Notizie Radicali
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  martedì 18 marzo 2014
 Direttore: Gualtiero Vecellio
La ecosofia di Biancardi

di Walter Mendizza

Nel numero 488 di venerdì 25 maggio di N.R., il compagno Guido Biancardi ha fatto alcune riflessioni condivisibili riguardo l’ambientalismo. Purtroppo ha utilizzato il termine ecosofia che, sebbene ha precisato si trattava di un neologismo che voleva riflettere una sorta di sapienza in materia ambientale elevata a dignità scientifica, non ha tenuto conto che il termine è già in uso da tempo in vari ambienti. La radice «eco» nell’accezione greca originale rinvia ad oïkos, cioè: casa, organizzazione domestica, habitat, ambiente naturale. Sofia vuol dire in greco conoscenza, sapere, saggezza: una traduzione letterale potrebbe quindi essere “saggezza dell’ambiente”.

Antesignano del termine ecosofia fu il filosofo Arne Naess dell’università di Oslo che addirittura precorrendo i tempi lo utilizzò nel 1960! Quella volta il pionieristico uso del termine aveva una connotazione che rovesciava la prospettiva antropocentrica: l’uomo non doveva collocarsi alla sommità della gerarchia dei viventi, ma inserirsi piuttosto nell’ecosfera. L’uomo è una parte nel Tutto. Una posizione non nuova per la filosofia buddista che aveva anticipato questa concezione olistica del mondo di qualche migliaio di anni, ma di imminente novità per l’occidente di mezzo secolo fa. Trent’anni dopo il termine fu utilizzato dal filosofo e psicanalista francese Félix Guattari dove sviluppava il concetto di “ecosofia” nell’opera “Le tre ecologie” del 1989, riferendosi ad una ecologia ambientale, ad una sociale e ad una mentale. Infine fu il sacerdote ispano-induista Raimon Panikkar, filosofo e teologo conosciuto anche nel nostro Paese dove viene spesso, che ci ha fatto conoscere il termine con il suo libro “Ecosofia. La nuova saggezza. Per una spiritualità della terra”.  Con questo termine egli intende la saggezza che è propria della terra in quanto soggetto vivente ed in quanto “madre” (molte culture usano l’espressione “madre terra”) che sa (ed in questo è saggia) come prendersi cura delle sue creature.

La nostra stessa associazione “tecnosophia” aveva in primis pensato a quel termine oltre un anno fa ma quando poi verificammo che era già stato utilizzato da altri, fu deciso di scartarlo preferendo il prefisso “tecno” e nel momento di confezionare il logo, abbiamo cercato di distinguere in questo prefisso le lettere e-c-o in maniera graficamente diversa, proprio per sottolineare quella peculiare e ambiziosa posizione che avrebbe dovuto farci conoscere e ri-conoscere proprio in base a quella “sapienza” (sophia) ambientale ed ecologica che si contrapponeva a quella jihad ambientalista catastrofista e fanatica che reclama il pentimento universale dell’occidente sviluppato per i mali commessi nei confronti del terzo mondo. Un “senso di colpa” al quale ci siamo abituati fin da piccoli a sentire sulle nostre spalle e che nel nostro Paese in particolare ha avuto e sta avendo grande eco (in senso di risonanza) e grandi effetti riparatori anche in termini di sfruttamento politico.

 

La scelta del prefisso “tecno” fu fatta grazie ad una affinità elettiva tra i fondatori dell’associazione essendo tutti noi accomunati dalla loro fede assoluta nella scienza e di conseguenza nella tecnica. Perché crediamo nella scienza e non ai preti o al mago Otelma? Per una ragione decisiva: perché il metodo scientifico è confermato dalla tecnica: perché il forno a microonde scalda, gli aerei volano, le lampadine si accendono, le medicine guariscono... Quindi il rapporto scienza-tecnica è strettissimo e lo è sempre stato. La scienza è un sapere che funziona, che cambia il mondo. Questa è la sua superiorità su tutti gli altri saperi. E l'efficacia della tecnica si riversa su tutto il metodo scientifico, anche su quelle sue teorie che non hanno una applicazione tecnica ma che fanno corpo con il resto del sapere scientifico, che generano un sistema prodotto con le stesse metodologie e la stessa logica di fondo... Non c'è una fede aprioristica nella logica e neppure un principio di autorità alla base della fede nella scienza. Si ha fede nella scienza perché è del tutto ragionevole averla a partire dalla evidenza del funzionamento della tecnica. Che la scienza sia pronta ad abbandonare ogni singola teoria in nome della maggiore efficacia di un'altra teoria è una conferma ulteriore di questo. Si fa bene a credere alla scienza perché la scienza è disposta a smentirsi e correggersi in funzione della sua efficacia. Quindi la scienza stessa non si pone come verità incontrovertibile ma è sapere ipotetico che si tiene costantemente aggiornato in rapporto a ciò che si mostra come il massimo dell'efficacia.

 

Dunque siamo d’accordo con l’intervento di Biancardi che l’avventura a cui i radicali non possono più sottrarsi è quella di riprendere in mano come nuova priorità un tema politico da essi “lasciato agli addetti” parecchi lustri fa e con il dono di un simbolo. A questo punto e vista la piega che ha preso l’ambientalismo puerile ed infantile dei verdi confezionato ad hoc per gli sprovveduti, viene spontaneo asserire con Biancardi che bisogna ridefinire per i radicali l’equilibrio ecologico in termini di espressione radicale, cioè di manifestazione di un processo su cui si indaga per guidarlo e non per essere spettatori affascinati.

 

Infine, il riferimento all’articolo di Severino sul Corriere della Sera del 24 maggio (Le fedi e la lotta per il potere) dove il filosofo affermava che “ogni fede è la volontà che il mondo abbia un certo senso piuttosto che altri…” E chi meglio dei radicali sanno interpretare il senso profondo di questo pensiero? Sono i radicali che hanno sempre sottolineato che la fede nella scienza è del tutto diversa da quella religiosa. Come dice Severino: “Certo, la fede scientifica è diversa dalla fede religiosa, dalla fede in cui anche l'arte consiste, ed è diversa anche dalla fede nella quale in effetti consiste la «verità» a cui si rivolge la tradizione filosofica. Diversissime la complessità, coerenza, potenza, consapevolezza di sé delle varie fedi; ma ogni fede è la volontà che il mondo abbia un certo senso piuttosto che altri, o che gli si debba dare un certo ordinamento piuttosto che altri. Proprio perché ha questo carattere, ogni fede è irrimediabilmente in conflitto con ogni altra. Vuole imporsi su ogni altra, a costo di distruggerla”.


I radicali mai hanno avuto alcun dubbio che la scienza e le religioni siano incompatibili, nonostante tutti i ripetuti tentativi di negare questa evidenza. La scienza, intesa come descrizione del mondo, e come “fede nella scienza”, come “convinzione che lo strumento scientifico sia strumento di verità”, ha in sé precisamente l'ambizione di cancellare le visioni mitiche e religiose del mondo. C'è una guerra che può conoscere tregue temporanee, ma mai la pace, fino a che una non ha fatto fuori le altre.

 

Un anno fa, in tempi non sospetti, Tecnosophia ebbe la lungimiranza di trovarsi un nome che abbracciasse la fede nella tecnica che, come dice Severino, è la fede più forte: “Ho più volte indicato i motivi per i quali la tecnica, adeguatamente intesa, è la fede più potente. Le fedi si combattono, ma per vincere debbono affidarsi alla potenza maggiore oggi esistente sulla Terra: la tecnica, appunto. E affidandosi alla tecnica ne riconoscono più o meno esplicitamente la primazia. In quanto voluta dalla fede più potente, la pax technica è la forma più potente della conflittualità”. In altra occasione Severino aveva espresso il concetto con questa formula: «Dio è la prima tecnica, la tecnica è l'ultimo Dio».


Perciò ha fatto bene Biancardi a rievocare e citare Severino nel suo articolo giacché il filosofo contrappone tutte queste fedi (di diversa potenza) ad una verità epistemica e incontrovertibile: quella fondata dal principio di non contraddizione. Anche i radicali condividono l'idea che la logica sia principio di realtà, cioè che il reale sia razionale. Dunque lasciamo il termine “Ecosofia” al suo destino e prendiamo quello più calzante, più persuasivo e soprattutto più potente (nel senso che dà Severino) di Tecnosophia.