Stop alla forca: come si fa? «Deve nascere una potente rete mondiale capace di denunciare torture e arresti per rapporti omosessuali e fermare le esecuzioni». E’ l’obiettivo di Matteo Pegoraro co-presidente con Roberto Malini e Dario Picciau del Gruppo Everyone. Il caso Pegah, l’odissea di Mehdi, la terribile storia di Makwan, iraniano giustiziato per aver avuto a 13 anni rapporti con un suo coetaneo, sono stati sottratti al silenzio grazie alla pattuglia di Everyone, organizzazione internazionale contro le discriminazioni e peri diritti umani, ramificata in Europa e in America. Il gruppo non lavora solo contro le discriminazioni anti-gay. Sul sito wvvvv.everyonegroup.com ci sono notizie delle campagne per i rom o per i disabili e in basso campeggia il link alla pagina web di «Famiglia cristiana».
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Ma da qualche anno l’emergenza gay nel mondo si è acutizzata. «Collaboriamo molto con l’Iran queer organitation (Irgo) da quando Arsham Parsi è riuscito a scappare in Canada e da lì tenere i contatti con gli attivisti che rischiano in patria. Dal 2005 la situazione in Iran si è inasprita. Con l’ascesa di Ahmadinejad è scattata la persecuzione. Ci sono infiltrati della polizia nei gruppi di omosex. Nei luoghi dove si incontrano per parlare senza essere notati, sono frequenti le retate e l’arresto degli innocenti». C’è un video girato ai danni dei due giovani in carcere dal gennaio scorso. Si chiamano Hamzeh Chavi e Loghman Hamzehpour, sono una giovanissima coppia, hanno 18 e 19 anni. Il tribunale islamico li ha rinviati a giudizio con le accuse di «Mohareb» reato di chi è nemico di Allah e «Lavat», sodomia, il video li ha inchiodati e loro hanno ammesso di amarsi. «Ma come fanno le autorità  ad avere quel video? Grazie agli infiltrati», commenta Pegoraro. Adesso i due ragazzi in attesa di processo rischiano la forca. «Abbiamo contatti in Iran cerchiamo di non far cadere tutto nel silenzio, come vorrebbe il ministero della Giustizia per poi fare l’esecuzione capitale in sordina. Così è successo per Makwan, giustiziato senza che l’avvocato e i familiari venissero avvertiti». Everyone ha seguito il caso di Mehdi Kazemi, riuscendo a ottenere nel maggio di quest’anno l’asilo nel Regno Unito per il giovane ventenne che ha rischiato di essere deportato in Iran, dove lo aspettava la tortura. «Mehdi ci chiedeva di non pubblicare il suo nome e cognome nel timore che i suoi familiari in patria venissero perseguitati. La polizia intercetta anche le mail e i contatti via Internet».
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LA STORIA DI MEHDI KAZEMI
Mehdi ha ottenuto l’asilo grazie al rapporto-denuncia presentato con «i Radicali al Parlamento europeo che dimostrava il diritto all’asilo e i gravissimi abusi commessi dall’Home Office. Il Parlamento europeo ha approvato una Risoluzione urgente». Non solo, nel regno Unito venivano cambiate le procedure di concessione dello status di rifugiato. Grazie alle campagne di sensibilizzazione è mutato l’atteggiamento dell’Home office, equivalente del nostro «ministero dell’immigrazione». Pegah, la lesbica iraniana rifugiatasi a Londra dove rischiava il rimpatrio, resta in attesa di asilo. Everyone si batte per l’asilo dei gay iraniani che scappano in Turchia raggiungendo poi Regno Unito, Canada, Olanda e Grecia. Per gli altri cerca di scongiurare la forca. «Occorre una Rete mondiale di attivisti che curi i singoli casi, faccia campagne di sensibilizzazione, intervenga con autorità ». Mehdi ce l’ha fatta. Parham, il suo compagno, è stato assassinato dal boia.Â