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Lettere dal carcere: da Santa Maria Capua a Vetere, Fossombrone, Frosinone, Ragusa

11 settembre 2009

• a cura di N.R.

Le detenute di Santa Maria Capua Vetere scrivono.

“Siamo delle detenute ristrette nel lager di S.M. Capua Vetere. Diciamo lager a causa delle condizioni di vita a cui siamo costrette. Infatti dentro ogni cella siamo costrette a viverci in 10 donne, con un solo bagnetto. Passiamo circa 20 ore chiuse in questa cella.

Come se non bastasse il vitto che ci danno è a dir poco cattivo e i materassi dove dormiamo sono ridotti ai minimi termini. Il rispetto per la nostra salute qui non esiste. Per citare solo un esempio tre mesi fa una nostra compagna è andata dal medico perché soffriva dei fortissimi dolori ai reni. Il medico, senza neanche visitarla, le ha detto che doveva camminare al sole. Beh, dopo tre mesi di sofferenze alla fine l’hanno visitata e hanno scoperto che aveva i calcoli ai reni. E questo è solo un esempio. Inoltre gli educatori, che devono farci la relazione comportamentale, non si occupano di noi con il risultato che il Tribunale di Sorveglianza non può decidere se concederci o meno misure alternative. Vi sembra normale? Ah! Dimenticavamo La battitura delle sbarre! Tre volte al giorno alcuni agenti entrano in cella e battono contro le sbarre per vedere che siano sane, che se continuano così fa a finire che le buttano giù loro stessi le sbarre.

 

Dal carcere di Fossombrone. 

 

Questi tre episodi sono accaduti qui nel carcere di Fossombrone. Il primo: un detenuto per mancanza di spazio nelle celle, è stato messo in una stanzetta senza servizi igienici. Beh deve sapere che dopo alcuni giorni quel detenuto ha cercato di uccidersi e ora non sappiamo che fine abbia fatto.

Ed ancora. L’altro giorno mentre facevamo l’ora d’aria un nostro compagno ha perso i sensi, noi abbiamo chiesto aiuto e, dopo mezz’ora, è arrivato un infermiere che ci ha detto di portare in spalla il nostro compagno perché la barella non entrava nella porta del cortile. Quel ragazzo si è ripreso, ma noi ci siamo chiesti: se era un infarto cosa poteva accadere?

Il terzo è forse il più grave episodio accaduto qui. Un detenuto tunisino è stato malmenato nella sua cella perché aveva infastidito l’agente di turno con l’insistente richiesta di poter parlare con il comandante. Le dico che dopo tre giorni gli imbianchini stanno ancora rimuovendo le tracce di sangue lasciate sulle parti. Pare che l’agente abbia colpito più volte quel detenuto con il martello usato per la battitura delle sbarre. Qui nel carcere di Fossombrone alcuni dicono che quel ragazzo è in ospedale, altri dicono che sia morto. Magari attraverso Radiocarcere potremo riuscire ad avere notizie. La saluto con grande stima.

 

Un gruppo di detenuti di Frosinone scrive al presidente Napolitano.

 

Siamo un gruppo di detenuti del carcere di Frosinone e siamo costretti a vivere in 5 detenuti dentro celle piccolissime. Celle in cui rimaniamo chiusi per più di 20 ore al giorno. Il carcere ci lascia nel più completo abbandono, ci chiudono in queste celle fatiscenti e nessuno si cura nel modo in cui siamo costretti a vivere. Anche quando ci dobbiamo fare la doccia è un dramma. Infatti qui nel carcere di Frosinone ci sono solo 3 docce che devono essere utilizzate da 50 detenuti. Per il resto, viviamo nella sporcizia, siamo invasi dai topi e ogni giorno siamo anche condannati alla puzza che c’è qui.

Per i detenuti che sono malati poi è davvero un’odissea farsi curare. Infatti mancano le medicine e molti di noi soffrono e non vengono curati. Manca anche il personale, pensate che in tutto il carcere di Frosinone c’è un solo educatore. Non abbiamo possibilità di lavorare, né di imparare il lavoro. Vorremo rivolgere un appello al Presidente Napolitano, affinché solleciti questo governo ad adottare soluzioni rapide ed efficienti per risolvere la grave situazione in cui versano le carceri italiane. Aggiungiamo che noi detenuti siamo consapevoli che dobbiamo scontare la nostra pena, ma chiediamo solo di scontarla in modo umano e dignitoso così come prevede la Costituzione.

 

L’inferno del carcere di Ragusa

 

Qui nel carcere di Ragusa si sta davvero malissimo. Siamo più di 320 detenuti quando dovremo essere solo 150. Pensa che con il caldo che fa manca addirittura l’acqua. Infatti per 2 volte al giorno e per parecchie ore l’acqua non esce dal rubinetto. Inoltre le pareti della nostra cella sono piene di umidità, le docce non funzionano da circa 4 mesi e sono ricoperte dal muschio. Viviamo in una cella tanto piccola che viene chiamata: cubicolo e dentro ci stiamo in 3. Praticamente è una celletta larga 2 metri e lunga 3.

Dormiamo su un letto a castello a 3 piani e il bagno non è separato dalla cella, tanto che noi ci abbiamo messo un lenzuolo per avere un po’ di privacy quando facciamo i bisogni.

Poi c’è una piccolissima finestra e fuori una bocca di lupo a fare da copertura. Alla finestra, oltre che alle sbarre, c’è anche una fitta rete metallica e noi non riusciamo a vedere il cielo né di giorno né di notte. Vorremo tanto che qualcuno delle personalità di alto livello che si occupano di queste cose facesse qualcosa per noi, perché non è giusto farci vivere così. Come se non bastasse noi siamo di Napoli e a causa della distanza non possiamo incontrare i nostri familiari.

 

Giustizia: la pena detentiva; in Italia, è vera e propria tortura*

Il sistema carcerario del nostro paese ha una capienza di circa quarantatre mila persone detenute. Negli istituti di pena sono però rinchiusi circa 64.179 detenuti. Da Nord a Sud la fotografia di una cella è diventata drammaticamente simile. Buia e sporca, con i letti a castello accatastati alle pareti e dentro dieci, dodici, venti persone chiuse per ventuno ore al giorno. Un esempio. Ragusa, cella di nove metri quadri, il cubicolo, ospita nove persone stipate, su letti a castello di tre piani, la bocca di lupo copre la finestra ed impedisce all’aria di entrare oltre a non permettere la distinzione tra il giorno e la notte.

 

L’ingegneria penitenziaria si è superata a Termini Imerese, dove in celle di quattro per quattro vi sono dodici persone, grazie a grattacieli-brande, letti a castello di quattro piani. Strutture all’avanguardia che presentano problemi per ciò che concerne la discesa: un ragazzo è venuto giù dal quarto piano ed ha riportato un trauma cranico, il quale ha richiesto l’apposizione di punti di sutura.

 

Carceri italiane che hanno interessato anche Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale, costretta dal signor Sulejmanovic, che dal 30 novembre 2003 era residente a Rebibbia, ha verificato le condizioni di vivibilità del noto carcere situato alle porte di Roma. Disumano e degradante. Lapidario il giudizio dei Giudici europei, al quale sono giunti dopo avere constatato che il detenuto viveva in una cella di 16,20 mq, divisa con altre 5 persone.

 

La Corte ha osservato che ogni detenuto non disponeva che di 2,70 mq di media e ha stimato che una situazione tale non abbia potuto che provocare dei disagi e degli inconvenienti quotidiani, obbligando a sopravvivere in uno spazio molto esiguo, di gran lunga inferiore alla superficie minima stimata come auspicabile dal Comitato per la prevenzione della tortura. La conseguenza è stata la condanna a mille euro, perché è stato violato l’art. 3 della Convenzione, la quale sancisce uno dei valori fondamentali delle società democratiche, proibendo in termini assoluti la tortura e le pene o i trattamenti disumani o degradanti.

 

I media italiani hanno dato ampio risalto alla notizia, ma paradossalmente è stato messo in risalto l’aspetto economico, la condanna dello Stato italiano ad una multa di mille euro. Alcuni quotidiani si sono chiesti quale possa essere l’esborso a cui lo Stato sarebbe condannato, se i sessantamila detenuti rinchiusi oggi nelle degradate carceri avesse percorso la stessa strada del signor Sulejmanovic. Nessuno ha considerato che la condanna della Corte europea è scaturita dalla verifica del trattamento a Rebibbia, uno dei migliori istituti di pena del nostro sistema carcerario.

 

Nessuno ha riflettuto che la verifica attiene a fatti relativi ad una unità temporale ricompresa tra il 2002 e 2003. Periodo questo in cui il sovraffollamento era di molto inferiore a quello odierno. Nessuno sembra si sia più di tanto preoccupato che i Giudici europei abbiamo scritto che la pena nel nostro paese è di fatto una vera e propria tortura. Non si può infatti definire diversamente la condizione di sei persone rinchiuse tutto il giorno in una stanzetta e che devono fare a turno per respirare davanti alla finestra.

 

Nessuno ha considerato che circa la metà di quelle persone che subiscono una tortura non sono state neanche condannate: sono in stato di custodia cautelare. Nessuno proprio nessuno. Non sicuramente coloro che occupano le aule parlamentari o il palazzo del governo. Governanti e legislatori che preso atto della propria incapacità non cercano di risolvere il problema e pertanto preferiscono non commentare una decisione internazionale che bolla il nostro paese come barbaro-incivile. Nessuno proprio nessuno. Neanche coloro che questa tortura la infliggono pronunciando la sentenza di condanna.

 

*da www.radiocarcere.com

 

Giustizia: interpreti e traduttori giudiziari... lo Stato non paga*

Quando due anni fa ha chiesto alla fidanzata di seguirlo in Canada, Mohamed non aveva ancora compiuto trent’anni. Non ne poteva più dell’Italia, non ne poteva più di promesse non mantenute, di garanzie puntualmente disattese, di bugie e menzogne che gli venivano rifilate con una naturalezza disarmante. Faceva l’interprete, Mohamed. Lavorava nel tribunale di Torino, tutti i giorni in aula a fornire assistenza a detenuti di nazionalità straniera che non parlavano la nostra lingua. Mohamed lavorava, lavorava sodo. Ma faceva una fatica enorme a ottenere i compensi che lo Stato italiano gli doveva per quelle sue presenze quotidiane in aula. Alla fine ha detto basta e se n’è andato. Adesso fa l’interprete in Canada, guadagna 50 dollari al giorno e gli spetta pure un bonus tutte le volte che partecipa a un’udienza.

 

Una favola, la sua. Una favola rispetto agli incubi cui era abituato qui da noi. Incubi che continuano a rovinare le notti di chi, invece, ha scelto di restare e sfidare i complessi ingranaggi della macchina burocratica di casa nostra. Una sfida che rischia seriamente di trasformarsi in sconfitta. Interpreti e traduttori sono infatti rimasti senza soldi, non prendono lo stipendio da febbraio e ancora non sanno quando arriverà il prossimo. Si parlava di settembre, ma adesso dal ministero della Giustizia fanno sapere che i fondi non ci sono, che denaro a disposizione non ce n’è. E intanto loro fanno la fame. Non riescono più a pagare l’affitto, il mutuo, le bollette. Persino la benzina. "Non prendo più l’auto - racconta uno di loro -, ho dovuto lasciarla sotto casa. Ora mi muovo in bici". E quando farà freddo? "Si vedrà". Indipendentemente dallo stipendio, comunque, loro in tribunale continuano a esserci. Tutti i giorni, sempre presenti, sempre puntuali. Attendono un segnale dallo Stato, chiedono che qualcuno si ricordi di loro. Aspettano ormai da sette mesi e sperano che il futuro regali loro qualche sorriso in più. Anche perché, francamente, peggio di così risulta difficile.

 

* da www.cronacaqui.it



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