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Ancora un piccolo sforzo, legalizziamo lo stupro

2 giugno 2005

di Luigi Castaldi

Se l’embrione non si annida nell’utero, lo sviluppo di un feto vivo e vitale è impossibile. I casi di gravidanza extrauterina nei quali vi sia stato sviluppo di un feto vivo e vitale alla nascita sono rarissimi in letteratura scientifica, e questo corregge l’affermazione iniziale in questi termini: se l’embrione non si annida nell’utero o in un distretto anatomico femminile vicariante (tuba, ovaio, peritoneo, omento, ecc.), lo sviluppo di un feto vivo e vitale è impossibile. Questo lascia una pur lontanissima possibilità al fatto (orrido nella misura della sensibilità di ciascuno) che un giorno sia tecnicamente possibile lo sviluppo di un feto vivo e vitale al di fuori dall’utero, al di fuori da un qualsivoglia distretto anatomico femminile, addirittura al di fuori delle condizioni che vengono dette in vivo, in condizioni artificiali solitamente riassunte nella espressione in vitro. Ma un’evidenza è ragionevolmente desumibile: un embrione non può assolutamente svilupparsi in un feto vivo e vitale senza che avvenga il suo annidamento in un organismo ospite o (s’inorridisca liberamente come sopra) in un suo equivalente artificiale. Senza una donna, in vivo, finora è insurrogabile la premessa indispensabile allo sviluppo di un embrione in feto. In altri termini: senza donne non nascono persone. A dispetto di ogni teoria che riconosca all’embrione in sé  una qualche ineffabile potenza in atto di persona fin dalla fecondazione (vuoi per animazione, vuoi per formazione di un unico e irripetibile patrimonio genetico – in questo secondo caso, farebbe eccezione la gemellarità omozigote, che è una forma di clonazione naturale) – a dispetto, cioè, di ogni teoria che presupponga un uomo ad ogni fecondazione, ab initio – senza una donna che lo voglia, o cui venga imposto, la persona è impossibile: sic et simpliciter, non est. In ogni stadio antropologico fin qui conosciuto l’accettazione di questo indispensabile ruolo di ospite da parte della donna è significativamente espresso nel suo negativo: contraccezione e aborto sono ubiquitari, sono sempre stati praticati in ogni tempo, a tutte le latitudini, a dispetto di ogni egemonia culturale e politica; persino l’incarnazione di Dio in Cristo, come narrano le Scritture, ebbe bisogno di un’accettazione dopo l’annunciazione. Ma che sia libero, o subìto dalla donna per condizionamenti psicologici, sociali, ecc., o estorto contro ogni sua volontà come nel caso di stupro, questo ruolo fin qui insurrogabile di ospite di un embrione è indissolubilmente legato ai meccanismi di induzione svolti dall’organismo femminile durante e dopo l’annidamento. Perché, insomma, la persona sia possibile c’è bisogno di una donna che voglia, o sia condizionata, o stuprata. Se escludiamo questa terza possibilità, patentemente indegna nelle premesse, rimangono due sole possibilità: che la donna possa scegliere liberamente se vuole o meno farsi ospite dell’embrione che sarà persona; o che ella venga condizionata q.b. psicologicamente, socialmente, ecc. Ma c’è di più. L’entrata dello spermatozoo nell’ovocellula è impossibile senza particolari condizioni che sono naturali in vivo e artificiali in vitro. Laddove queste condizioni siano ostacolate da patologie dell’apparato riproduttivo della coppia, sarebbe inutile ricorrere all’opzione in vitro senza una pre-manifestata disponibilità di una donna a farsi ospite dell’ottenuta ovocellula fecondata, geneticamente correlata o meno all’embrione di cui deve farsi ospite. Ma laddove la fecondazione si realizzi in vivo, tale ruolo di ospite dovrà allo stesso modo ottenersi con la libera scelta o col condizionamento. Chi con la difesa della legge 40/2004 cerca di scardinare l’ordinamento che dà il diritto alla libera scelta della donna del portare avanti o meno una gravidanza, di decidere se la persona in atto sia o non sia, cosa ha in mente: il condizionamento psicologico, sociale, ecc. , o lo stupro?



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