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Aspettando la riforma dei talenti

• da La Stampa del 2 settembre 2008, pag. 28

di Michele Ainis

Un diluvio di riforme s’annuncia per questo mese: giustizia, federalismo, legge elettorale, poteri del governo. Resta però invisibile la riforma più essenziale, quella dei talenti. Eppure l’incapacità di riconoscerli, di stimolarli, di compensarne adeguatamente l’operato è la palla al piede della nostra società. Per l’Ocse, fra il 2001 e il 2006 in Italia la produttività del lavoro è cresciuta dell’1 per cento, 40 volte meno che in Estonia. Il Global Competitiveness Index 2006-2007 ci situa al 42º posto, perfino dietro le Barbados. Al contempo un vestito di gesso blocca la mobilità sociale, inchiodando i figli al medesimo destino dei propri genitori. Secondo una ricerca di Schizzerotto, quest’eredità pesa da 3 a 5 volte in più rispetto agli Usa, mentre per un operaio la probabilità di far carriera è del 3,2%, contro il 14,3% in Svezia.

Da qui la paura del futuro (i giovani italiani sono i più pessimisti d’Europa, racconta un’indagine Gallup realizzata il mese scorso). Da qui la caccia alle spintarelle (in un caso su due sono indispensabili per trovar lavoro, secondo una rilevazione Isfol del 2006). Da qui, più in generale, la scarsa fiducia nelle regole, l’arsenale di trucchi e di sgambetti coi quali ogni italiano sfanga la giornata. Sicché il cerchio si chiude: la questione meritocratica traligna in questione morale, e insieme all’efficienza s’inabissa la legalità del nostro vivere (in)civile.

Questa malattia tutta italiana è stata diagnosticata a più riprese: basta leggere i libri di Floris, Stella e Rizzo, Abravanel, solo a considerare i più recenti. Ma alla diagnosi non segue mai la terapia. Perché? Innanzitutto per una resistenza culturale, che una volta tanto unisce la destra e la sinistra, i preti e i mangiapreti. Sta di fatto che il solidarismo cattolico e l’egualitarismo ereditato dalla tradizione comunista hanno in sospetto ogni processo selettivo, in nome di un malinteso sentimento d’inclusione verso gli ultimi, verso chi uscirebbe fuori gara. Bella carità, quella di chi per aiutarti ti nega ogni riscatto sociale. E in secondo luogo sta di fatto che i privilegiati votano, e il loro voto è ormai più numeroso del voto degli esclusi, dei senza privilegio. Sarà per questo che i programmi elettorali di Prodi e Berlusconi non hanno speso neanche un rigo sull’abolizione degli ordini professionali. Una vergogna nazionale, un tappo alla libertà di concorrenza inventato dal fascismo, che l’Unione europea ci chiede a giorni alterni di riporre nel cestino dei rifiuti. Senza successo, dato che i loro iscritti - stando a un rapporto Censis del 2007 - sono ormai un milione e 90 mila. E dato altresì che fra tali iscritti milita il 31,4% dei parlamentari.

Sicché la meritocrazia rimane una parola in voga nei convegni, o al più in qualche sparuto editoriale. L’unico a metterci le mani fin qui è stato Brunetta, col suo progetto di cacciare i fannulloni. Ma i fannulloni non basta licenziarli: il vero problema è non assumerli. Per quest’impresa tuttavia dovremmo rivoltare l’Italia come un calzino usato, depurandola dalle incrostazioni delle lobbies, dal nepotismo, dalle connivenze fra commissari e candidati, dai conflitti d’interesse, dalla presa rapace dei partiti su ogni ganglio della nostra società. Dovremmo aprire una grande discussione sull’ingiustizia che non premia i meriti e non premia neppure l’eguaglianza: dopo gli Usa e il Regno Unito siamo infatti il Paese più diseguale di tutto l’Occidente, dice l’Human Development Report 2006. E in conclusione dovremmo liberarci della massima di Antifonte: «Tutti gli uomini sono eguali, perché tutti respirano col naso». Sarà pur vero, ma non ci impedisce di misurare i nasi. Sempre che, ovviamente, la politica disponga d’un buon metro. Ma dopotutto è questa la Bicamerale di cui davvero c’è bisogno: una Bicamerale dei talenti.



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