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Lectio magistralis

5 aprile 2006

di Luigi Castaldi

Vieni, figliolo, ascolta. Vedi quella? Ha abortito nel 1993, la troia. Vabbe’, “troia” è un po’ forte, diciamo “peccatrice”. Ai sensi del canone 1398 del Codice di Diritto Canonico la peccatrice è scomunicata. Scomunica latae sententiae, ovviamente. Cos’è? Una forma automatica e non ufficiale di pena. In parole povere: la troia – cioè, la peccatrice – è fuori dalla Chiesa, de facto. Inter nos: il fatto che, in casi come questi, la scomunica sia automatica e non ufficiale dà un tocco di aspecificità alla sentenza, la cui gravità dipende dall’autorità che la emette, in tutti gli altri casi. Un esempio? Tolerati sono i rei raggiunti da scomunica di bassa gerarchia, mentre quelli bollati dalla Sede sono vitandi (se li incroci, sputa a terra e cambia marciapiedi). Be’, dunque, quella peccatrice è scomunicata – lata sententia – da 13 anni. Se le nostre pecorelle più obbedienti la incrociano per strada, non sanno se debbono o non debbono sputare a terra e cambiare marciapiedi, tanto più che, ai sensi del canone 1340, “per una trasgressione occulta non s’imponga mai una penitenza pubblica”.  Insomma, se la troia – accidenti a me, mi viene spontaneo, scusa – se la peccatrice, volevo dire, se ne sta zitta e non va a starnazzare in giro lo scandalo, è scomunicata, sì, ma lo sa solo lei; appena parla, si mette nella condizione di vitanda, cazzi suoi. Cioè, cazzi pure nostri, soprattutto dacché per noi i tempora si sono fatti bui – non parliamo dei mores. Hanno fatto perfino una legge ad troias – vabbe’, diciamo ad reas – possono abortire. Capisci? E’ come banalizzare la scomunica, renderla un bau-bau. No, aspetta, sennò non ti faccio chiaro quello che ti voglio dire…

Se vieni a chiedermi perdono, vuol dire che riconosci la mia autorità sull’atto che ti ha comminato la pena, mi riconosci il diritto di punirti. Ti ho punito, ne soffri a un punto tale da spingerti a sperare ch’io possa rivedere la mia decisione e concederti clemenza: vuol dire che la punizione era efficace, vuol dire che la mia autorità è piena su di te, sia ch’io ti conceda clemenza, sia che te la rifiuti. Tu sei venuto a chiedermi perdono, e io ho due scelte: concedertelo o rifiutartelo. E’ un bel problema. Diciamo la verità: mi stai dando un grattacapo nella gestione della mi autorità su di te. Che faccio? Ti perdono? Che fine fa, in questo caso, la forza della norma che tu hai violato beccandoti la pena? Diciamo la verità, diciamola di nuovo: la forza della norma si smorza. Se io, allo stesso tempo, incarno ed amministro quella norma, perdo e acquisto qualcosa nel darti il perdono che mi chiedi. Nella singola concessione del perdono, forse, la somma sarà uguale a zero. Ma se sono clemente sempre, la mia autorità va a farsi sfottere. E’ un guaio. Nel venirmi a chiedermi perdono, tu mi metti nei pasticci.

Facciamo un altro caso: io ti offro il mio perdono senza che tu me lo chieda. Se ti offro il mio perdono senza che tu me lo chieda, vuol dire che ti sto chiedendo di riconoscere la mia autorità sull’atto che t’ha comminato la pena. Se accetti il mio perdono, soprattutto nei tempi e nei modi che ti impongo, il riconoscimento della mia autorità è pieno. In più, aggiungo alla mia autorità quel tanto di imperscrutabile arbitrio che la rende ancora più affascinante. L’autorità è violenza e fascino insieme, dovresti sapere. Di questo imperscrutabile arbitrio che io metto nella decisione di offrirti il mio perdono, devo farne uso assai accorto. Se voglio che fascino e violenza si potenzino a vicenda – se, insomma, voglio che il risultato sia massimo – dovrò lasciarti intendere che l’eccezionalità del mio perdono che viene a forzare la norma, nel punto in annulla gli effetti della pena comminata, sia cifra stessa dell’autorità. Come fare? Dovrò studiare bene i tempi e i modi: è attraverso quelli che tu vieni a prendere in pieno gli effetti della mia autorità. Se di tutto questo ho un’adeguata esperienza – chessò, un’esperienza di due millenni – non mi sarà difficile: i tempi saranno congrui alla periodizzazione del mio incarnare e amministrare la norma (ricorrenze fondative); i modi saranno congrui alle dinamiche del fascino e della violenza che ho cristallizzato in istituti (sacramenti).  Bene, ammettilo: com’è sottile la differenza tra il perdono che ti do, se me lo chiedi, e quello che t’offro mea sponte, dopo avertelo a lungo negato. Ammettilo, caro il mio masochista: mica è facile fare il sadico e dover pure badare a tenere nascosto il nostro giochetto preferito sotto le forme dell’ineluttabile.

Vieni, vediamo se riesco a fartelo capire bene, ora. Alla troia di cui sopra – oh, mio Dio, non ci riuscirò mai, è quella misoginia che abbiamo connaturata da sempre – alla peccatrice, volevo dire, dobbiamo far pesare il suo peccato. Come fare? Te la faccio breve, entro nello specifico. Mi segui?

Dal 9 al 23 aprile tutti i sacerdoti, anche l’ultimo don Coso di Roccasecca Inferiore, potrà togliere la scomunica a quella lì, assolverla, riaccoglierla tra le pietose braccia di Nostra Madre Chiesa. E’ un decreto episcopale dello scorso 23 marzo – una figata, no? L’idea è venuta a monsignor Dante Lanfranconi, diocesi di Cremona. Ohi, sia chiaro, mica è stata una spimpirlazzula di suo – tutto a norma – discrezione in tutte le sue accezioni. Ha mandato il suo vicario, monsignor Mario Marchesi, a spiegarla come si deve: “Lo si fa per agevolare l’accostamento al sacramento della Penitenza”. “In passato – ha detto – sono già stati presi provvedimenti analoghi”: il Giubileo del 2000. Lo so, tu mi dirai che questo regime di condono… Sì, lo so, hai ragione, però ti invito a constatare che funziona. Ne vuoi un esempio, vero? Te ne faccio due.

Celestina Villa, assessore di Cremona, in quota Rifondazione Comunista: “Non credo proprio che qui c’entri la politica”. Scioccherella. Per lei la politica dev’essere quella stupida cazzata fatta di delibere, ricorsi, ecc. Perché toglierle questa beata illusione? Qui stiamo facendo politica da duemila anni, e la signora Celestina… vabbe’, va’, passiamo all’altro esempio, che è di molto più sfizioso. Daniela Polenghi, anche lei assessore, in quota Comunisti Italiani: “E’ un provvedimento che va nella direzione del rispetto della donna e del suo dramma personale. La Chiesa si rende conto che l’interruzione di gravidanza ha risvolti complessi, è una scelta di dolore”. Splendido, no?



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