Oggi e domani si terrà in Gibuti un seminario parlamentare sulla legge nazionale per il contrasto e la prevenzione delle mutilazioni genitali femminili.
L’appuntamento è promosso da Non c’è Pace Senza Giustizia e dall’Unione Nazionale delle Donne del Gibuti, e si inserisce nell’ambito di un percorso politico legislativo che ha avuto inizio nel febbraio 2005, quando in collaborazione con il Governo del Gibuti abbiamo organizzato la Conferenza Sub-Regionale “Per un consenso politico e religioso sull’eliminazione delle MGF”. In quella occasione siamo riusciti a porre le basi per far sì che il Gibuti – uno dei paesi maggiormente colpiti dalla pratico (circa il 95% di prevalenza di MGF) – diventasse il Paese leader della lotta alle MGF nell’Africa Orientale.
A conclusione dei lavori infatti, non solo la comunità degli imam – decisamente contraria all’abbandono di questa tradizione - venne sconfitta, ma il Governo decise inoltre di raticare il Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa, testo che definisce i diritti delle donne in un contesto assai più ampio di quello relativo alle sole pratiche tradizionali lesive dell’integrità fisica delle donne e delle bambine.
Il seminario che inizia oggi coinvolgerà i parlamentari nell’analisi della legge nazionale contro le MGF, che risale al 1995, e nella stesura dei miglioramenti necessari a renderla più efficace e accessibile alle donne e alle numerose organizzazioni locali che patrocinano la tutela dei diritti dei minori.
Le difficoltà che il Governo incontra infatti nell’attuazione della Strategia Nazionale contro le MGF adottata nel 2006, sono proprio quelle relative all’applicazione di quanto previsto dall’articolo 333 del Codice Penale. Nessun caso è mai arrivato in giudizio nei tribunali, nessun caso è mai stato denunciato.
Le difficoltà nell’applicazione delle leggi volte al contrasto e alla prevenzione delle MGF in Africa sono state esaminate in modo approfondito già nel 2003, nell’ambito della Consulta di esperti del Cairo sugli strumenti legislativi contro le MGF promossa da Non c’è Pace Senza Giustizia, AIODS e il National Council for Childhood and Motherhood, l’organizzazione egiziana più attiva in materia di diritti delle donne e dell’infanzia.
In quel contesto presero la parola le più autorevoli esponenti africane e del Medio Oriente delle campagne contro le mutilazioni genitali femminili provenienti dal mondo della politica, dell’associazionismo, della magistratura e delle istituzioni internazionali.
L’obiettivo era quello di capire quale potesse essere il ruolo della legge nella lotta alle MGF e quindi quali potessero essero i modelli legislativi più efficaci per opporre a questa pratica tradizionale una drastica diminuzione della prevalenza in tutti i ventotto paesi a tradizione escissoria.
Nahid Toubia, sudanese, presidente dell’organizzazione britannica RAINBO, fece alcune considerazioni a riguardo, frutto di anni di studio, di indagini e di attività presso i villaggi del Sudan e di altri paesi africani.
Partendo dalla considerazione che le MGF sono una pratica legata a fattori economico-sociali molto potenti nella società africana, esse non sono vissute come un crimine bensì come un dovere sociale, e sono fortemente sostenute dalla comunità e dalle donne stesse. Questo accade perché le donne vivono sotto un regime sociale e politico di tipo patriarcale, che lascia loro pochissime possibilità di libera scelta e dove gli spazi per negoziare con gli uomini anche solo un frammento di “potere” all’interno della società sono estremamente ridotti. Mutilare le figlie e rispettare alcune regole sociali è un requisito essenziale per questi – comunque silenziosi - negoziati di potere. Le donne lo sanno d’istinto, e poiché non hanno null’altro a cui aggrapparsi difficilmente vi rinunceranno se non avranno altro – in termini di libertà – in cambio.
Ecco perché – secondo Nahid - una legge ad hoc sulle mutilazioni da sola non basta a sradicare questa pratica tradizionale: quel che serve è riportare le donne africane ad uno stato di pari dignità, diritti e doveri con gli uomini.
Con grande soddisfazione di tutti coloro che parteciparono alla Consulta del Cairo, a poche settimane dalla sua conclusione l’Unione Africana adottò il Protocollo di Maputo, il Protocollo aggiuntivo alla Carta Africana dei Diritti Umani sui diritti delle donne in Africa.
Le attiviste africane per i diritti umani e i diritti delle donne hanno giustamente individuato in questo documento la risposta alle osservazioni e alle problematiche sollevate da Nahid Toubia.
Questo trattato è composto di 32 articoli che impegnano i paesi che lo ratificano ad adeguare la propria legislazione interna introducendo una serie estesa di diritti delle donne: il diritto all’eredità, il diritto alla libera scelta di procreazione e il diritto alla libera contraccezione, il diritto ad interrompere una gravidanza indesiderata in sicurezza sanitaria, il diritto alla partecipazione politica, il diritto al divorzio, il diritto all’istruzione, il divieto al matrimonio forzato o precoce, il divieto a tutte le pratiche tradizionali dannose per la salute delle donne, come le mutilazioni genitali femminili.
Non si tratta quindi del solo tentativo di eliminare un “fenomeno” sempre più politicamente scomodo per i governi africani, ma anche della concreta volontà di portare le donne ad una stato di parità con gli uomini attraverso la legge, sancendo quindi una supremazia del diritto, della regola scritta di cui una società si dota per la convivenza comune rispetto alle convinzioni etiche, morali e religiose proprie del singolo individuo.
Alcuni contesti intellettuali e religiosi africani oppongono a questa straordinaria rivoluzione politico-legislativa una - alquanto discutibile – incompatibilità con la “cultura africana”, che mal si accorderebbe alle definizioni “occidentali” del Diritto e, in particolare, dei diritti umani. Ma si tratta di posizioni che, per quanto godano del potente sostegno dei fondamentalisti e dei conservatori, sono destinate ad essere sconfitte.
Una dimostrazione concreta di come stiano crescendo la conoscenza e la consapevolezza di accelerare la transizione democratica in Africa e in Medio Oriente, l’ha fornita recentemente l’Egitto: o meglio, le donne egiziane.
Il 10 giugno 2008, infatti, dopo un lungo e acceso dibattito iniziato a gennaio di quest’anno, che ha visto una dura opposizione da parte del partito dei Fratelli Musulmani, il Parlamento egiziano ha definitivamente approvato gli emendamenti alla legge sull’infanzia del 1996. Gli emendamenti riguardano in particolare l’innalzamento dell’età minima per contrarre matrimonio (da 16 a 18 anni), la possibilità per le madri di registrare i figli col proprio nome qualora il padre non voglia riconoscerli, l’adozione di forme di tutela e assistenza per i bambini che vivono in stato di detenzione insieme alle madri, l’innalzamento delle pene nei casi di abuso sessuale nei confronti di minori, la definitiva criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili.
I Fratelli Musulmani si sono opposti dichiarando che tali modifiche minano i principi e i valori religiosi su cui si fonda la famiglia tradizionale egiziana.
Per tutta risposta non solo le modifiche sono state approvate, ma la legge così modificata pone le basi per il processo di riforma anche del diritto di famiglia in Egitto, che i movimenti democratici del paese vogliono modificare per garantire maggiori diritti alle donne e rafforzarne il ruolo in seno alla società.
Il seminario che abbiamo promosso in Gibuti e che investe direttamente i parlamentari – per la prima volta – nella stesura di strumenti legislativi efficaci nella lotta alle mutilazioni genitali femminili, risentirà positivamente di quanto accaduto in Egitto, così come gli effetti positivi delle conquiste via via ottenute nell’arco di questi ultimi dieci anni già si vedono in molti paesi africani.
Per quanto i radicali, per mezzo di Non c’è Pace Senza Giustizia, siano piuttosto “nuovi” nella lotta ventennale contro le MGF (abbiamo iniziato il nostro primo programma nel 2001), tuttavia la strada da noi perseguita dell’affermazione del diritto come presupposto per il cambiamento politico, sociale e culturale nei confronti delle mutilazioni genitali femminili sta portando già ora dei risultati concreti. Abbandonare le MGF è possibile e sul bilancio dei cinque anni trascorsi dall’adozione della Dichiarazione del Cairo, Non cè Pace Senza Giustizia ha in programma di convocare un appuntamento pubblico in Egitto, che chiami a raccolta tutte le attiviste che in questi anni hanno lavorato con grande determinazione (e coraggio) per l’affermazione dei diritti delle donne.