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Si dimetta

24 giugno 2009

di Francesco Pullia

Chi scrive non è affatto un puritano. Crede però, da gandhiano, fermamente nell’etica. Non in quella farisaica, di facciata, con cui i benpensanti, intimamente corrotti e corruttori, sono soliti lastricare autostrade che conducono allo squallore. No.

 

Si tratta semplicemente di rigore interiore, che non può essere certamente imposto a nessuno ma neanche eluso da doppiezze o manipolato a comando.

 

Uno degli insegnamenti più importanti che ho ricevuto da Marco Pannella, allorquando a quattordici anni intrapresi la mia militanza radicale, sta proprio nella diretta e stretta consequenzialità tra pubblico e privato.

 

Un esempio banale riferito alla mia persona: se dico pubblicamente di essere vegetariano e animalista, come ormai tutti sanno, sarebbe inammissibile che, poi, in segreto divorassi quantitativi abnormi di bistecche o altro materiale derivante dalla sofferenza e dall’uccisione di un essere. Sarei un ipocrita e, come tale, meriterei di essere svillaneggiato. Pannella, e come lui tutti i testimoni di nonviolenza, ce lo ha insegnato: tutto ciò che è privato è pubblico e viceversa.

 

Questo preambolo per affermare, assumendomene tutta la responsabilità, che l’attuale presidente del Consiglio se ne deve andare e pure presto perché ogni giorno che resta in più in carica lede la dignità del nostro paese, contribuisce al suo affondamento e al pervicace tradimento della costituzione, ostacola la ripresa economica (non sosteniamo, come Amartya Sen, che lo sviluppo si regge sulla democrazia?), umilia tanta povera e onesta gente, tra cui si inserisce il sottoscritto, che, nonostante tanti sacrifici, non ce la fa a quadrare i conti a fine mese e considera un affronto che qualcuno si comporti in modo, per usare eufemismi, sprezzante e arrogante.

 

In paesi civili (e il pensiero ricorre subito al mondo anglosassone) per molto meno, quando si detengono cariche pubbliche, si sente il dovere di rassegnare le dimissioni o, almeno, di fornire dettagliate giustificazioni del proprio operato.

 

In caso contrario, infatti, si getta discredito sulle istituzioni e sull’intero paese, checché sostenga qualche mezzobusto televisivo.

 

Un paese non può concedersi di avere alla più alta carica governativa figure degne del pirandelliano uno, nessuno, centomila.

 

Anni fa un segretario di Radicali Italiani disse brillantemente che se i cani antidroga fossero entrati in Parlamento sarebbero andati in tilt. Siamo curiosi di sapere cosa quell’ex segretario, giunto adesso alla corte di quel principe da lui allora tanto biasimato, pensa davvero della incresciosa situazione dovuta non certo a chissà quali occulte macchinazioni ma all’inesistente senso dello Stato insito in coscienze che dovrebbero, invece, stagliarsi, essere di esempio.

E’ vero non tutti sono in grado di spingersi ai vertici di La Pira, Capitini, Dolci, dello stesso don Sturzo. Ma non per questo ci si può sentire al di sopra dell’umano giudizio (lasciamo stare quello divino). L’Italia non è un palcoscenico d’avanspettacolo e i suoi abitanti, bianchi, gialli o “abbronzati” che siano, non meritano di essere trattati in modo infamante.

 

Da nonviolenti siamo persuasi che senza verità (e dignità) non si vada da nessuna parte.



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