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Di quale libertà di stampa parlano i censori di questa sinistra? L’emblematica vicenda di un libro “revisionista”

8 settembre 2009

di Francesco Pullia

Ci si può fidare di questa sinistra che, spacciandosi per garante della libertà di stampa, pretende di scendere in piazza contro bavagli, veri o falsi che siano? Con tutta la buona volontà, e senza alcun pregiudizio, la risposta non può che essere negativa.

Se non ne siete convinti, recatevi in una regione rossa blindata, blindatissima, come l’Umbria per rendervi conto di cosa intenda per democrazia questa sinistra nient’affatto liberale e sempre più massimalista.

 

La vicenda che vogliamo raccontarvi è emblematica. Dunque, Marcello Marcellini, stimato avvocato ternano, con un passato politico di sinistra e, comunque, assolutamente non di destra, si prende un giorno la briga di fare una meticolosa ricerca, basata su documenti e interviste agli ultimi testimoni viventi, su alcuni episodi archiviati e accantonati della resistenza in Umbria e in limitrofe località laziali.

 

Ne viene fuori un libro toccante edito dalla Mursia, prestigiosa casa editrice milanese che non ci pare si possa di certo etichettare come “di destra” o “nostalgica” del tragico ventennio. S’intitola “I giustizieri”. Sottotitolo: “1944: la brigata Gramsci tra Umbria e Lazio”.

Ci siamo permessi di scriverne la recensione in due versioni, una, più estesa e articolata, per “Notizie Radicali”, il giornale telematico di Radicali Italiani, e un’altra inizialmente per le pagine di cronaca locale del quotidiano “Il Messaggero” e successivamente, appurato che lì non sarebbe stata pubblicata, per il “Corriere dell’Umbria”.

Non l’avessimo mai fatto!

 

“Ci sono pagine, soprattutto recenti” – sostenevamo, tra l’altro, in pieno accordo con la tesi di fondo del bel saggio di Romolo Gobbi, “Il mito della resistenza” (Rizzoli, 1992) – “nei cui confronti la storiografia ufficiale continua ad opporre un muro di ostinata reticenza preferendo alla verità nuda e cruda l'invenzione di miti fondati sulla verosimiglianza, appartenenti cioè unicamente alla sfera di un immaginario di comodo. “I giustizieri” è, in questo senso, un libro coraggioso e anticonformista perché non ha il timore di riportare alla luce atrocità commesse oltre sessant'anni fa e tacitate per vigliaccheria (…) Le vicende narrate sono estremamente gravi e si riferiscono al ruolo svolto, in un tratto appenninico all'incrocio tra i due territori di Terni e di Rieti, dalla brigata "A. Gramsci".

Gli episodi rievocati sono avvenuti tra l'11 marzo e il 18 maggio 1944 e fanno accapponare la pelle. Violenze gratuite, sevizie, omicidi brutali, feroci, ipocritamente ammantati di connotati politici e, cosa assai più disgustosa, rimasti impuniti”.

 

In particolare, ci soffermavamo sul terzo capitolo del libro in cui viene narrato l’assassinio di un uomo accusato di essere connivente con il fascismo. Prelevato a tarda notte sotto lo sguardo atterrito della moglie e del figlio, fu portato nel folto del bosco. Tania, l'affezionatissima cagnolina chiazzata di bianco e marrone, lo volle seguire. Il suo cadavere "venne scoperto casualmente la mattina dell'8 maggio (...) a circa un chilometro di distanza dalla sua casa (...) Era in uno stato di avanzata putrefazione, supino, a braccia aperte, con il cranio fracassato e il ventre squarciato dalle pugnalate. I suoi assassini si erano accaniti su di lui cavandogli gli occhi e recidendogli gli organi genitali. Accanto, sopra il suo braccio sinistro, giaceva Tania, la fedele cagnetta, uccisa a pugnalate e poi gettata sopra il corpo del suo padrone".

 

In chiusura, ci permettevamo di esortare a trarre profitto dalla lettura delle duecento pagine del testo per abbattere, una buona volta, l'ideologia dell'odio.

 

C’è qualcosa di strano? Sono state forse negate le inqualificabili nefandezze compiute, sull’altro versante, dai nazifascisti? No, nella maniera più assoluta. Si esortava soltanto ad assumere nei confronti della storia un atteggiamento misurato, privo di rancori e faziosità, nella consapevolezza che ogni violenza, ogni omicidio, ogni atto di sangue da qualsiasi parte provenga costituisce, senza se e senza ma, una sconfitta, un’ulcera per l’umanità.

Purtroppo, però, per la nostra sinistra esiste solo una verità, la propria. Ne deriva una concezione, come dire, un po’ bislacca della democrazia.

 

E così, rei di avere semplicemente recensito un libro, prima abbiamo ricevuto una lettera anonima, prontamente consegnata alla Digos, e poi siamo stati, insieme all’autore “incriminato”, oggetto di una sorta di fatwa. Il tiro di fuoco è stato avviato dalle colonne di un periodico regionale che esce allegato al “Manifesto” e poi via, taratatam.

 

Le accuse non sono difficili da immaginare: revisionismo (il comunismo sarà pure crollato, i comunisti saranno pure spariti, come almeno vorrebbero indurci a credere, sta di fatto che la loro bolsa terminologia resta, eccome), viscidume, ignoranza storica, pressappochismo.

Ecco alcuni esempi (gli errori originari di ortografia sono stati, per spirito di carità, da noi corretti): “Francesco Pullia è persona colta e gentile ma in politica si trova a prendere delle cantonate”, “le recensioni possono essere anche descrittive e neutrali. La sua non lo è e lascia perplessi il fatto che la proponga in una città che ha conosciuto e subito il fascismo assassino nella sua fase più truculenta del 43-44”, “ci vuole contegno e un po’ di ritegno se si intende davvero parlare di questi fatti superando quella che lei chiama "ideologia dell'odio". Altrimenti è inevitabile che alle sue affermazioni e al suo tono si risponda per le rime”, “signor Francesco Pullia prima di scrivere commenti vari e usare a sproposito giudizi ed espressioni di comodo come cita il suo articolo dove si parla di atrocità tacitate per vigliaccheria, violenze gratuite, sevizie...lei sa di cosa scrive, conosce i fatti? Bene, prima di scrivere idiozie di parte si informi bene; abbatta lei per primo la barriera ideologica dell'odio, ne verrebbe un grande beneficio per la verità sui fatti storici che ci riguardano, e l'informazione tutta ne beneficerebbe”,  “Sono un tipo pacifico ma dopo vent'anni di regime autoritario, e nel ricordo delle sevizie e della repressione subite da me, dagli amici e dai miei familiari, anch'io avrei certamente sparato e giustiziato in maniera sommaria, accanendomi contro gli attivisti, i gerarchetti e i profittatori di regime”.

 

E, allora, tutti in piazza con questa sinistra libera, democratica, tollerante, rinnovata? Scusate, qualcuno ha per caso pensato di invitare Giorgio Forattini querelato, per una vignetta, da un certo Massimo D’Alema? Già, è vero, dimenticavamo, noi siamo sporchi revisionisti…



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