La tesi è “forte”, “estremista”; diciamolo pure: da neo-cons. Basta questo per ignorarla, per scansare il libro, per lasciarlo a far polvere nello scaffale della libreria? Se la pensate così, sappiate che siete in errore.
Si può anche non essere d’accordo con l’enunciato: “Le Nazioni Unite sono fallite. Bisognerebbe prenderne atto, dirlo chiaramente, non sprecare tempo con riforme e alchimie istituzionali che non saranno mai approvate e che non cambieranno di una virgola la sostanza, che è questa: rispetto alle grandi questioni, come la sicurezza e la pace, l’ONU è un ente inutile e dannoso”. Possiamo anche non condividere l’affermazione tranchant, che l’ONU “ha tradito lo spirito dei suoi fondatori, ha rinnegato i principi contenuti nella sua Carta istitutiva. Le Nazioni Unite andrebbero salutate, poi chiuse e infine sostituite con qualcosa di diverso, magari con un’Alleanza delle Democrazie o, ancora meglio, con un’Organizzazione Mondiale delle Democrazie…”. Sappiate però che l’autore di queste affermazioni è un giornalista, si chiama Christian Rocca, inviato del “Foglio”: uno dei pochi giornalisti italiani (si contano sulle dita di una mano) che sulle cose d’America si documenta con rigore scientifico, e non fa prevalere le sue passioni, opinioni e pregiudizi sui fatti e le notizie.
Dunque, questo “Contro l’ONU” di Rocca (Lindau edizioni, pagg. 150; 13,50 euro), si presenta, fin dalle prime righe della prima pagina con affermazioni assai poco politically correct, “antipatiche”. Il pamphlet procede come un rullo compressore, per pagine e pagine. Per dire: per trovare qualcosa che si salva dalla requisitoria di Rocca, bisogna arrivare a pagina 71, al capitolo “Le agenzie che funzionano e quelle che no”, e anche lì…L’UNESCO ne esce malconcia, l’UNICEF a brandelli, non parliamo dell’UNDCCP, l’Agenzia antidroga, e in particolare la gestione Pino Arlacchi…Vengono “graziati” l’Alto Commissariato per i rifugiati, il World Food Program, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, la FAO, l’UNDP, l’Organizzazione per lo sviluppo…
Ma non è questo l’essenziale. Possiamo anche fregarcene dell’opinione di Rocca, che lì, nella zona di Turtle Bay a New York, dove sorge il palazzone dell’ONU, verserebbe sale per impedire che ci cresca anche l’erba. Quello che conta, piuttosto, è l’impressionante, inquietante mole di dati che Rocca ha raccolto e collazionato.
Anche qui: un lettore smaliziato, uno di quei diecimila in Italia che per piacere o dovere acquista ogni giorno cinque o sei quotidiani e se li legge con certosina pazienza, non troverà, probabilmente, molte notizie inedite. Ma prima erano singole tessere di un mosaico. Il pregio di Rocca è di aver messo insieme queste tessere, che anche al lettore smaliziato offrono un quadro preoccupante e sorprendente. E poi, al di là dei “diecimila”, ci sono tutti gli altri: per i quali probabilmente l’ONU è una benemerita organizzazione dedita filantropicamente al bene comune. E’ vero che anche chi indossa le scarpe grosse solitamente ha un cervello sufficientemente fino per sapere che proprio di buone intenzioni è lastricato l’inferno; questo libro lo conferma.
Non ci viene rammentato solo il mega-scandalo di “Oil for food” che ha lambito il segretario generale Kofi Annan, attraverso il figlio Kojo che vi è immerso fino alla gola, le cui responsabilità – perlomeno di mancata vigilanza – va addebitata al Consiglio di Sicurezza, quindi anche su Stati Uniti e Regno Unito, come ha ben documentato l’inviato del “New York Magazine” James Traub. La madre di tutte le domande su questo argomento, spetta a una giornalista di “Al Jazeera”, che a muso duro ha chiesto a Paul A. Volcher, presidente della Commissione incaricata di indagare sullo scandalo: “Come pensa possa essere credibile che padre e figlio non abbiano mai parlato di un affare multimilionario in cui erano entrambi coinvolti e da cui dipendeva la vita di 25 milioni di iracheni?”.
Non c’è solo “Oil for food”, anche se lo scandalo ha dimensioni da pozzo di San Patrizio. Ha scritto Claudia Rosett, una giornalista della “Foundation for the Defense of Democracies”, tra i pochi ad aver indagato a fondo sulla faccenda: “Ogni volta che ne scrivo devo ricordarmi che stiamo parlando di miliardi di dollari. Quando uno scopre un furto di due milioni di dollari pensa che sia una gran bella somma. Se scompaiono venti milioni di dollari, beh, è davvero tanto. Se vedi duecento milioni di dollari volare via, capisci che la cosa è davvero grande. Ma qui stiamo parlando di ventun miliardi di dollari” (pag.119).
C’è il ripugnante capitolo delle violenze e degli abusi sessuali consumati al riparo di una divisa ONU (pagg.103-111); si rammenta la tremenda responsabilità per il genocidio in Ruanda, frutto dello sciagurato ritiro delle truppe ONU da Kigali; c’è il ricordo di come un dittatore spietato e feroce come Idi Amin Dada, che ha massacrato centinaia di migliaia di persone, che viene accolto al Palazzo di Vetro da applausi a scena aperta; c’è l’incredibile fatto, documentato, inoppugnabile, che “nel mondo aumentano le democrazie, ma dentro l’ONU cresce il ruolo delle dittature. I regimi tirannici agiscono insieme come un blocco granitico. E riescono a egemonizzare i lavori e le decisioni dell’Assemblea e delle Commissioni”. Accade così che “i cinquantatré membri della commissione che in teoria dovrebbe vigilare sul rispetto dei diritti umani nel mondo sono eletti su base regionale dall’Ecosoc, il Consiglio economico e sociale, uno dei sei organi previsti dalla Carta delle Nazioni Unite. Con tutti quei regimi che non rispettano i diritti, può capitare che gli Stati Uniti siano esclusi dalla Commissione (2002), che la Libia ne divenga presidente (2003), che il Sudan ne faccia parte (2004), che l’Arabia Saudita, Cuba e lo Zimbabwe decidano quali violazioni dei diritti da condannare (2005)” (pag.45).
Vogliamo andare avanti? Bene, Rocca ci suggerisce questa riflessione a pag.53: “La commissione non ha adottato risoluzioni sul Tibet né sulla Cecenia, territori non sovrani sotto il dominio cinese e russo. Pechino e Mosca sono state aiutate dai paesi islamici, i quali per evitare critiche non hanno esitato a chiudere gli occhi di fronte al massacro degli islamici ceceni…”. Oppure andiamo a pag.56: “A febbraio 2005 la commissione ha annunciato che un gruppo di lavoro aveva iniziato a vagliare le violazioni dei diritti umani da prendere in considerazione durante la sessione primaverile a Ginevra…”. Chi fa parte di questo gruppo di lavoro? Cinque paesi: Olanda, Ungheria; e poi viene il bello: Cuba, Arabia Saudita e Zimbabwe. Non è una presa per i fondelli?
Alzi la mano quanti sanno che le Nazioni Unite non sono mai riuscite a rendere onore alle vittime dell’olocausto nazista prima del 2005 (pag.59); per non parlare del vergognoso capitolo, che sarebbe bene non dimenticare mai, scritto da Kurt Waldheim, quando era segretario dell’ONU; è stato sotto la sua gestione che alle Nazioni Unite venne per esempio approvata la famigerata risoluzione che equipara il sionismo al razzismo. L’ex ambasciatore americano all’ONU Richard Holbrooke (un uomo di Bill Clinton), ricorda: “Lo chiamavano il ‘nazista’, ma non sapevamo che lo era stato davvero”.
Insomma: anche chi non condivide l’iconoclasta conclusione di Rocca sull’ONU, non può che convenire che siamo di fronte a clamorosi e onerosi fallimenti. Come uscirne? Se è vero – come è vero – che l’ONU è in crisi a causa del suo buon 40 per cento di regimi non democratici, che paralizzano e ribaltano gli ideali e lo spirito originari, non resta che nutrire e far lievitare un’idea germogliata sotto la presidenza Clinton: riunire i paesi democratici e provare a farli lavorare insieme intanto dentro l’ONU. Far nascere e crescere dei caucus democratici, cioè riunioni permanenti dei paesi democratici con lo scopo di contrastare l’azione congiunta delle dittature e dei paesi non allineati. “Alleanza delle democrazie”, l’hanno definita James Lindsay e Ivo Daalder, il primo vice-presidente del Council of Foreign Relations, l’altro analista della Brookings Institutions.
Cominciate a sentire “aria di casa”, vero? E infatti l’ultimo capitolo, “L’alleanza delle democrazie” racconta per esempio del prezioso e infaticabile lavoro che sta conducendo il nostro Matteo Mecacci; racconta di come a Varsavia nel 2000 e poi a Seul nel 2002, e infine a Santiago nell’aprile del 2005, si sia costituita su pressione di un gruppo di ONG, tra cui Freedom House, Democracy Coalition Project e il Partito Radicale Transnazionale, la “Comunità delle Democrazie”, il club dei paesi democratici…”. Un Primo capitolo, l’inizio di un libro ancora tutto da scrivere. Chissà, forse la prosecuzione di questo.