Notizie Radicali
  il giornale telematico di Radicali Italiani
  martedì 18 marzo 2014
 Direttore: Gualtiero Vecellio
Un patto sulle questioni etiche

di Fausto Cadelli

Se l’on. Fassino dice:” Non può essere riconosciuto a nessuno il diritto di dare morte ad un altro, se eutanasia vuol dire questo, e vuol dire questo, non sono d'accordo", se può prendere corpo un fraintendimento così grossolano (perché se fosse richiesto il riconoscimento di quello che afferma l’on. Fassino sarebbe cancellato l’omicidio volontario, mentre invece è del tutto evidente che l’eutanasia è il congiungimento di due libertà, di chi chiede e di chi dà pace, e non è  mai un diritto sul malato o un dovere verso il malato), se affermazioni del genere sono raccolte dai giornalisti senza allarme e senza l’esigenza di un chiarimento, occorre scegliere: lasciare l’Italia o ripartire da capo, da un patto sull’etica. Provo con la seconda strada.

 

a)     La Chiesa ed i radicali sono accomunati dal valore del rispetto dell’uomo. Certo, è molto diversa la definizione di chi sia l’individuo giuridicamente rilevante ed il parametro di riferimento del principio d’uguaglianza, trascendente per la Chiesa immanente per i radicali, ma identica è la convinzione che il rispetto dell’uomo è il fondamento su cui e per cui si costruisce la società e lo Stato. Il soggetto che riflette su di sé, perlatro, è la matrice dell’Europa e dell’Occidente dalla filosofia greca in poi.

b)     In concreto è lo Stato, non l’etica individuale, a rendere effettivo il rispetto dell’individuo. Modernamente, in Europa tale concetto si è radicato con particolare evidenza con le guerre di religione e la (ri)scoperta del diritto naturale da cui discende la definizione dello Stato laico moderno (Grozio). Ma ben prima, il Pantheon ha simboleggiato Roma, e l’unico tetto della sua legge che dava riparo a tutti gli dei. Per il bene di tutti, così come l’incolumità fisica, i cittadini devono delegare alla convenzionalità del diritto la regolazione delle questioni etiche.

c)     Ciò non vuol dire, come si sostiene talora rozzamente, che l’etica non deve entrare nelle leggi, ma che qualsiasi istanza etica, che aspiri a tradursi in legge, ha l’obbligo della coerenza verso di sé: o la si applica per intero o per intero la si abbandona. Questa è l’essenza del patto. Etiche dimezzate generano spezzoni contraddittori di diritto (ad esempio, l’impianto obbligatorio dell’embrione della 40 verso la normativa sull’aborto). Tutelare la coerenza dell’ordinamento è il primo dovere che i cittadini dovrebbero osservare.

d)     Esiste un principio generale del procedimento amministrativo che vincola ormai tutti i livelli di governo, dal Comune allo Stato: l’obbligo di risposta motivata. Ora, esiste un luogo, e proprio il più importante delle nostre istituzioni, in cui questa regola non vale, in cui alle domande non si è tenuti a dare risposta: il Parlamento.

e)     Il Parlamento, in deroga all’obbligo di rispondere del procedimento, non ha alcun obbligo di votare tutte le proposte di legge. Che democrazia è mai questa? E’ possibile che gruppi di notabili, e per intere legislature, impediscano il voto su talune materie, specialmente quelle concernenti le libertà civili?

f)       Il superamento di questa indecenza è il secondo punto essenziale del patto, ed è peraltro l’essenza della proposta politica dei radicali. L’Italia non è un paese arretrato perché non ha l’eutanasia, il PACS, una fecondazione assistita decente. L’Italia è un paese incivile perché non si riesce a votare su tali questioni, e se ne discute sulla base di etiche dimezzate che generano, come virus impazziti, frammenti di diritto.

  

Se queste premesse sono logiche vorrei fornire due applicazioni pratiche e speculari del patto, la prima impegnativa per la Chiesa (e sostenitori), la seconda per i radicali (e sostenitori).

 

Per (non tutti ma molti) cattolici l’eutanasia è un attentato ad un presunto bene indisponibile, la vita. Se la vita è il valore più alto, indisponibile all’individuo e se i cattolici non vogliono praticare un’etica dimezzata, allora essi avrebbero il dovere etico di adottare una legge che punisca il tentato suicidio (come sostiene giustamente Severino). Perché non lo fanno?

Il fatto è che la libertà di richiedere l’eutanasia (parlo di libertà d’eutanasia e non di diritto perché la vita è ben più di un diritto essendo la più pura tra le libertà) è già presente nel nostro ordinamento come espressione incoercibile dei diritti inviolabili dell’individuo sanciti dall’articolo 2 della nostra Costituzione. 

 

Non condivido per nulla la sentenza sul caso Welby, pur pregevole per altri versi, nella parte in cui fa riferimento al divieto degli atti di disposizione del proprio corpo, contenuto nel codice civile, quale esempio dell’indisponibilità del bene vita. Perché la ratio della norma in questione è di evitare atti di disposizione, con danno del corpo, eseguiti in vista del loro sfruttamento. Semmai, tale disposizione è una prova lampante che il nostro ordinamento condanna la trasformazione dell’uomo da soggetto in oggetto, che è esattamente ciò che i sostenitori dell’eutanasia vogliono evitare.

 

Invece, la conferma che la libertà d’eutanasia esiste già, la si ricava dal modo in cui il codice penale, ovviamente citato nella sentenza, ruoti intorno al suicidio senza punirlo, nonostante ne condanni l’istigazione (e l’omicidio del consenziente). Se è ammesso il suicidio, se non è un’offesa ma una libertà il volontario far irrompere la morte laddove c’è piena vita, a maggior ragione non è un’offesa ma una libertà, la richiesta d’eutanasia laddove la morte si è impadronita della vita. Altra cosa è il punto, argomentato dalla sentenza, che, in correlazione a tale libertà, non sussista  un dovere in capo al medico di sospendere la cura.

 

E non potrà mai esistere tale dovere, per rispetto della libertà del medico, tanto nel caso dell’accanimento terapeutico quanto nel caso dell’eutanasia tout-court:  sarà indispensabile predisporre lo spazio giuridico in cui un medico disponibile, su richiesta del paziente e nella libertà del suo convincimento, possa eseguire l’eutanasia.

 

Vorrei che i radicali lanciassero ai cattolici questa provocazione intellettuale.

Se, voi cattolici, dite no all’eutanasia, avete l’obbligo etico, in coerenza a ciò, di richiedere che venga punito per legge il tentato suicidio (il suicidio compiuto si estingue col reo: o si vorrà riesumare l’antica pratica del processo ai cadaveri?). Ma se tale eventuale proposta di legge fosse respinta ai voti o, come ovvio, si rinunci a presentarla allora, per garantire l’integrità dell’ordinamento giuridico, va subito sanata non solo l’omissione segnalata dalla sentenza su Welby ma, cosa ben più importante, va escluso il reato d’omicidio del consenziente per il medico che, liberamente e su richiesta del malato, praticasse l’eutanasia.

Stare nel mezzo non si può più e, dal punto di vista tecnico, non occorre di più di quanto indicato. Tanto meno occorre  trincerarsi dietro l’adozione di una legge che preveda i limiti in cui l’eutanasia è ammessa, diversi da quello imprescindibile della richiesta dell’interessato dotato di capacità d’intendere e di volere. Sarebbe un errore, perchè le leggi più prevedono e più sbagliano e perché il più potente limite regolatore delle richieste d’eutanasia è quello naturale dell’istinto di sopravvivenza.

 

Per realizzare i PACS invece, e vengo alla sfida che vorrei che i radicali lanciassero a se stessi prima ancora che ai cattolici, a differenza dell’eutanasia, l’impegno normativo sarebbe enorme.

In nome dell’articolo 3 della Costituzione, il vero obiettivo etico deve essere il PACS solo se c’è anche il matrimonio per coppie dello stesso sesso. I motivi, secondo me, sono questi.

 

Primo, ragionare in termini di “diritti individuali” è una scorciatoia non accettabile nell’interesse stesso degli individui della coppia. Come distinguere un diritto da un altro? No: è onesto dire che il PACS è una diversa regolazione della stessa estensione di diritti e doveri del matrimonio. 

Secondo,  chi richiede il PACS ha anche in mente il divorzio breve: ecco che, di nuovo, il PACS non può essere un modo per chiamare un matrimonio col divorzio breve.

 

Terzo, più in generale, non ci può essere una duplicazione di istituti giuridici: il PACS deve avere un contenuto giuridico diverso dal matrimonio. Ma non è affatto semplice differenziare.

Nel matrimonio, infatti, gli obblighi dei genitori verso gli eventuali figli sono massimi tanto a livello morale che patrimoniale. Come potrebbe il PACS differenziarsi rispetto al matrimonio se non riducendo i diritti dei figli? In questo, allora, il PACS dovrebbe essere identico al matrimonio. Allora il PACS può in concreto differenziarsi dal matrimonio solo per i rapporti reciproci esclusivi tra i conviventi. In vista di ciò, si possono individuare due “movimenti”.

Uno “discendente”, dal matrimonio al PACS, da parte delle coppie eterosessuali che vorrebbero regolare i rapporti tra conviventi con minori rigidità rispetto al matrimonio.

 

Uno “ascendente” da parte delle coppie omosessuali che ambiscono ad un riconoscimento pubblico delle loro relazioni di coppia potendo optare, in parità con le coppie eterosessuali in base al principio di uguaglianza, tra il PACS o il matrimonio. Come s’inserisce tutto questo nel quadro costituzionale?

 

Il PACS è senza dubbio una “formazione sociale in cui si svolge la personalità dell’individuo” come stabilisce l’articolo 2 della Costituzione: ma il riferimento alle “formazioni sociali” è vago, al punto che anche la poligamia o una comune potrebbero essere intese tali.

 

E’ disonesto, insomma, il sotterfugio di affermare che dal PACS scaturisce una “convivenza” mentre dal matrimonio si forma una “famiglia”. No, questo è un nascondersi dietro un nominalismo di facciata: entrambe sono famiglie, la famiglia del PACS e la famiglia del matrimonio. Solo che la famiglia del matrimonio è l’unica che la nostra Costituzione formale riconosce anche su una diversa Costituzione materiale è maturata nel paese.

 

La Costituzione, tuttavia, non riconosce, genericamente, i diritti della famiglia fondata sul matrimonio (sottointendendo che ve ne siano altre). No, con nettezza letterale, essa riconosce “i diritti della famiglia, quale società naturale fondata sul matrimonio(..)”. E’ proprio quel “quale” che fa comprendere che sia “quella” la famiglia, quella fondata sul matrimonio. Un matrimonio inteso come eterosessuale perché la Costituzione “pensa” il Codice Civile.

Se  fosse introdotto il matrimonio omosessuale cambiando “solo” il Codice Civile si rischierebbe un’incostituzionalità della modifica? E’ una domanda da rivolgere ai tecnici: perché è  vero che la Costituzione non delimita letteralmente il matrimonio alle coppie eterosessuali e che per la prevalenza sistematica da assegnare al principio fondamentale d’uguaglianza si potrebbe ritenere che il Costituente abbia lasciato aperta la porta all’evoluzione. Ma è invece molto più probabile il contrario.  

 

Dato che modificare il codice civile costituirebbe comunque una faticaccia, tanto vale che se c’è una maggioranza la stessa si esprima per due volte a distanza non minore di tre mesi: che si proceda, cioè, ad una legge costituzionale che sarebbe sicuramente sottoposta ad un referendum confermativo: la soluzione in assoluto più democratica.

 

Ricapitolando, se ci si accontenta d’istituire i PACS nell’obbrobrio del riconoscimento di qualche diritto individuale, o di assegnare il PACS alle coppie omosessuali riservando invece l’opzione tra matrimonio e PACS per le coppie eterosessuali, questa sarebbe una svendita del principio di uguaglianza ed i radicali finirebbero per introdurre nell’ordinamento il virus della contraddittorietà, in modo analogo, a parti invertite, di quanto i cattolici ed i loro sodali hanno fatto con la legge 40 rispetto alla normativa sull’aborto. 

 

Ecco, cari amici, quello che sogno, una doppia sfida su eutanasia e PACS basata sul rigore dell’interezza etica e giuridica delle proposte, col rischio di vincere o di perdere tutto.

Ma almeno, per una volta, a vincere comunque sarebbe il Parlamento per fugare l’unico atteggiamento non accettabile, come ha ricordato il Presidente della Repubblica: il silenzio.

 

Un silenzio in atto da tempo, dai temi civili a quelli economici, sintomo evidente di una malattia di cui nessuno si occupa: la lenta agonia della nostra democrazia.