Nord-est ai primi posti della lista nera
Condizioni di vita indecenti
di FRANCESCO JORI
Mai così piene da dieci anni a questa parte: nelle 207 carceri italiane, in questa estate appena andata in archivio, si è arrivatI a sfiorare le 60mila presenze; per la precisione, 59.649. Dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, non di qualche associazione. Dati ufficiali, dunque. E da cui si ricava che in sei regioni è stata superata la soglia della tollerabilità , vale a dire che ci sono più carcerati che posti disponibili.
Per il Nordest, un primato poco invidiabile: tutte e tre le regioni che lo compongono rientrano nella lista nera. Anche qui, i numeri: in Veneto 2.858 detenuti a fronte di una tollerabilità di 1.785; in Friuli-Venezia Giulia, 854 a fronte di 530; in Trentino-Alto Adige, 416 a fronte di 318. All'interno di questo quadro ci sono situazioni-limite. Come quella denunciata da Antigone (associazione in primo piano nell'occuparsi del problema dei detenuti) per il carcere veronese di Montorio, incluso nell'elenco delle cosiddette prigioni fuorilegge: 784 detenuti a fronte di 564 posti, fino a tre carcerati in celle singole, niente acqua né doccia; in compenso c'è il mediatore culturale.
Belluno entra ed esce periodicamente dal fuoco delle polemiche. Nell'agosto scorso è stata attaccata dal Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, il cui segretario provinciale Nicodemo Adamo ha denunciato l'affollamento della struttura e la mancdata osservanza delle regole prestabilite per ospitare i transessuali in celle singole. A stretto giro di polemica ha risposto Immacolata Mannarella, direttrice del carcere bellunese di Baldenich: «La nostra casa circondariale non esula dalla realtà delle carceri italiane. Essa rientra nella situazione ordinaria della gestione di una prigione in condizioni di affollamento. In tutte le strutture di pena del nostro Paese si registra un alto indice di detenuti. E a Belluno queste situazioni non si vivono in maniera peggiore che in altre realtà carcerarie». Come dire, mal comune mezzo gaudio.
Ci sono tensioni forti pure a Rovigo, dove mesi fa le guardie penitenziarie avevano minacciato lo sciopero della fame e l'autoconsegna per protesta contro le condizioni di sovraffollamento della casa circondariale di via Verdi, un centinaio di reclusi a fronte di una settantina di posti. All'epoca, la protesta era partita dalla situazione della sezione femminile, con 24 detenute ammassate in quattro celle, e con letti a castello a tre piani. Alla fine si era trovato l'ennesimo accomodamento, ma del tutto precario: a Rovigo, la protesta delle guardie penitenziarie è un copione che si ripete da anni, una vera e propria telenovela delle sbarre.
Il Nordest che scoppia è peraltro solo la punta d'iceberg di una situazione giudicata da molti, ministro Castelli compreso, prossima al collasso, al punto da promuovere un pubblico appello indirizzato al presidente della Camera Pierferdinando Casini per denunciare che «il sovraffollamento, la mancanza di assistenza sanitaria, la fatiscenza delle strutture e la mancanza del lavoro nel carcere comportano una quotidiana violazione del divieto di pene disumane o degradanti», e per chiedere al Parlamento di approvare entro i prossimi quattro mesi, cioè nell'ultimo scorcio utile di legislatura prima del voto della primavera 2006, due provvedimenti: quello sul garante per le persone private della libertà personale, e quello sulle misure a favore delle madri detenute.
Sta di fatto che ad essere disattese, prima ancora che le leggi, sono le pur elementari norme del regolamento di esecuzione dell'ordinamento penitenziario, che prevedeva semplicemente bagni decenti, acqua calda, docce e cucine. Si deve a una ricognizione sul campo a opera di Antigone la constatazione che questo regolamento viene sistematicamente ignorato. Come a Poggioreale, il carcere di Napoli, dove in una cella vivono 18 detenuti con un solo bagno. Come l'Ucciardone di Palermo, dove i servizi igienici sono accanto alle brande e le docce funzionano quando vogliono. Come Rebibbia a Roma, dove non c'è acqua calda, dove impianti idraulico ed elettrico sono da rifare, e dove un'unica cucina serve l'intero istituto di pena (1.650 detenuti a fronte di una capienza di 1.188).
Ma sono i numeri complessivi del rapporto di Antigone a dare un'idea precisa di come si vive oggi nelle carceri italiane: l'89 per cento dei detenuti non ha doccia in cella, il 70 per cento non ha acqua calda, il 60 per cento delle detenute non ha il bidet, il 13 per cento vive in celle dove il bagno è accanto al letto, il 29 per cento non può accendere la luce in cella. Tutto questo a fronte di quanto previsto dal regolamnento del 2000, varato dall'allora direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Alessandro Margara, che avrebbe dovuto essere attuato entro il 2005. Invece...
È una situazione che allarma anche l'Ucpi, l'Unione delle Camere Penali, dalla quale è partita in questi giorni la proposta a tutte le associazioni e a tutti i soggetti che si occupano delle tematiche carcerarie di dare vita a un osservatorio permanente in grado di monitorare costantemente l'evolversi della situazione, e di individuare iniziative a sostegno dei diritti dei detenuti. Anche l'Ucpi punta il dito contro la mancata attuazione del nuovo regolamento carcerario: «A cinque anni di distanza nulla è cambiato, anzi la saturazione è drammaticamente peggiorata». E ricordando che dei 60mila detenuti attuali un terzo è in attesa di giudizio, l'Unione denuncia l'esistenza di «una condizione di evidente illegalità , in cui i detenuti sono privati di ogni minima tutela, esposti alle malattie, alla promiscuità , al sovraffollamento, all'assenza di condizioni igieniche minime».
Nel frattempoo prosegue l'iter della legge ex-Cirielli che, se approvata, provocherebbe in breve tempo un aumento di circa 20mila detenuti, portando il sistema al collasso definitivo; e lo stesso accadrebbe se passasse la proposta di governo tesa a inasprire la legge sulla droga. Ma la situazione è divenuta intollerabile anche per chi nel carcere lavora, dagli agenti agli educatori agli infermieri: «Il sistema penitenziario italiano è diventato come il Titanic, sull'orlo del naufragio», segnala Sergio Segio, animatore dell'associazione «Dirittiglobali», che ha lanciato una campagna di sensibilizzazione, partendo nei giorni scorsi dall'ingresso di San Vittore a Milano. Sperando che, a differenza del Titanic, si smetta di ascoltare l'orchestrina per aprire gli occhi davanti alla realtà .
CENTRALINISTI SI, MA ANCHE DETENUTI A...
PADOVA - (F.Capp.) Centralinisti sì, ma anche detenuti a lungo termine. Saranno quattro inizialmente, ma con la possibilità di ingrossare le fila fino ad otto, gli ospiti del Due Palazzi reclutati dall'Usl 16 e dall'Azienda ospedaliera per diventare operatori del call-center. Prenotare una visita ospedaliera passando per il carcere? Proprio così: il percorso è naturalmente telefonico e consentirà ad un gruppo di detenuti di investire il proprio tempo in qualcosa di utile, e all'azienda sanitaria di velocizzare le procedure di accesso ad ambulatori e prestazioni. A coordinare e pianificare l'attività , è la cooperativa sociale Giotto che si adopera per il reinserimento sociale dei carcerati. Ma alcuni utenti del Cup tradizionale alla notizia del prossimo avvio della sezione staccata hanno sgranato gli occhi, arricciato il naso e alzato la cornetta. «Siamo indignati: il servizio di prenotazione - sostengono - è una faccenda assolutamente delicata. Che i nostri dati vengano maneggiati da persone che hanno dei conti aperti con la giustizia lo troviamo fuori luogo. La privacy dove va a finire? Quando si chiama il Cup dell'Ospedale poi si ricevono anche consigli. Che tipo di suggerimenti può dare un carcerato?» Ma, dice la cooperativa Giotto, i candidati centralinisti sono stati attentamente selezionati. «I reclusi, oltre al nome e al cognome del chiamante, non potranno accedere a nessun dato personale - assicura Fortunato Rao, direttore generale dell'Usl 16 -: ci sarà un controllo assoluto delle telefonate. Un'analoga iniziativa esiste già a Milano e funziona bene».
UNA LUNGA CATENA DI SUICIDI E DIALGANO LE MALATTIE INFETTIVE
Sei nuovi casi nel solo mese di agosto: due suicidi, un decesso per malattia, uno per overdose, uno per omicidio, uno per cause ancora da accertare. Non ha mai pagine bianche, il diario delle morti dietro le sbarre. Con storie diverse ma egualmente tragiche. Come quella di L.M., 39 anni, morto il 2 agosto in cella a Secondigliano: era sieropositivo, detenuto da sette anni; è stato il terzo morto nel carcere napoletano in pochi mesi. O come quella di M.M., 21 anni, suicidatosi l'11 agosto nel carcere di Foggia impiccandosi con la cintura dell'accappatoio alla grata della finestra del bagno della sua cella; era finito in prigione venti giorni prima con l'accusa di estorsione e piccolo spaccio di cocaina, si era sempre dichiarato innocente, qualche giorno prima il tribunale della libertà di Bari aveva rigettato il ricorso difensivo.
L'ultimo episodio (per ora) della serie è del 23 settembre scorso: un detenuto polacco di 40 anni si è tolto la vita impiccandosi con la cintura dell'accappatoio in una cella del carcere di Civitavecchia, dove era detenuto da tre mesi per scontare una condanna per omicidio colposo e omissione di soccorso. Da rilevare che il carcere di borgata Aurelia della cittadina laziale è uno dei penitenziari italiani in cui si registra il maggior numero di suicidi e tentati suicidi.
Non sono episodi isolati. Nel 2004, complessivamente, nelle carceri italiane si sono registrati 52 suicidi, 1.100 tentati suicidi, 6.450 scioperi della fame, 4.850 episodi di autolesionismo. A questo si sommano le vistose carenze sanitarie: dall'inizio di giugno, almeno otto detenuti sono morti per malattie, spesso non adeguatamente curate o diagnosticate, due sono morti per overdose, uno per cause non accertate. Il 7,5 per cento dei detenuti sono sieropositivi, il 38 per cento positivi al test per l'epatite C, e il 50 per cento a quello dell'epatite B, mentre il 7 per cento presenta l'infezione in atto, e il 18 per cento risulta positivo al test della tubercolosi.
Sono dati risultanti da una serie di studi coordinati dall'infettivologo Giovanni Rezza, direttore del centro operativo Aids dell'Istituto superiore di sanità , e condotti in collaborazione con il Ministero di grazia e giustizia. In particolare, quelli relativi all'Hiv e alle epatiti si giustificano in gran parte con l'alta concentrazione tra i detenuti tossicodipendenti, e con l'abitudine diffusa a farsi tatuaggi non utilizzando aghi sterili. Ma in generale, la diffusione delle malattie infettive si collega anche con il sovraffollamento delle carceri: per fare un esempio significativo, a Rebibbia attualmente 40 detenuti non hanno un posto letto assegnato, e dormono tutti assieme su materassi stesi a terra nelle stanze adibite alle attività comuni.
È in aumento anche il fenomeno della tossicodipendenza: sono 15.558, pari al 28 per cento, i tossici che affollano le carceri italiane. Meno diffuso l'alcolismo, che coinvolge 1.335 detenuti, il 2 e mezzo per cento. Infine, la lentezza dei processi complica la situazione. Il 36 per cento dei detenuti in Italia è in attesa di giudizio; il 57 per cento di loro sono imputati giudicabili, il 30 per cento appellanti e il 12 per cento ricorrenti.
A fronte di tutto questo, diminuiscono le ore di assistenza infermieristica nelle carceri, e non solo quella: assistenti sociali, educatori e psicologi continuano a essere sotto organico. Gli assistenti sociali sono 1.223 rispetto ai 1.630 previsti dalla pianta organica (uno ogni 48 detenuti); gli educatori 551 anziché 1.376 (uno ogni 107 detenuti): gli psicologi 400 (uno ogni 148 detenuti) con una media di appena due ore per istituto.
E c'è infine, problema nel problema, la situazione di alcune decine di bambini, figli di madre detenute, che per questo si trovano in carcere. Il Movimento diritti civili si sta battendo per una legge che preveda gli arresti domiciliari per le donne detenute con bambini da asssistere fino ai 10 anni di età , alzando il limite attuale che è di 3 anni.
F.J.
UNA FESTA TRA LE POLEMICHE
È stata una festa segnata dalle polemiche, quella di ieri della polizia penitenziaria. Mentre a Roma si teneva la cerimonia ufficiale alla presenza del presidente della Repubblica Ciampi, poco distante agenti, educatori e personale amministrativo delle carceri manifestavano contro il degrado degli istituti penitenziari.
La situazione del resto è oggettivamente pesante, come sottolineato nel discorso d'apertura della festa del Corpo dal capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Giovanni Tinebra, il quale ha sottolineato «le difficili condizioni in cui si svolge il lavoro della polizia penitenziaria», riferendosi in particolare al fatto che «immigrazione, droga, povertà , costituiscono la cifra dominante delle esistenze che affollano in maniera preoccupante le nostre carceri». E ha ricordato anche che «il fine della pena è tendere alla rieducazione del condannato; la sicurezza e il trattamento non possono prescindere l'uno dall'altro».
Che l'aumento dei detenuti sia «il maggior problema che il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha dovuto affrontare in questa legislatura», è stato riconosciuto anche dal ministro della giustizia Roberto Castelli, rilevando come il numero dei detenuti sia salito dai 45mila del 1996 ai 60mila attuali. Il ministro ha comunque chiarito che il governo non si è fatto cogliere impreparato, e ha accelerato la costruzione di nuovi penitenziari, mettendo a punto interventi legislativi e amministrativi tali da consentire una più rapida realizzazione di nuove strutture.