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Ratzinger e Maggiolini, problemi di stile

29 maggio 2006

di Luigi Castaldi

Monsignor Alessandro Maggiolini, vescovo di Como, sta a Sua Santità, Benedetto XVI, come l’onorevole Roberto Calderoli sta al senatùr Umberto Bossi. Il parallelo è relativo innanzitutto allo stile, ma non si esaurisce in quello, e l’ultimo intervento di Sua Eccellenza ne è la miglior prova.

Monsignor Maggiolini è intervenuto sulle dichiarazioni fatte da papa Ratzinger, nel primo giorno della sua visita in Polonia, proprio nella cattedrale di Varsavia”. Con queste dichiarazioni sui “cosiddetti ‘peccati della Chiesa’, le colpe, cioè, che la comunità cristiana nel suo insieme avrebbe commesso durante la sua storia contro i diritti fondamentali delle persone, soprattutto contro la libertà religiosa” – con queste dichiarazioni, dice Maggiolini, Benedetto XVI “ha dato un colpo di pollice – o un tocco di finezza – alle notizie che nei mesi scorsi erano tornate nell’informazione con insistenza perfino monotona sulla richiesta di perdono che Giovanni Paolo II avrebbe rivolto al mondo intero”. “Anche al passato?”, si chiede Sua Eccellenza. E, qui, il vescovo di Como introduce con espediente rozzo, ma efficace, il nodo della questione: “Non si sbaglia, né si pecca per interposta persona attribuendosene poi in modo assoluto la responsabilità”.

Insomma, se uno chiede perdono, oggi, alle vittime di passati misfatti, compiuti da persone che non sono più in vita, ma che hanno fatto parte della Chiesa (e dunque ne fanno parte anche ora, nella nota teoria della communio vivorum et mortuorum), non s’impegna per quelli, né per l’intera Chiesa, ma “per ciascuno di noi per quanto ha impegnato nel male la propria libertà”. Così, è molto più chiaro di come l’ha detto Benedetto XVI: è chiaro come lo è lo schietto chiosar di Calderoli a un obliquo bofonchiar di Bossi. “Non si potrà mai giudicare un fratello o una generazione cogliendone l’intenzione di coscienza”, che ne possiamo sapere noi di quale buona fede armasse la mano del boia che appiccava fuoco alle fascine sotto i piedi di Giordano Bruno?

“La richiesta di perdono emessa da Giovanni Paolo II [nella Giornata del Perdono, al Giubileo del 2000] è da spiegare con l’entusiasmo e il desiderio di innocenza di quel papa”, non era mica il mea culpa a nome del boia o di chi gli aveva dato l’ordine di accendere il rogo. “Una correzione a U [dunque, quella di Benedetto XVI]?”. Macché. Sua Santità ha solo messo i puntini sulle i, ha solo ricordato che “bisognerà collocarsi nel tempo e nell’ambiente in cui i fatti deleteri del passato sono avvenuti a opera dei cristiani. Se no, si emettono giudizi sommari che non hanno né consistenza né precisione”.

Sembra un nonnulla, ma è come dire che in fondo non c’è proprio niente di cui la Chiesa debba chiedere perdono – chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato, ha dato – il perdono chiesto da Giovanni Paolo II era una disposizione d’animo, un inclinare ad ammettere che in mezzo a tanti santi non si può escludere che non ci fossero pure due o tre mascalzoni. Sì, ma adesso va’ a capire chi lo fosse davvero, e se a farlo sembrare tale, oggi, non sia un errore di prospettiva storica – se, insomma, tutti quei dissenzienti alla linea dettata dal papato in materia di fede, morale e politica non siano stati bruciati davvero per il bene della loro anima. Va’ a capire se non siano loro, piuttosto, a dover chiedere scusa per aver costretto il papato a mandarli a morte dopo tortura. D’altronde, non possono – ma la Chiesa è tanto materna che non lo pretende – però nemmeno vuole che le scassi la Santa Minchia in senso contrario: chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato, ha dato.

Questo modo di chiosare Benedetto XVI – sia chiaro – è molto onesto, perché interpreta pienamente una preoccupazione che, nel 2000 (ma già nel 1998, quando si prospettava la Giornata del Perdono), l’allora cardinal Ratzinger già aveva e non mancava di esplicitare in un documento della Commissione Teologica Internazionale chiamata a dare sostanza alle scuse che Wojtyla s’era intestardito a voler fare urbi et orbi. Scuse a chi? Wojtyla chiese perdono a Dio, non alle vittime – e lo chiese a suo nome, non a nome di carnefici.

Sì, però, sappiamo come i poveri di spirito siano portati a semplificare, a “tranciare giudizi al bar o dal barbiere”: Wojtyla l’aveva già fatto, ma è stato frainteso; sicché arriva Ratzinger, e mica si rimangia tutto; no, “ha semplicemente ritoccato le affermazioni del suo amatissimo predecessore”; il quale aveva già “distinto gli errori e le colpe dei credenti dagli errori e dalle colpe della Chiesa”. Ma non s’era detto che la Chiesa è una communio vivorum et mortuorum, nella quale presente e passato sono una sola realtà? Appunto – conclude Maggiolini – la Chiesa persista nella conversione al suo Signore. Lasci a Dio il giudizio: anche il giudizio storico di vicende lontane o vicine”. Il gesto di Wojtyla era un gesto carino, mica voleva essere un impegno. Infatti, si sa, molte Dio tace quando si compiono massacri. Chi può mai dire che non stia consentendo, se tace?



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