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La scommessa del “Partito Democratico” che non c’è e che vorremmo sia
Lettera aperta a Stefano Menichini e Federico Orlando

20 febbraio 2009

di Valter Vecellio

Caro Menichini, caro Orlando,

basta ora parlare di Veltroni, almeno nei termini in cui se ne parla, se ne scrive. Il problema, piuttosto è il partito che non c’è, il partito che, a quanto pare, non si sa neppure immaginare… Doveva, voleva essere il Partito Democratico: l’organizzazione politica “altra” e alternativa al modello tradizionale di partito. Nei fatti si è tradotto in una sommatoria di convenienze, pochi ideali, idee-forza che non si sono tradotte in proposta e iniziativa politica, occupazione di postazioni di potere fine a se stessa. Quando si farà la storia di questi mesi, e si analizzeranno scelte e comportamenti, se ne ricaverà un quadro avvilente e sconcertante: lascia basiti la quantità di errori, le innumerevoli scempiaggini e corbellerie di cui si è stati capaci. Giudizio severo, liquidatorio?

Ma come definire il fatto che l’idea stessa di “partito democratico” è stata, nei fatti, nel concreto e nel quotidiano, dilapidata? Doveva, poteva essere una formazione aperta, capace di favorire aggregazioni; dove potessero convivere sensibilità le più diverse, come accade nei paesi anglosassoni. Niente di tutto ciò: logiche spartitorie e barattiere hanno creato solchi, fratture, allontanato energie. Si è riusciti mirabilmente a coniugare il peggio del “vecchio” col peggio del “nuovo”; e il gioco al massacro continua: basta sfogliare le cronache politiche di queste ore.

Se il problema è il “che fare?”, e gli strumenti, gli “utensili” da utilizzare, ancora una volta – consapevoli del possibile e dell’improbabile – su tutti noi, spetta il compito, e grava la responsabilità, di indicare la possibile strada e possibilità di uscita da una situazione la cui gravità è sotto gli occhi di tutti.

Se le “forme” sono anche “sostanza”, e se la “forma” è la durata delle cose, senza false modestie credo che i radicali debbano, ostinati e duri di cervice come sanno essere e sono, continuare a proporre come base di riflessione per il Partito Democratico quegli elementi di forma statutaria che da cinquant’anni li governa; in particolare alcuni punti fondamentali: iscrizione accolta senza possibilità che possa essere rifiutata; esplicita rivendicazione della positività della doppia e plurima tessera; nessuna possibilità di poter essere escluso dal partito, perché non ci sono i probiviri e altri meccanismi di espulsione; congresso a data fissa, aperto agli iscritti, che hanno, tutti, indistintamente, possibilità di candidarsi alla guida del partito, proporre e votare documenti; autonomia dei gruppi parlamentari e degli eletti…Perché non avviare un confronto serio, su questi temi? Perché non invitare i Gianfranco Pasquino, i Michele Salvati, i Luigi Manconi, i Fulvio Cammarano, a ragionare e dibattere su queste “follie”? E siamo proprio sicuri,, poi che si tratti di “follie”? Sicuri che la scommessa del Partito Democratico non passi anche da qui?

Poi certo: mancano, sono mancate – si sono accuratamente evitate, verrebbe da dire – le occasioni di confronto e di dibattito, anche di scontro duro su temi urticanti e questioni che possono risultare laceranti, come quelle che oggi s’usa definire “eticamente sensibili”, e che sono null’altro che i diritti civili: testamento biologico, dignità della vita, quando comincia e quando finisce e chi può decidere se e quando non ha più senso di essere vissuta…Ma per dire: c’è un qualche motivo valido che induce a ritenere che il mondo cattolico si identifichi solo in Paola Binetti o Luigi Bobba? Ignazio Marino, non è cattolico al pari dei teo-Dem? C’è un “Partito del silenzio” che è tale perché è silenziato, ignorato, negato. Un “partito” che chiede – grida - di potersi esprimere, partecipare, decidere. Quando gli si darà voce, rappresentanza, ci si deciderà a ri/conoscerlo?

Questo è il nucleo attorno al quale si può e di dovrebbe ragionare, quando si parla di Partito Democratico. Su questa base sarebbe utile, ma anche necessario e urgente, avviare una riflessione teorica e non astratta; su queste basi si potrebbero certamente costruire unità “laiche” nel senso più autentico del termine: da sempre si sostiene la necessità di processi politici che favoriscano l’unità laica delle forze, in luogo della sterile e vagheggiata unità delle forze laiche. Certo: poi si dovrà fare i conti anche con i radicali, con Marco Pannella e con Emma Bonino, presenze scomode e ingombranti. Ma davvero si ritiene conveniente continuare ad esorcizzarli con un “niet”, come ha fatto Goffredo Bettini, con una liquidatoria intervista che non gli fa davvero onore, e rivela piuttosto una miopia politica che, evidentemente, ha generato ben altri disastri? Non è preferibile una onesta lealtà a un’acritica, servile, fedeltà? Anche di questo discuteremo e ragioneremo, la prossima settimana, al congresso italiano del Partito Radicale Trasnazionale a Chianciano. Con voi, è sperabile, augurabile.



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