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Se la classe operaia vota centro-destra…

4 maggio 2009

di Valter Vecellio

Popolo della Libertà oltre il 50 per cento dei consensi, Partito Democratico attestato intorno al 26 per cento. I dati del sondaggio Ipsos-“Sole 24 Ore” non sono di per sé una novità, piuttosto una ulteriore conferma. Tra i professionisti e gli autonomi il consenso alla coalizione guidata da Silvio Berlusconi assume connotati “bulgari”: raggiungerebbe punte intorno al 70 per cento; ma dove la “ferita” sanguina maggiormente è quando si analizzano i dati di quella parte di elettorato tradizionalmente legato alla sinistra, gli operai: qui il consenso di PdL e Lega oltrepasserebbe il 43 per cento, mentre il PD si attesterebbe a un assai più modesto 22,4 per cento. Il Partito Democratico certamente sconta la concorrenza dell’Italia dei Valori di Antonio di Pietro, che lucra spazi e consensi facendo leva su demagogia e un qualunquismo di facile presa; e paga la concorrenza delle altre liste a sinistra: Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi, Socialisti; anche se non riusciranno a oltrepassare la soglia del 4 per cento necessaria per approdare al Parlamento Europeo erodono prezioso consenso e punti di percentuale.

 

Pur considerando tutto ciò, è incontestabile il consenso che Berlusconi  ha saputo strappare al centro-sinistra. Una tendenza in questo senso era già visibile l’indomani delle elezioni del 13 e 14 aprile scorso. “Itanes” (Italian Election Studies), un gruppo di ricerca avviato nei primi anni ‘90 dall’Istituto Cattaneo di Bologna e guidato da un “allievo” di Giovanni Sartori, il professor Giacomo Sani, a suo tempo elaborò un utilissimo rapporto, “Vincitori e vinti nelle elezioni del 2008”. Emergono verità sorprendenti e scomode (beninteso, per gli sconfitti, non certo per i vincitori).

 

Il PD ha pagato un effetto congiunto: da una parte quella che gli studiosi definiscono “astensione selettiva” (che ha penalizzato molto più il PD del PdL), dall’altra una vera e propria trasmigrazione; in parole povere: su tre elettori, uno ha deciso di non votare; un altro ha votato la coalizione avversaria: “Le formazioni di centro-sinistra”, si legge, “accusano un saldo negativo tra i flussi di mobilitazione e smobilitazione pari a circa il 4 per cento dell’elettorato... mentre il PD perde a favore dei partiti del centro-destra circa il 10 per cento di coloro che avevano votato nel 2006 per l’Ulivo”.

 

Se ne ricava che la tradizionale base elettorale del centrosinistra ha oggi più fiducia nell’azione di governo di Berlusconi che in quella di oppositore del PD; ma non può essere solo questo. E’ sufficiente leggersi un libro documentato come “Razza padana” di Adalberto Signore e Alessandro Trocino; racconta i venticinque anni della Lega di Umberto Bossi, e anche qui le sorprese non mancano: a fronte delle folkloristiche e “rumorose” uscite dei leader della Lega, corrisponde, dicono gli autori,  un partito composto da “quadri” che – nelle amministrazioni locali – la cui azione viene apprezzata dagli elettori, a prescindere dalla fascia sociale a cui appartengono. Al punto che non è più una bizzarria, in Lombardia o in Piemonte, che iscritti alla CGIL siano anche iscritti alla Lega o comunque non abbiano problemi a votare per esponenti del centro-destra.

 

La novità è che il fenomeno si è consolidato e ulteriormente diffuso. C’è tutto un mondo che non vota più a sinistra, stanco di litigi, demagogie, inconcludenti dichiarazioni d’intenti. Una situazione invano segnalata da quella parte del PD più a contatto con l’opinione pubblica come, per fare due nomi, i sindaci di Torino Sergio Chiamparino, e di Venezia Massimo Cacciari, Cassandre inascoltate: Veltroni, assistito da uno stratega di nessuna strategia come Goffredo Bettini, ha inanellato una sconfitta più amara dell’altra, fino alle dimissioni; e ora Dario Franceschini cerca unire i cocci di un vaso finito in mille frantumi. L’esito di questi sforzi è certificato dai risultati del sondaggio Ipsos-“Sole 24 Ore”: amari, per il PD, certamente; ma anche conferma di una situazione la cui causa è da ricercare nel PD stesso. Al punto in cui il PD è giunto, c’è solo da attendere che si consumi lo sfacelo. Non hanno tralasciato nulla perché questo sfacelo si consumasse, e ora raccolgono quello che hanno seminato.



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