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  martedì 18 marzo 2014
 Direttore: Gualtiero Vecellio
Da Giordano Bruno a Piergiorgio Welby (pensando Eluana)

di Fausto Cadelli

“Da Giordano Bruno a Piergiorgio Welby”, questo il titolo di un incontro tenutosi ad Udine il 17 febbraio, in occasione dell’anniversario della messa a morte del grande filosofo. Questo non è il resoconto della serata, disponibile su “Radio Radicale”, ma piuttosto il mio personale percorso, da Bruno a Welby, attraverso alcuni passaggi che mi sembrano essenziali. 

 

Bruno, come poi Spinoza, rifiutava radicalmente il concetto di Dio quale creatore della materia. In questo, Bruno si ricollegava al più antico inizio della filosofia. I primi grandi filosofi greci riflettevano, per l’appunto, sul senso unitario del Tutto, su ciò che al tempo stesso è principio ed elemento costitutivo. Per Bruno, nulla perisce se non la forma esteriore degli enti. “Muoio martire, e volentieri” sembra abbia esclamato prima del rogo, chissà, forse proprio pensando di Essere il Tutto. Mi sembra importante richiamare quanto antico sia questo atteggiamento filosofico, almeno tanto quanto, se non di più, il dualismo tra divino e materia, tra anima e corpo.

 

Un dualismo, quello tra Dio e materia, tipico di Platone ed Aristotele, e sul quale si innesta la gigantesca filosofia del cristianesimo, rinsaldata sul suo supporto tomistico. Questo settore del campo, quello del rapporto tra anima e corpo, è presidio della Chiesa, la quale, dal concetto di Dio creatore, cerca di occupare anche gli spazi altrui.

 

Non è qui il caso di ironizzare sull’idea biblica del Dio creatore, o sul tentativo di mettere la museruola all’evoluzionismo con l’idea del “progetto intelligente”. In questi giorni, si sta tenendo presso la Pontificia Università Lateranense, un convegno sul diritto naturale, utilizzato surrettiziamente dal Papa per liquidare con disprezzo i PACS.

 

L’assunto delle Chiesa è semplice. Dio è creatore della natura. Perciò, anche se l’uomo non guarda alla parola di Dio, ma alla sua natura, ritroverebbe comunque l’ordine stabilito da Dio. Dato che la natura, manifestamente, tende a riprodurre se stessa, allora solo la famiglia potenzialmente fertile è degna di tutela giuridica, per diritto naturale (!?). Sorvolo, per il momento, sul razzismo sotteso a questa affermazione. Mi interessa l’appropriazione indebita, il furto del diritto naturale. Il quale è un concetto antichissimo (più antico del cristianesimo…), è lo “ius gentium” dei latini. Il diritto delle genti, contrapposto al diritto della città, il che già la direbbe lunga sulla provenienza del diritto naturale.

 

Ma la mia stizza, più che alla Chiesa (che rubacchia…per natura) va tutta ai laici. Perché la ripresa potente del diritto naturale – in funzione della fondazione dello stato laico – avviene in epoca moderna (1625) con il giusnaturalismo, ed in particolare con Ugo Grozio che di tale corrente è considerato il fondatore. Disse Grozio:” Anche se Dio non esistesse, cosa che non si può dire senza commettere grave ingiuria, il diritto naturale esisterebbe comunque”. Siamo in un secolo, il 1600, devastato dalle guerre civili e di religione e Grozio capì che Dio non poteva essere più considerato il fondamento delle norme di convivenza civile.  

 

La portata del “De iure belli ac pacis” è straordinaria: costituisce il fondamento dello Stato laico moderno. Dio (l’unico Dio, quello cristiano) è spodestato dal trono in cui prepotentemente era stato assiso più di un millennio prima, da Teodosio e Costantino. “Anche se Dio non esistesse” – dice Grozio - l’uomo avrebbe in se stesso il fondamento della convivenza. Spiace che i laici non contrastino la pretesa della Chiesa di appropriarsi del diritto naturale, un furto senza scasso, si direbbe, visto che questo tesoro culturale non è per nulla difeso. Anzi, il diritto naturale, che per sua “natura” è indirizzato a coinvolgere e non ad escludere, viene sconciamente utilizzato per andare all’attacco dei “diversi”, specie se omosessuali (vedi PACS).

 

Una violazione non sorprendente del principio di uguaglianza. Per la Chiesa, infatti, gli uomini sono uguali rispetto a Dio. Il criterio è cioè trascendente, non immanente come quello dell’art. 3, per il quale il criterio di uguaglianza è tra gli uomini: le reciproche diversità, anche religiose, non contano, conta l’essere accomunati da una natura interiore razionale. E’ un discorso, questo, che porta a riflettere seriamente sulla compatibilità tra il cattolicesimo (ed i monoteismi) e la democrazia. Il punto sta proprio in questa mancata adesione al criterio immanente dell’uguaglianza, non tanto in altri aspetti, tutto sommato di colore, quale la constatazione che il Vaticano è una monarchia assoluta.

 

Così come mi sembrano punture di spillo, contro un colosso filosofico quale è la Chiesa, gli attacchi all’otto per mille, o all’intrusione della Chiesa in ogni aspetto della vita delle persone. Chi, come la Chiesa, pretende di dettare il senso del tutto, è assolutamente logico che dica la sua su ogni parte del tutto. Personalmente, lascerei cadere le polemiche piccole, per far cogliere invece tutta la forza di un pensiero alternativo e ben più antico del cristianesimo, che a buona ragione e diritto deve illuminare la legalità. Ma se non se ne difendono i capisaldi, ed il diritto naturale giusnaturalistico è tra questi, come si può pensare di vincere una battaglia come l’eutanasia?

 

Solo una certa idea di legalità, fondata sulla laicità che considera Dio un’ipotesi non necessaria alla convivenza civile, può liberare l’anima, per chi ci crede, dal suo sequestro indefinito nel corpo, operato dalla teologia. Se dualismo deve essere, tra anima e corpo, tra divino e materia, che dualismo – distacco – sia. La liberiamo, Eluana Englaro ?