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  martedì 18 marzo 2014
 Direttore: Gualtiero Vecellio
In dribbling tra l’opportuno, l’onesto ed il giusto

di Fausto Cadelli

Giusto è un aggettivo di cui si abusa, sia inteso come predicato di giustizia che di verità.

Piergiorgio Welby ci ha consegnato al suo significato autentico un aggettivo straordinario: opportuno (una morte opportuna). Ne manca uno, ed il quadro è completo: onesto.

 

Il giusto è l’equilibrio dettato dal diritto; l’onesto è l’equilibrio dettato dalla morale; l’opportuno è l’equilibrio dettato dal decoro. Nella prassi concreta dell’agire pubblico di ciascuno di noi, queste tre dimensioni s’intersecano tra loro: eppure ci si dovrebbe sforzare di tenerle distinte.

 

Il decoro è, tra le tre dimensioni, quella più trascurata. Il decoro è coscienza di sé, di ciò che è dovuto a se stessi o al proprio status: su tale coscienza si conforma l’abito esteriore idoneo a suscitare il rispetto altrui.

 

Naturalmente, nella scala dei valori la violazione del giusto (giusto deriva da ius), cioè la lesione del diritto, in particolare la commissione di un reato, è la violazione più grave. Ma la lesione del decoro, ovvero della dignità attesa, è, almeno in politica, altrettanto importante.

 

Mi ha molto addolorato, ad esempio, il ministro Amato allorché ha dichiarato che “il consumo di cocaina in Italia è spaventoso”. E’ stata una dichiarazione opportuna, decorosa? Dal mio punto di vista no: perché il dott. Amato è il Ministro degli Interni, non è un privato cittadino.

 

Egli è deputato, cioè, alla tutela dell’ordine pubblico. Fermo restando, peraltro, che è molto più spaventoso il consumo di alcool o di tabacco, che provoca decine di migliaia di morti, la “spaventosità” della cocaina non può che essere letta allora sotto il profilo della criminalità.

 

Ed è qui che la dichiarazione si fa spaventosamente inopportuna ed indecorosa: perché lo Stato, per bocca del suo Ministro, non può avere “paura” né della cocaina né della criminalità.

Una “paura” che si è bene vista attorno allo stadio di Catania.

 

Un’indecorosità confermata nella successiva dichiarazione di “non mandare più la Polizia” allo stadio: l’abdicazione della tutela dell’ordine pubblico. In un paese normale, sarebbe decoroso andarsene. In Italia, Amato va sotto braccio alla collega Melandri.

 

La quale parla sempre di etica nello sport essendosi formata in materia, da quanto mi pare di capire, su un testo fondamentale: la favola di Cappuccetto Rosso e del Lupo Cattivo.

(questo gran parlare di etica, peraltro, è contraddittorio: perché l’etica, a differenza del diritto e del decoro, è una dimensione tutta interiore del comportamento che ispira le altre due, ma che alla fine si deve ri-solvere in esse. Ad esempio, appartiene senz’altro all’etica riflettere sull’eutanasia: ma è indecoroso che il Parlamento non si esprima; e se si esprime dovrà essere prodotta una legge, e non un’etica, come nel caso della legge 40).      

 

Torniamo al calcio: un mondo meraviglioso, spaccato fedele, quasi perfetto, della nostra società. Quest’estate si è assistito alla retrocessione della Juventus, a furor di popolo ritenuta “giusta”. Giusta? Così hanno sentenziato i Cappuccetti Rossi intorno al Lupo Cattivo.

Se ci si peritasse di leggere le sentenze, si vedrebbe che la retrocessione, prevista soltanto per illecito sportivo, è stata stabilita decidendo che le ripetute (ed indecorose) violazioni della lealtà (cioè morale) sportiva (art. 1 CGS) equivalevano ad un illecito (art. 6 CGS).

Incredibile. Allora, la domanda è: perché esistono due articoli, uno per le violazioni dell’”onesto” ed uno per le violazioni del “giusto”, come sopra definito? Esiste una differenza di sostanza tra illecito e slealtà? La risposta è retorica: se una persona si comporta mille volte in modo indecorosamente arrogante (supponiamo che tale definizione si attagli a Luciano Moggi), è e rimane un arrogante, non si trasforma in bandito.

 

L’enorme distorsione giuridica di cui è stata oggetto la Juventus ( dico oggetto e non “vittima” perché non occorrono i cadaveri veri per capire che l’ingiustizia sportiva è altra cosa dalle ingiustizie del carcere o della vita), con l’eccezionale grandiosità delle pene comminate ad essa (sproporzionate rispetto ai fatti, non alle altre squadre) è figlia di quell’atroce con-fusione tra decoro, morale e diritto che ammorba il nostro paese. Una confusione talora involontaria, figlia dell’ignoranza o della buona fede, ma più spesso scientificamente voluta per costituire la precondizione di un omicidio, anzi di una strage: quella della legalità.

 

Non è affatto sorprendente, pertanto, la morte del poliziotto. Riepiloghiamo: lo “spavento” dello Stato; Cappuccetto Rosso al potere; lupi spellacchiati a caccia di comparsate TV; calciatori cascatori gementi e piangenti. Le dichiarazioni di Matarrese, Presidente della Lega calcio - il morto è inevitabile, fa parte del sistema- sono la logica espressione dello sfasciume di morale, diritto e decoro. Esse infatti sono vere (non “giuste”, non equivochiamo!) ma non sono né oneste (pensando a quanto non ha fatto questo signore in lustri di potere già consumato) né decorose (per evidenti ragioni sostanziali e di circostanza).

 

Fare un dribbling, nel calcio, costa spesso calci. Ma il calcio è un gioco, la politica no.

Fare dribbling tra senso di opportunità, di onestà e di giustizia, ovvero costruire un autentico senso di legalità è assai difficile. Ma è anche vero che si dovrebbe avere a disposizione un altro strumento: la testa.