Nell’imminenza della manifestazione del 4 Aprile della CGIL la tentazione sarebbe di aggiungersi alla schiera - c’è da giurarci - del milione, poco più o poco meno, di persone che imprecheranno, giustamente, contro la pochezza demagogica delle misure prese da questo Governo contro la crisi.
Ma qualche migliaio di radicali italiani (questi sono i numeri a cui ci ha ridotto quest’infame regime partitocratico), unici volontari della politica nostrana (che si sarebbero pagati comunque di tasca propria anche la trasferta a Roma) di certo non avrebbero aggiunto nulla al colpo d’occhio, alla folla colorata di lotta (?) che vi sarà .
Quello che si ritiene più utile è provare ad instaurare un dialogo, un interlocuzione possibile con la CGIL, di più con le ansie dei suoi lavoratori iscritti.
Si è già detto anzi scritto, in merito all’Accordo separato, dell’apparente scorciatoia percorsa nel provare a scaricare i costi della crisi sempre sui soliti noti: i lavoratori dipendenti; come di quella più pericolosa di ingabbiare le rivendicazioni sociali che comunque vi saranno annullando, di fatto, il diritto individuale allo sciopero.
Al Circo Massimo, ne sono sicuro, ci saranno rivendicazioni giuste, lavoratori prossimi alla cassa integrazione o già cassa integrati, atipici e lavoratori a tempo determinato a cui non verrà rinnovato il contratto, lavoratori dipendenti che non ce la fanno proprio ad arrivare a fine mese.
Il tema centrale, la lotta da non rinviare, proprio in questo momento di crisi - dura, vera e si teme prolungata – anche il 4 Aprile, dovrebbe essere quello della riforma del welfare, di un sistema di protezione degli individui che in Italia raggiunge poco più del 30 % dei lavoratori che perdono il loro lavoro e che affrontano periodi, più o meno lunghi, di non lavoro.
La lotta dovrebbe essere per una riforma complessiva verso un sistema davvero universalistico: l’abbandono dell’iniqua cassa integrazione, pensata e peggio ancora attuata in favore degli “imprenditori amici” che la chiedono ad ogni piè sospinto per statalizzare il loro rischio di impresa o le loro incapacità , in favore di un’indennità di disoccupazione, non solo per questo periodo di emergenza, reale e concreta, che raggiunga, come avviene nei paesi nord europei, la stragrande maggioranza delle persone senza lavoro.
Passare da un sistema di welfare particolaristico ad uno universalistico consentirebbe, inoltre, di affrontare anche l’altra piaga, quella dei precari tra i precari e cioè dei lavoratori in nero – costretti all’illegalità dallo stato di necessità in cui versano - che non si può pensare di sconfiggere solo con la repressione, con gli Ispettori del Lavoro, i Carabinieri, la Polizia e la Guardia di Finanza.
Gli ultimi degli ultimi, i lavoratori in nero (oggi in stragrande maggioranza stranieri) spesso sono dimenticati o, di fatto, abbandonati dalle rigidità ideologiche della confederazione di Guglielmo Epifani.
E’ davvero necessario tornare a discutere sul come far emergere questo incredibile fenomeno, questo sommerso - oggi escluso da ogni forma di welfare - che di certo cospira, a tutto vantaggio dei padroni, con le tutele di questi lavoratori; lavoratori che proprio non esistono né per lo Stato ma nemmeno per le confederazioni sindacali.
C’è da sperare, invece, che il 4 Aprile tutto non si riduca alla mera invettiva, peraltro giustificata, contro il “capace di tutto” magari al fine ottenere, con la convergenza già realizzata anche di UIL, CISL e Confindustria, l’allungamento del periodo di cassa integrazione ordinaria da 52 a 104 settimane; costituirebbe l’ennesima occasione rinviata per lottare per le riforme strutturali di cui il paese avrebbe bisogno e per muoversi verso l’obiettivo del 100% dei lavoratori raggiunti dall’assistenza dello Stato; peggio diverrebbe l’ennesimo concorso col padrone per tutelare, con i soldi di tutti, le solite grosse famiglie di imprenditori amici.
In favore dei più deboli, dei miserabili e contro le oligarchie parassitarie delle risorse statali, mutuando molto se non tutto dall’ “Abolire la miseria” di Ernesto Rossi, al nostro paese servono idee autenticamente riformatrici, serve un confronto di idee, a partire da quelle di Marco Biagi che, al di là di ogni retorica celebrativa, questo Governo sembra aver proprio dimenticato.
Noi radicali al dialogo ci teniamo e ci terremo; ed Epifani ?