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  martedì 18 marzo 2014
 Direttore: Gualtiero Vecellio
Capitalismo predatorio
La compagnia triestina Sasa, ora controllata da Fonsai, si busca la più grande multa nella storia delle assicurazioni mai comminata dall’Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni Private (l’Isvap) di oltre un milione di euro.

di Walter Mendizza

Ormai è da anni che mi interesso delle difficoltà in cui annaspa il nostro Paese dovute  allo sprezzante cinismo e all’opportunismo caratterizzato dalla doppiezza e dal calcolo strumentale del nostro capitalismo che si rivela predicatorio nei salotti e predatorio nel comportamento. Per verificare questo concetto basta vedere con quanta naturalità il capitalismo nostrano fa quello che gli pare senza rendere conto a nessuno. Fu anni fa il caso delle compagnie triestine Sasa e Sasa Vita a far da detonatore ad una analisi che lascia di stucco chi decide di andare in profondità nella vicenda. Molte volte ho utilizzato l’espressione Far West riferito al capitalismo nostrano. In effetti il nostro capitalismo si caratterizza per le continue pubbliche rivendicazioni in ogni convegno, in ogni forum, in ogni salotto televisivo, sulla propria trasparenza, sulla necessità di rinnovamento del ceto dirigente, sul bisogno di etica, sull’esigenza di valori d’impresa, di tutela sociale del risparmio. Il nostro capitalismo s’ammanta di una concezione quasi religiosa nel creare profitto per sé e ricchezza per tutti, si copre e si ricopre della difesa della libera concorrenza e del mercato, ma è proprio qui che si annida il vero Far West.


Questo capitalismo che sulla carta rappresenta il fior fiore del pensiero liberale, alla prova dei fatti diventa pregno di doppiezza, colmo di ambiguità e, come dicevo, si trasforma in un capitalismo tanto predatorio nel comportamento quanto predicatorio nei salotti, perciò a noi cittadini non resta altro che osservare con disperato sconforto l’annoverarsi di casi come Cirio, Parmalat, Impregilo, Sasa, Autostrade, ecc.

 

Ecco una dimostrazione sintomatica di capitalismo predicatorio: il 30 novembre 2006, le Relazioni Esterne e Comunicazione del gruppo assicurativo Fondiaria-Sai spedisce una comunicazione (la n° 12) a tutti i dipendenti del Gruppo e alle Agenzie, nella quale si informa che la compagnia nata dalla fusione della fiorentina Fondiaria e della torinese Sai, è stata insignita dal Magnifico Rettore dell’Università Bocconi, dell’oscar di bilancio per la categoria “imprese di assicurazioni”: un riconoscimento promosso da FERPI – federazione Relazioni Pubbliche Italiana – per premiare le imprese che redigono il proprio bilancio in modo trasparente, esaustivo e con una particolare attenzione alla comunicazione.

 

La comunicazione è a firma dell’amministratore delegato e direttore generale Fausto Marchionni. A prima vista possono sembrare belle parole di cui andare orgogliosi. Tuttavia a ben vedere potrebbero risultare assai equivoche soprattutto per il momento scelto che appare alquanto sospetto, giacché tale comunicazione avviene proprio nello stesso istante in cui una delle due compagnie ora controllate da Fonsai, la Sasa, si busca una multa di oltre un milione di euro, la più grande nella storia delle assicurazioni mai comminata dall’Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni Private (l’Isvap).

 

Chi conosce i variegati aspetti anche paradossali della storia di queste due compagnie triestine, sa che esse erano compagnie semi-statali appartenenti alla galassia IRI, che furono privatizzate (nel senso di “regalate” al privato) secondo il dissoluto modello tutto italiano per il quale gli utili si privatizzano mentre le perdite si socializzano. Nel momento di acquistare, o meglio, acquisire le compagnie, Marchionni avrà certamente avuto poco tempo per dedicarsi ed avere una cognizione più profonda di cosa acquisiva (come diceva Freud, le cose avute senza pagarle hanno poco valore e ci si dedica poco a loro), perciò, diede il potere ad alcuni signorotti per gestire la transizione al nuovo gruppo di appartenenza, senza l’adeguata attenzione critica su cosa stava facendo, che poteri dava e a chi.

 

In questa fase scatta il capitalismo predatorio: le nuove satrapie, avvezze all’oltranzismo, si disfecero della vecchia direzione che guidava le compagnie, nel modo più infame, disonesto e ignobile possibile: quello di mentire spudoratamente sul comportamento dei dirigenti affibbiando loro condotte non vere. “Dàje dentro!” fu il grido dei nuovi sanculotti senza spessore, “Diamoci dentro!” Urlarono reticenti devoti e opportunisti pelosi, e le due Sasa furono la Bastiglia da abbattere con tutta la loro cultura assicurativa. Una Bastiglia da demolire con cattiveria spietata, disumana, con malvagità feroce e insensibile.

 

Ecco il nostro capitalismo da Far West. Ecco da dove trae alimento la già diffusa e profonda sfiducia anche dell’opinione pubblica sul funzionamento dell’intero apparato produttivo nazionale. In un Paese in cui la ricerca e l’innovazione praticamente non esistono e che viene collocato quasi sempre come fanalino di coda nell’Europa, una dirigenza che fa ricerca, che fa innovazione, viene fatta fuori senza che nessuno batta ciglio. E tutto questo ordire ordalie, per fare cosa poi? Per beccarsi la più grande multa della storia!? Ma allora, come si usa dire, sorge spontanea una domanda: perché furono licenziati i vecchi manager? Cosa si voleva da essi? Cosa mai avrebbero dovuto fare e non hanno fatto, per giustificare poi un trattamento così violento? Forse si chiedeva loro di comportarsi come decerebrati leccapiedi per la gioia della nuova dirigenza? O forse si ambiva una loro accondiscendenza verso un consenso incondizionato da buoni cicisbei cortigiani alle sleali e disoneste mascalzonate che poi sono sfociate nella monumentale sanzione?

 

Ma la madre di tutte le domande è un’altra: come ci si può difendere da eventuali proposte indecenti? Come può, ad esempio, un dirigente di Telecom rifiutare di fare cose di dubbio valore etico quando sa bene che potrebbe venir licenziato e che non gli si renderà mai giustizia? Nel nostro Far West non c’è una risposta valida. Non solo e non tanto perché la giustizia non è di questo mondo, ma soprattutto perché, sacrificata sull’altare dell’imparzialità, essa viene oppressa dal peggiore dei reati possibili: il sequestro della verità. Perciò la storia di Sasa e Sasa Vita appare istruttiva anche se lascia una profonda amarezza sia per quanto riguarda la giustizia (di coloro che la devono amministrare e cioè i giudici con l’eterno irrisolto problema della responsabilità civile dei magistrati) sia dal punto di vista etico-manageriale con il sempre più discutibile Far West della gestione aziendale, soprattutto quando questa gestione mira ai propri interessi infischiandosene delle persone, poiché il fine, per la classe padronale del nostro capitalismo, continua e continuerà sempre a giustificare i mezzi.

 

Dunque, alla madre di tutte le domande su come ci si può difendere da eventuali proposte indecenti, non c’è che una risposta tutta italiana, la madre di tutte le risposte: “tengo famiglia”. Sì, alla fine il “tengo famiglia” è un faro illuminante, è la stella polare su cui puntare il timone in tutti quei casi di dubbia professionalità che mettono a repentaglio possibili certezze etiche. Sicuramente sarebbe stata la risposta da tener presente anche nel caso delle compagnie triestine, piuttosto che il sonoro quanto inutile “Signornò signore!”. Perché il rifiuto netto, il ripudio alle bassezze, nel nostro Paese, ben presto rischia di trasformarsi in rappresaglia, in ritorsione, nella ripicca del licenziamento. I dirigenti che vanno dietro il tengo famiglia non si può biasimarli, se hanno fortuna la possono scampare liscia. Mentre a quelli che rispondono con un secco no, purtroppo resta solo una magra consolazione morale: hanno avuto i loro corpi ma non le loro anime. Nel caso Sasa e Sasa Vita i pochi dirigenti furono trattati come cetrioli in salamoia con un rassicurante brodo di certezze che camuffava il più turpe banditismo assicurativo, a cominciare dall’infame strazio imposto allora (e ancora oggi vigente), di dire di essere “una sola compagnia” là dove le compagnie erano due e sono ancora due. Un’infamia difficile da penetrare per chi non è dentro, ma difficile da capire anche per un giudice giacché non tutti sanno che in questo modo di agire potrebbe annidarsi una necessità ben più grave: quella del falso in bilancio.

 

Perciò nel nostro Paese c’è tanto spazio per il capitalismo predatorio dove la modalità operativa è il fine che giustifica i mezzi. Perché chi non sta a questo gioco avrà per tutta risposta la rivalsa del congedo. Questo spiega perché i manager mancano di strategia imprenditoriale laddove sono, invece, pieni zeppi di tatticismo, saturi di doppiezza, di opportunismo, di ambiguità pelosa. La dirigenza di Sasa e Sasa Vita fu il bersaglio degli anatemi e delle scomuniche giacché attraverso il desiderio di capire, quella vecchia dirigenza aveva messo a punto una chiave in grado di penetrare la dimensione enigmatica dell’antropologia manageriale prepotente e arrogante. Gli ex manager erano diventati inutili in quanto il loro comportamento non era scaturente da falsi utilitarismi o da logiche capziose ma acconsentivano ad una concezione ispirata ad un radicale impegno. Come spiegare altrimenti che da “ottimi dirigenti” agli occhi dei Consigli di Amministrazione, siano passati come in una diabolica metamorfosi, nei nuovi Consigli in sabotatori oggettivamente collusi, nemici e traditori da esecrare, da respingere, da bandire dal consorzio civile delle persone perbene? Due Consigli, quelli nuovi, che non ha mai voluto conoscere i dirigenti e perciò è stato più facile programmare subito la defenestrazione anche con bugie, in modo premeditato e con accanimento tanto che non è stato pagato neppure ciò che per contratto era loro dovuto. Ad esempio, in una delle tante udienze il quaquaraquà di turno disse che “la Società aveva un andamento calante perché i prodotti non erano appetibili, non c'era una spinta commerciale nei confronti degli agenti e dei broker, in particolare venivano venduti prodotti che si sono rivelati perdenti per l'assicurato e che erano stati vietati di vendere da una lettera dell'Isvap e la perdita del cliente determina un danno per la Società...”. Una dichiarazione fasulla e menzognera che per fortuna rimase agli atti e che nessuno potrà mai cancellare, a dimostrazione di un potere incontrastato e incontrastabile allergico al dissenso e insofferente alle critiche che aveva in testa solo delle ubbie.

 

Ma ora che questo fanatismo irresponsabile ha finito di riecheggiare nelle stanze dei bottoni, che quella fede inconcussa nei nuovi baroni è stata drasticamente interrotta con una colossale sanzione, viene da chiedersi se quelle parole cui si faceva riferimento all’inizio, sul premio per il bilancio redatto in modo trasparente, non fossero messe lì proprio per cercare di compensare quelle azioni non proprio cristalline che regolarmente sono state fatte sin dall’acquisizione delle compagnie triestine con la programmazione dell’esonero dei vecchi dirigenti nel 2001, arrivando poi alla gigantesca multa per irregolarità commesse nel 2003 e comminata nel 2006, anni dopo la violenta e traumatica fuoriuscita della dirigenza.

 

L’oratoria magniloquente degli avvocati che accusavano la vecchia dirigenza di nefandezze inesistenti, si è svelata per quello che in realtà era: vuota retorica che trasformava i rutti in do di petto. Questo è il capitalismo predicatorio e predatorio nel nostro Paese e fintantoché le cose continueranno ad andare così, sarà sempre più difficile raddrizzare la barca della nostra economia, dovuta alla mediocrità di questa classe imprenditoriale per la quale vale sempre la massima: “gli affari andati a buon fine non sono mai sporchi”.