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  martedì 18 marzo 2014
 Direttore: Gualtiero Vecellio
Saddam e Mussolini. Due in-giustizie (uguali e diverse)

di Fausto Cadelli

Tra i molti commenti seguiti all’esecuzione di Saddam ed all’accusa all’Italia, da parte del governo iracheno, di aver ucciso Mussolini senza alcun processo, mi hanno colpito due cose: un’assenza (su Saddam) ed una costante (su Saddam/Mussolini).

 

L’assenza è quella del Papa: ma come, non c’è udienza in cui Benedetto XVI non si stanchi di difendere il valore della vita, fosse anche quella degli embrioni di scoiattolo, e non si dice alcunchè attorno ad una piaga - la pena di morte - che la Chiesa a parole condanna, proprio nel momento in cui tutto il mondo s’interroga profondamente su di essa? Proprio quando l’Italia sta faticosamente (e forzosamente, vero Marco?) assumendo un’importante iniziativa presso l’ONU per la quale sarebbe gradito il sostegno morale del Vaticano? Invece, nulla di ufficiale, una nota scritta, una parola netta. Si vede proprio che lo shock post-Ratisbona, quello della clamorosa gaffe su Maometto, non è riassorbito ed impedisce al Papa qualsiasi iniziativa che possa cadere nel rovente mondo islamico ed essere male interpretata.

 

La costante è invece quella del distinguismo: la seconda guerra mondiale è stata ben peggio del pur grande orrore iracheno, Saddam era in carcere da tre anni mentre Mussolini era in fuga, l’esecuzione sommaria è cosa diversa dall’esecuzione di Stato (ma i tribunali internazionali, o di Stato, non si fanno proprio per condannare anche le esecuzioni sommarie?).

 

C’è, in questa costante, una mancanza che rende uguali le due vicende, pur nella indiscutibile diversità: erano due uomini. Ripugnanti quanto si vuole, ma uomini. Battuti, vinti, prigionieri.

Prendiamo l’articolo di Bocca di oggi, 3 gennaio, su Repubblica: sfido chiunque a trovare un riferimento a Saddam come uomo. Lo si chiama satrapo, tiranno, dittatore; la sua esecuzione un errore profondissimo per il destino dell’umanità. Ma uomo, come singolo, mai.

 

Il rabbino capo di Roma, Di Segni, ammonisce che bisogna stare attenti ad “essere misericordiosi con i malvagi” (per non correre il rischio di diventare malvagi con i buoni). Quasi che condannare all’ergastolo significhi essere misericordiosi, e non invece discostarsi dal taglione, consentire ad un uomo, reso inoffensivo dall’enorme potere dello Stato che grava su di lui, di avere una chance interiore di riscatto.

 

Una chance di cui Saddam e Mussolini hanno privato centinaia di migliaia di persone: ma proprio in questo sta la differenza tra una dittatura ed una democrazia.

Un rispetto della persona (e per persona intendo il nato vivo, di questi tempi in Italia siamo purtroppo costretti a precisare ciò che non dovrebbe essere affatto precisato) che è alla base del trattamento che deve essere riservato ai prigionieri di guerra.

 

Per questo non capisco proprio il distinguismo di Bocca, ma anche di Adriano Sofri, tra Mussolini e Saddam: è vero che Mussolini è stato catturato in un’azione militare, travestito da soldato, ma esiste forse un diritto a “passare per le armi” i prigionieri?

 

Tutto, naturalmente, si può comprendere con l’immane ferocia della guerra e dell’occupazione nazi-fascista post 8 settembre 1943.

 

Ma che a distanza di sessant’anni Bocca scriva:” E se proprio si vuole una giustificazione legalistica Mussolini è stato giustiziato su ordine del Clnai, il comitato di liberazione nazionale che governava nell'Italia occupata”.  Come sarebbe a dire, se proprio si vuole una giustificazione legalistica? Non si vuole, si deve avere. Bocca dice così perché più importante di questo “capriccio” della giustificazione legalistica, ci sarebbe il fatto che “Mussolini è stato condannato dalla maggioranza del popolo italiano negli anni delle guerre inutili e sanguinose e soprattutto nei venti mesi della occupazione nazista e della collaborazione di Salò con Hitler”.

Che questo sia un giudizio valido sul piano storico è fuor di dubbio, ma è inquietante poter pensare ( - a sessant’anni di distanza! - ) che la condanna a morte di un uomo sia determinata da una “maggioranza”. Le responsabilità di Mussolini, poi, sono state soltanto le guerre? E le leggi razziali? E tutto il resto?

 

Naturalmente, non voglio dare lezioni a Bocca (anzi Bocca ha forse inteso dire che gli Italiani hanno veramente capito Mussolini soltanto quando hanno avuto i bombardieri sulla testa), ma solo sottolineare che il “soprattutto” dei venti mesi di occupazione nazista non è “tutto il fascismo”, sdoganato poi con l’amnistia. Con la conseguenza che l’Italia, come Repubblica, nasce costitutivamente senza giustizia, proprio sulla base di quell’amnistia e di quella esecuzione sommaria. Bocca, infine, chiosa:” Sotto questo aspetto (la fine) di Mussolini è stato un fatto inevitabile, la scomparsa di un uomo perché la storia continui, un epilogo violento e drammatico perché da una tirannia possa nascere un paese libero”.

 

L’Italia è un paese libero, anche se non credo affatto che la scomparsa di quell’uomo, in quel modo, fosse necessaria. Si dovrà comunque sempre dire grazie a chi ha liberato l’Italia dal fascismo e dal nazismo.

 

Ma perché l’Italia sia veramente libera, oggi, occorre avere un po’ più di verità. Dalla quale forse, nascerebbe quell’umilità con cui rivolgersi agli altri (siano essi l’Iraq o la Russia di Putin): proprio perché noi abbiamo sbagliato, si dovrebbe dire, vi chiediamo di fare diversamente. Per il bene vostro, nostro, di tutti. In bocca al lupo all’Iraq.