici e di mettere la propria vita ed il mondo esteriore che è il mondo di ciascuno di noi in armonia con esse, l’intendere l’arco della propria vita ad un fine più alto, questo è in essi e per essi la loro religione.

 

Si comprende quindi come si possa parlare anche di una religione della patria o della bellezza o della cultura o dell’umanità; poiché patria, bellezza, cultura, umanità, così come giustizia, bontà, libertà, umana, cioè il culto della umanità vittoriosa e dominatrice in ciascun individuo umano, sono parole con le quali si indica, sotto l’uno o l’altro aspetto, l’esigenza che negli spiriti singoli e nelle coscienze è posta da questo più alto e ricco e profondo significato della vita umana che è come la presenza, in ciascuno di noi, dello spirito, nella universalità ed assolutezza sua.

 

E questi vari ideali, ciascuno dei quali separatamente è monco e imperfetto, ed approfondendo ciascuno dei quali noi scuopriamo, in complicazioni e rapporti sempre più intimi via via che il nostro pensiero si aguzza, anche gli altri, noi diciamo, con termine generico, Dio; il quale esprime la necessità che noi abbiamo di concepire questa più ricca ed occulta vita dello spirito come il massimo della universalità ed insieme il massimo della concretezza e della personalità; perché l’universalità astratta, quella che il pensiero razionale e scientifico può darci, è la forma e la categoria, il vuoto, mentre la vita è concretezza ed attualità e personalità.

 

Quindi l’ideale religioso, Dio, è posto non dalla ragione ma dalla fede; è posto con lo stesso atto di vita e di volontà con il quale noi vogliamo quella più ricca vita che ci trascende e della quale,insieme, non sentiremo il bisogno ed il desiderio, se non fosse già in noi, se non fosse noi stessi, in vocazione ed in germe.

 

E poiché non si tratta per noi, in quanto religiosi, di sapere e di volere ciò che è e ciò che si manifesta nel nesso esteriore ed oggettivato delle casualità e delle successioni e nella concretezza del suo essere, percettibile e misurabile da noi, ma di sapere e di volere quella ulteriore sintesi e realtà ed armonia e ricchezza di vita che non è, ora, ed in tanto può essere  - per noi – in quanto ci è dato di intravederla e di volerla e di farla, così una religione la quale si identifichi con la scienza o con la stessa filosofia è una contraddizione in termini; poiché l’una e l’altra sono di ciò che è, della vita vissuta, della realtà che è divenuta queste realtà concrete, delle cose fatte o morte.

 

La filosofia ha anche per oggetto lo spirito e si sforza di rimuovere l’illusione dell’intellettualismo astratto e di colpire la vita nell’atto della sua unità e continuità; ma essa lo fa con un atto di riflessione, e cercando quasi di sdoppiare lo spirito, di cogliere sé, dal di fuori, nell’atto del suo fare e di decomporre questo fare negli elementi che lo costituiscono, di definirlo.

 

La fede è invece l’occhio interiore che ci è dato per discernere nell’attualità della vita la sostanza e le direzioni della sua feconda creazione; essa è quello che non è, né come forma di realtà definita, né come volontà giunta a realizzarsi e possedere il suo mondo; ed è insieme l’affanno della creazione, la creatura-creatore che ingemiscit et parturit usque adhuc.

 

Ed essa è indefinibile e inaffidabile e intraducibile, perché p – dicevo – l’atto vivente dello spirito, gravido di vita, natività continuata e rinnovatesi.

 

Ed ora, o mai più, il lettore intenderà perché la religione vera è, per ed in ciascun individuo, il massimo della personalità, il suo santuario interiore, il suo Dio incomunicabile, il fiore alto e puro della sua vita, se questa è nobile e pura, capace di generare un Dio, e non solo dei mostriciattoli morituri. E intenderà come è sciocco parlare di religioni solo come di assemblee di teologi e volumi di dottrine e corpi di riti e di simboli; poiché tutto questo o è il cadavere della religione od è il materiale del quale le coscienze religiose si servono per creare la loro fede. Ma quanti ancora confondono il neonato con gli strumenti della levatrice!

 

2) Segue.