Vi aveva già fatto cenno in un suo articolo apparso su The Weekly Standard nell’agosto del 2003, auspicandone allora una “regolamentazione” come indispensabile rimedio al “continuo declino della nostra cultura democratica, che affonda a livelli di volgarità sempre peggiori”; ma ora Irving Kristol, unanimemente considerato “padre” dei neo-conservatori americani, ritorna sull’argomento, e stavolta auspica una “censura liberal” della pornografia (Magazine – Corriere della Sera, n. 51). Lo schema argomentativo è il solito dei neocon, e ormai ci è familiare grazie alla divulgazione fattane dagli emuli nostrani in forma d’involontaria ma comicissima parodia. Si parte da una disillusione, qui espressa nella forma retorica di una captatio di chiara impronta propagandistica: “Da ormai un secolo ci sono persone intelligenti, benintenzionate ed eloquenti – un genere di solito chiamato liberal o intellettuale o tutti e due – che si sono battute contro qualsiasi tipo di censura dell’arte e/o dell’intrattenimento”. Ecco, se ci sentiamo “persone intelligenti, benintenzionate ed eloquenti”, e se siamo “contro qualsiasi tipo di censura”, non possiamo non far nostro quanto Kristol ha da dirci – questo, attaccando, Kristol vuol dirci – non possiamo non far nostro il “crescente senso di disagio e di inquietudine che sta lievitando” e che dipende – deh, venga a noi la disillusione! – dal fatto che “in qualche modo le cose non sono andate come avrebbero dovuto”. Volevamo la libertà, noi. “Persone intelligenti, benintenzionate ed eloquenti” ci avevano persuaso fosse il sommo bene. Ma, ecco, siamo in una “situazione […] dove oscenità e democrazia vengono messe sullo stesso livello” e urge la disillusione che Kristol si appresta a offrirci, dimostrandoci che “pornografia e democrazia sono incompatibili”, per poi indicarci la sua soluzione, sul finale: “la pornografia dovrebbe essere illegale e allo stesso tempo disponibile per coloro che la desiderano così tanto da fare sforzi estremi pur di procurarsela”. E’ l’apologia di quella sacrosanta ipocrisia con la quale “abbiamo convissuto per secoli in maniera abbastanza confortevole” e che Kristol non capisce proprio perché si debba abbandonare, in favore di una liberalizzazione della pornografia che, “questo è il punto”, ha come “posta in gioco […] nientemeno che la civiltà e l’umanità”. In fondo, “la vendita sottobanco di materiale pornografico” c’è sempre stata e la “questione di principio” par essere proprio questa: “se la vendita debba avvenire clandestinamente o meno”.
[Dicevamo: lo schema argomentativo è il solito dei neocon. E infatti, anche qui, nel porgere l’argomento di una “censura” della pornografia, si colga l’eco straussiana sul problema dei problemi: la verità è che non esiste alcuna Verità, ma questo non si può mica dirlo in giro. Con Strauss, i neocon pensano che solo pochi “eletti” possano reggere a questa atrocità, la plebe tenderebbe a sbracare verso il nichilismo, se sapesse; cosa, poi, faccia eletto un “eletto” è ancora allo studio della terza generazione di straussiani, ancora non si è giunti a cogliere il quid, ma è certo che gli “eletti” ci siano, perché lo diceva Tucidide, forse è possibile riconoscerli in coloro che riescono ad essere elevati dal culo del Principe al suo orecchio. Venga, ordunque, la sacrosanta ipocrisia in forma di “nobili menzogne”, ne va della civiltà stessa. Dio non esite, ma è necessario; non c’è alcun Bene, ma un Bene è necessario ci sia. E non è un caso che questa variante (peraltro anche un po’ rozza e meschinella) del pessimismo che da nevrosi si autopromuove a sistema filosofico e, di poi, a filosofia politica abbia avuto l’ennesimo revival occidentale (ma in fondo germina dal regime indo-ariano di casta) quando il liberal s’è sentito “attaccato dalla realtà” e a ciò che rimane mero problema demografico ha dato una risposta in qualche modo mutuata dal mito, il “nemico” schmittiano, lo “scontro” huntingtoniano – ma sotto, ed è strano che pochi se n’abbiano avveduto, c’è “rivolta contro il mondo moderno” che sposa Julius Evola e Leone XIII.]
Per Irving Kristol, i liberal hanno compiuto un tragico errore: “volevano un mondo in cui fosse possibile […] pubblicare l’Ulisse di James Joyce […] senza l’interferenza di grossolani ficcanaso che detenevano cariche pubbliche” e si sono ritrovati “un odioso mercato di materiale pornografico che soddisfa il gusto per tutte le perversioni sessuali conosciute”. Sarà il caso che vada a rivedersi i giudizi che dell’Ulisse di James Joyce davano i “grossolani ficcanaso” che lo censurarono: erano dello stesso tenore col quale Kristol stigmatizza “lo stupro omosessuale sul palcoscenico” di una pièce teatrale che evidentemente non deve aver gradito e che quindi, altruisticamente, vorrebbe evitarci. Quand’anche essa avesse un “senso” (tutto deve avere un “senso”), sapremmo coglierlo? Abbiamo il patentino di “eletti”?
[Torna il concetto neocon di democrazia: cosa ottima, la democrazia, ma poi se la meriteranno tutti? Non è che questo benedetto “meno peggio” funzioni solo come agli inizi, quando in Grecia la prima democrazia era appunto per gli “eletti” e non veniva mica sciupata dando il voto agli schiavi? Non sarà che, estendendo a tutti il diritto all’autodeterminazione, avremo un mondo di rozzi e violenti edonisti? In fondo, il rischio non è quello di dilapidare, come già Kristol scriveva più di un quarto di secolo fa, “il capitale accumulato della religione tradizionale e della filosofia morale tradizionale”? Ma vuoi vedere che “religione tradizionale” e “filosofia morale tradizionale” sono antidemocratiche per eccellenza e in questo riposa la contraddizione che doveva portare un liberal alla disillusione che ne avrebbe fatto – giustappunto – un neocon?]
“Proponendo che la pornografia è intrinsecamente e volutamente sovversiva alla civiltà e alle sue istituzioni – scrive Kristol – sto già esponendo un aspetto politico del problema”. Come ci arriva? Attraverso lo stesso meccanismo col quale si arriva a dire che Dio non esiste, ma è necessario. “Il sesso – come la morte – è una faccenda sia animale sia umana. Ci sono sentimenti e ideali legati a questa attività. Ma quando il sesso avviene in pubblico chi guarda non può vedere né sentimenti né ideali. In queste condizioni possiamo vedere solo l’accoppiamento animale”. Se si potesse fare mostra di sentimenti ed ideali – se fosse possibile una pornografia dei sentimenti e degli ideali – a Kristol non disturberebbe la mancata rimozione di questa cosa umana che – “come la morte” – ci fa animali. Ancora una volta: la plebe sarà in grado di reggere alla verità che l’uomo è un animale, anche se, in più, ha sentimenti e ideali? Non sarà meglio, nel pregiudicato “della religione tradizionale e della filosofia morale tradizionale”, censurare, rimuovere, negare? “La questione – come s’era solito dire ai tempi in cui Kristol cominciò a maturare la disillusione – è politica” e il neocon ha questo stramaledetto problema politico: temperare la democrazia con qualcosa che venga sottratto a ciò che nel suo articolo non esita a definire “qualcosa di ridicolo”, cioè che “la maggioranza govern[i] e i diritti della minoranza veng[a]no riconciliati in uno stato di equilibrio”, perché altrimenti il Bene sarebbe cosa sottratta al monopolio degli “eletti” e desunta dalla conta dei voti. Ora, un Bene assoluto può darsi non vi sia (come può darsi non vi sia un Dio), ma sarà giusto che “la maggioranza govern[i]” la società con il rischio di dilapidare vieppiù “il capitale accumulato della religione tradizionale e della filosofia morale tradizionale”, ponendo al suo posto il “niente”? Irving Kristol risponde: “Non farò finta che la tesi contro il nichilismo e a favore della civiltà sia facile da sostenere”, e in questo modo lascia intendere di sapere bene che il “niente” – semplicemente – non esiste; che un “senso” ci sarà sempre, anche fuori dalla tradizione; che la difesa della tradizione, fino al più subdolo scetticismo portato alla radice stessa del principio di democrazia, è sostanzialmente perdente. Ecco il perché della sua captatio, ecco il perché della sua concessione alla “vendita sottobanco di materiale pornografico” in cambio di una accettazione della necessità di “censura”, ecco perché ha bisogno di chiamarla “censura liberal”, ecco perché il suo argomentare non regge se non nell’ordine di cose retto dal movente politico pro-oligarchia, che storicamente si serve della retorica di tipo propagandistico.
[Vorrei a questo punto riportare un brano da un articolo che scrissi tempo fa per l’Indipendente di Giordano Bruno Guerri, ancora in polemica con l’eristica dell’ipocrisia neocon, ancora puntando l’attenzione sulla natura meramente propagandistica delle argomentazioni. Scrivevo: “La propaganda è un mezzo di suggestione attraverso il quale la politica e la religione cercano di imporre la loro volontà. La sua efficacia è in relazione alla natura del rapporto tra emittente e ricevitore. Non a caso qui [uso] questi due termini - emittente e ricevitore - perché la sostanza della propaganda è mediale ed è costante la regola che l'emittente sia (in-)vestita di un'autorità conferitale dal ricevitore lungo l'inverso del vettore mediale. Tutti, in potenza, siamo ricevitori, perché abbiamo sperimentato da bambini la dipendenza da figure (in-)vestite di quella autorità che, nelle forme di blocco dello sviluppo psicologico, è dirottata su figure tranferalmente parentali, umane o divine. Ciò nonostante, gli studi classici di psicologia hanno incontrovertibilmente dimostrato che l'autorità non è mai indenne da una fantasmata valenza (quando non addirittura da una realtà) di tipo sadico. Il bambino - divenuto adulto - avrà bisogno di cercare surrogati di autorità bonaria per estinguere il tenore sadico di quella (reale o fantasmata) autorità parentale. Perfino una tirannia reale gli sembrerà preferibile a questa persecuzione interna. Quel bambino - divenuto adulto – ‘si sentirà più felice sotto la protezione dell'autorità e più sicuro in qualità di membro di un gruppo potente e disciplinato. Identificandosi con questo gruppo e con il suo leader, potrà raggiungere quel senso di potenza che come individuo gli è negato, ma la sua serenità di mente sarà ottenuta a spese della sua capacità di giudizio indipendente [...] sarà facile preda della propaganda di tale gruppo’ (Roger Money-Kyrle, La psicologia della propaganda, Loescher 1985)”. Concludevo scrivendo: “Ma sarà, a sua volta, se reclutato, un ottimo propagandista”. La disillusione di Kristol tenta di disilluderci sul principio democratico. Opera questa captatio, senza avvedersi che in noi non c’era alcuna illusione: a noi la democrazia non piace perché è buona e bella, ma perché è economicamente la forma politica più vantaggiosa per tutti e per ciascuno. Così, parimenti, quando ci battiamo perché essa venga adottata da popoli che non l’hanno mai conosciuta: non è una missione cui ci chiama la bontà e un fesso solidarismo di calda simpatia per il simile; è il ragionato calcolo che nessuna altra strada è percorribile, se non accumulando violenza e ingiustizia che prima o poi si ritorcerà contro noi stessi. E non a caso si può ben dire che non vi fu mai guerra tra due democrazie.]
Ma sarà il caso di dare un’occhiatina a cosa pensi della democrazia un neocon come Kristol, cogliendo l’occasione di questo suo articolo contro la pornografia. Egli scrive: “Esiste […] un concetto più arcaico di democrazia […] secondo cui la qualità della vita pubblica è assolutamente cruciale”. Ha in mente la democrazia che non esclude la presenza di schiavi, quella che “parte dal presupposto che la democrazia sia una forma di autogoverno, e che se si vuole avere un governo meritevole è necessario occuparsi del tipo di persone che sono al potere”: la democrazia retta da una oligarchia. “Per dirla in modo ancora più incisivo, per meritarsela bisogna che gli eletti siano degni di assumere questo compito”: che insomma gli eletti siano “eletti”, che in qualche modo l’elezione non venga da quel “basso” che potrebbe anche fare scelte sbagliate, mandando al potere il mero intento della maggioranza, ma da quell’“alto” che sappia veramente interpretare il bene necessario, cui si darà la maiuscola, facendolo diventare Bene per tutti. E’ ancora democrazia? Non è questo il punto, per Kristol. Il punto è che non si può permettere “alla gente di corrompere sé stessa per capriccio”. Torna, come in alcune encicliche, questo termine – “capriccio” – che fa da contrappunto al “cruciale” della vita pubblica. Il neocon non è che un conservatore che nel nuovo non sa che vedere il vecchio. E infatti anche dal punto di vista puramente biografico il neocon nasce come disadattato, come spiantato, come professorino contestato dai suoi studenti sul finire degli anni ’60.
[Michael Walzer, che analizzò il fenomeno neocon sul suo nascere, scrisse con una trafiggente lucidità: “L’eguaglianza è uno spettro che ossessiona la mentalità neoconservatrice […] Questi scrittori si presentano come difensori della meritocrazia […] ma chi sono del resto i meritocratici se non uomini e donne sradicati e ambiziosi, esclusi dalle comunità tradizionali, decisi a salire puntando sullo Stato?E non sono proprio queste persone, incerte della loro posizione attuale e della loro destinazione futura, piene di ansie, invidiose delle élites più antiche e delle ricchezze consolidate, che […] portano nel cuore e nel cervello i germi dell’egualitarismo radicale? Di nuovo il dilemma neoconservatore. Come anelano alle comunità perdute, così questi scrittori anelano alle perdute gerarchie e alle istituzioni stabili”.]
In questo articolo che invoca una censura della pornografia Irving Kristol disvela la tragedia dell’essere neocon, quella tragedia ben descritta da Walzer, una tragedia che è contrassegnata da molti paradossi logici, cartine al tornasole di ansie da disadattati, da spiantati. Ma, in qualche modo, se n’avvede: “Se vi preoccupate per la qualità della vita nella democrazia dovete essere per forza favorevoli alla censura. Ma un liberal può essere dalla parte della censura? […] Questa non è forse una contraddizione in termini? Non credo”, e giù a capofitto nei paradossi: “Non ci si fa problemi nel confrontare leggi repressive contro il consumo di alcolici, droghe e tabacco con leggi che regolano la disponibilità di alcolici, droghe e tabacco. Leggi che incoraggiano la moderazione non sono la stessa cosa di leggi che hanno per obiettivo quello di proibire o di abolire. Fumare non è diventato un reato criminale [si riferisce alle pesanti restrizioni vigenti in molte parti degli Usa, n.d.r.]. Tuttavia, con una perfetta tranquillità di coscienza liberal, è stata vietata la pubblicità di sigarette in televisione. L’abitudine di limitare la libertà individuale, in modo liberal, è abbastanza familiare”, e qui si torni a quanto dicevamo all’inizio: nel 2003 Kristol chiedeva una regolamentazione della pornografia, oggi una censura. Vi si metta d’accanto il perdurante tenore della sua captatio: se liberal non dovremmo poi sentire troppo pesante una qualsivoglia censura: il Bene la chiede, gli “eletti” non possono che imporla, chi crede nella democrazia temperata dalla virtù neocon non può che accettarla. O si vuol far parte della plebe? Giammai, giammai.
Poi, l’acme: “Qualsiasi tipo di censura a volte rischia di giudicare erroneamente una particolare opera d’arte – si potrebbe vedere pornografia laddove invece c’è solo un delicato erotismo, trovare oscenità dove in realtà non c’è proprio […] Anche se la maggior parte delle opere d’arte non sono oscene, ci sono alcuni lavori che, almeno in parte, hanno contenuti pornografici e osceni. Esistono capolavori che sono ‘più che osé’ (Boccaccio, Rabelais). Sono questi capolavori che rischiano di soffrire a causa del censore. Questo è il prezzo che uno deve essere disposto a pagare […] Per quelli di noi che non sottoscrivono l’osannazione dell’arte, il costo della censura non sembra poi così alto”, ‘fanculo Boccaccio e Rabelais, ‘fanculo Joyce. “Oggi possiamo leggere Funny Hill e il Marchese de sade. Anzi possiamo comprare liberamente questi libri, prima invece la gente riusciva comunque a leggerli anche se erano proibiti pubblicamente. Ed è così che dovrebbe essere se ci fosse una censura liberal”, quella che Kristol invoca. Sarà il caso di fargli notare che, in regime di censura, può accedere a quello che poi sarà considerato un capolavoro solo colui che ha abbastanza denaro per potersi permettere il sottobanco, e che sarà questo accesso a fare la ragione del giudizio che poi giudicherà se quell’opera è capolavoro o no? Non è l’implicitazione dell’organigramma di una nuova élites di filosofi re?
[Che la pornografia sarebbe stato il prossimo bersaglio della follia neocon l’avevo già previsto su questo blog in più occasioni, per questo l’articolo di Kristol mi fa più ridacchiare amaro che preoccuparmi dolente. Come per la logica della Chiesa di Roma, basta entrare nei meccanismi argomentativi e si riesce ad anticipare ogni loro delirio, basta non aver scrupoli ed essere conseguenti fino in fondo, perché sia la mentalità clericale sia la mentalità neocon non se ne fanno, anche quando arrivano a conclusioni diametricalmente opposte a quelle di partenza. Un esempio è quello della libertà per la Chiesa: passaggio dopo passaggio, senza scrupoli, si arriva alla conclusione che la vera libertà sta nell’obbedienza (a chi, è inutile dirlo). Sapevo che un Kristol (o un altro fa lo stesso: tutti diversi, ma tutti uguali) sarebbe arrivato a questo. E ho letto l’articolo su Magazine – Corriere della Sera senza alcun trasalire. Adesso, però, arriverà il tragicomico: la sfilza delle nostrane macchiette neocon, il sussiegoso Pera, il trombone Ferrara, i cristianisti a seguito, tutti nell’esercizio coatto à la Kristol. Avremo di che divertirci.]
Giorni fa scrivevo su questo blog, e nella forma iperbolica che più mi è congeniale (anche se spesso mi procura la fastidiosa molestia di qualche cretino in abituccio da ben pensante) – scrivevo: “Ci andrei cauto col dire che ‘adesso in Iraq c’è la democrazia’. Sarò disposto a concederlo solo davanti a un film porno con due sunnite che spompano violentemente un curdo, regia sciita, produzione autoctona, imam che stronca l’opera con la sua fatwa nella più algida indifferenza dell’opinione pubblica”. Invece che “indifferenza” avrei dovuto scrivere “tolleranza”: avrei fatto la differenza sostanziale tra un neocon e democratico. E con ciò non avrei fatto ancora nulla contro le idiozie che ora, immancabilmente, sentiremo sulle labbra del sussiegoso Pera, del trombone Ferrara, dei cristianisti a seguito – suppongo non mancherà qualche pornografo pentito. Una pacchia, amici liberali, una pacchia.
da http://malvino.ilcannocchiale.it