Notizie Radicali
  il giornale telematico di Radicali Italiani
  martedì 18 marzo 2014
 Direttore: Gualtiero Vecellio
I signori né né

di Fausto Cadelli

Qualche volta possiamo essere tutti “signori né né”, ad esempio nei ballottaggi. I “né né”, che non partecipano al secondo turno, sono senz’altro delusi per l’esclusione del proprio candidato ma, se sono molti, dimostrano di avere una fiducia di fondo nel sistema, di non temere il diverso. Una scarsa presenza di “signori né né”, viceversa, che provoca una grande affluenza alle urne (come in Francia, o da noi) è il segno del sospetto reciproco, della diffidenza: voto questo/a perché altrimenti l’altro/a… Insomma, l’esigenza di distinguersi, di fare i “né né”, talvolta nasce dalla sfiducia negli altri, magari per molte buone ragioni.

 

Ma c’è anche un’altra tipologia di “signori né né”: i professionisti in buona fede. Essi sono maestri dello smarcamento: crearsi lo spazio per prendere la visibilità, l’articolo, l’intervista, la telecamera. Solo che se ricevi la palla, il canestro (o il gol) lo devi anche fare: sennò, alla lunga, si capisce che sei un bluff.

 

Anche se so di esprimere un giudizio veramente ingeneroso, i Volenterosi rischiano di finire in questa categoria dei “né né”, quella di chi gioca solo per sé. Rimando ad un  successivo intervento (se si rinverrà il merito di essere ospitato su “NR”), l’approfondimento sui Volenterosi. Questo, per due ragioni: la prima, è perché i Volenterosi meritano veramente molta attenzione; la seconda, perché è molto più urgente parlare di un’altra categoria di “né né”.

 

Anch’essi sono dei professionisti (anzi, il fior fiore!). Ma sono in mala fede: li ascolti parlare e ti rendi conto che non stanno dicendo alcunché: ti viene il sospetto che non sappiano dove andare. Invece, no. Il loro scopo è di non permettere agli altri di andare: fingono di discutere sui massimi sistemi, ed in realtà lo fanno per confondere, per sollevare fumo, per paralizzare, per stancare, per dissuadere.

 

Sono i “né né” contrari a “tutti gli integralismi”, gli afflitti perché “si vuole impedire alla Chiesa di parlare”. Sono tutti quelli che confondono scientificamente le parole (“terrorismo”, “insulti”, “vita umana=embrione=uomo=persona”, “aborto è l’uccisione di un bambino appena nato”).

 

Sono quelli che sanno che il potere è conoscenza, e la conoscenza è linguaggio; se le parole sono confuse è la realtà che si confonde. Sono quelli – e sono purtroppo tanti - che mentono, e grottescamente, per tastare il terreno, per saggiare fino a che punto sono fitte l’indifferenza e l’acquiescenza, per capire quando piazzare la stoccata decisiva.

 

Se non faccio i nomi è perché l’elenco è ormai troppo lungo. Tra gli ultimi casi, metto la più recente puntata di “Confronti”, in onda sulla Rai, con ospiti Feltri e De Bortoli (più Sgarbi, per non farsi mancare nulla), sulla nota vicenda del concerto del Primo Maggio. Più del nulla che veniva detto (un nulla in realtà assai sofisticato ed ammaliatore) mi ha colpito il cipiglio sprezzante con cui il giornalista “moderatore” sfidava i telespettatori a scrivere mail di critica, a fargli la morale, a “provare” a difendere colui che ha “offeso” il Papa.

 

Molti scrivono di fascismo, molti lo evocano. Spesso, lo ha fatto la sinistra italiana, alla disperata ricerca di stimmate democratiche. Non ho l’età per aver vissuto il fascismo o il nazismo. Ma sempre mi tormenta una domanda:” Come è stato possibile non accorgersi delle menzogne e votare il regime?”

 

Lo scaturire del fascismo è l’indifferenza alla menzogna. La censura, le carceri, le torture: quando arrivano è troppo facile (e non serve più) parlare di fascismo.

Non sto dicendo affatto che in Italia c’è o ci sarà il regime (nel senso del Ventennio): non ho le visioni, non sono un preveggente.

Ma so che c’è la menzogna, la più spudorata, e c’è l’indifferenza, la più avvilente. 

 

Il 12 maggio non sarò un “né né”. Quantunque “no taliban, no vatican” possa essere uno slogan grezzo, e criticabile, non può sfuggire la sua essenza, che non è affatto quello di un accostamento tra i due termini (solo gli sciocchi, o i professionisti in mala fede del “né né”, possono dire che questo slogan sia un’equivalenza implicita dei talebani con il Vaticano).

 

Con questo slogan, si vuole semplicemente dire che salvaguardare l’Occidente, sorto nella e dalla filosofia greca in cui il cristianesimo s’inserisce, significa due cose: difenderlo da quelli, pochi e pazzi, che lo attaccano tagliando le gole; difenderlo da se stesso, dai molti, ed intelligenti, che svuotano di senso le parole, e travisando deliberatamente le parole intendono rovesciare la realtà, ed il buonsenso. 

 

Questo è quello che mi sta a cuore, liberare chi crede che la libertà stia solo nel parare, e non si accorge che, parlando, dimostra di essere schiavo del non senso, dell’illogicità, dell’ipocrisia.

Questa è la distinzione: la laicità rischia di essere un equivoco linguistico. Laico è, in sé, chi non veste talare: con la conseguenza che tutti possono dirsi laici, anche le margherite e gli ex compagni confluiti nel PD, il che è tutto dire.

 

Ma non tutti possono dirsi liberi o, quantomeno, non schiavi.  

Questo credo sia giusto dirlo con molto integralismo, se per integralismo s’intende la coerenza costruita su valori che tutti, nel profondo di sé, intravvedono come integri, interi, incrollabili, inviolabili.

 

Per De Andrè, erano mille i papaveri rossi sul campo di grano.

Quest’anno, complice la stagione anticipata, la fioritura è in anticipo: il 12 maggio sarà piena. Mi sembra, però, che ce ne siano molti di meno, di papaveri, a punteggiare il grano; dicono che sia colpa e merito dei diserbanti sempre più selettivi, sparsi in modo sempre più scientifico.

 

A me pare che i radicali siano ridotti come questi pochi papaveri (e chi vuole leggere un riferimento alle droghe, faccia pure). Per me, occorre che i radicali si sciolgano subito.

Forse solo così quelle moltitudini che, passando, oggi guardano senza vedere, domani si mobiliteranno: solo quando, rimpiangendo i papaveri, si accorgeranno che essi erano solo il segno, e si nutrivano, di un tesoro andato perduto, di una vita seppellita sotto il grano.