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La «sana laicità»

11 dicembre 2006

di Luigi Castaldi

Nel discorso che ha tenuto al 56° Convegno Nazionale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, in corso a Roma in questi giorni, Benedetto XVI è stato finalmente molto esplicito su cosa debba intendersi per quella «sana laicità» oltre la quale si scivolerebbe nel «laicismo»: una «sana laicità» “implica l’effettiva autonomia delle realtà terrene, non certo dall’ordine morale, ma dalla sfera ecclesiastica”.
Come facciamo a sapere quando le «realtà terrene» vengono meno all’«ordine morale»? Chi ci avverte? Chi ci riporta all’«ordine morale»? A chi spetta, insomma, il primato del magistero morale? Alla «sfera ecclesiastica»: a chi, sennò?

La «sana laicità», per Benedetto XVI, consiste in questo: le «realtà terrene» godano pure di «effettiva autonomia […] dalla sfera ecclesiastica» (mille grazie, Santità!), ma si facciano riprendere docilmente dal magistero morale della Chiesa quando, e se, venissero meno all’«ordine morale». Il magistero morale della Chiesa non viene mai meno all’«ordine morale», per definizione. Invece le «realtà terrene» ci sono portate di loro, quasi inevitabilmente. Colpa del peccato originale? Colpa della secolarizzazione? Sarà stato l’Illuminismo? C’è lo zampino di Cartesio? Chissà. Fatto sta che una «sana laicità» “implica l’effettiva autonomia delle realtà terrene […] dalla sfera ecclesiastica”, ma “non certo dall’ordine morale”, e spetta alla «sfera ecclesiastica» dire quale sia il migliore.

“Si parla oggi di pensiero laico, di morale laica, di scienza laica, di politica laica”, dice Benedetto XVI, ma tutte queste cose sono «sanamente laiche» solo se recepiscono “una legge morale di valore assoluto, vigente in ogni tempo e in ogni situazione”, sennò sono «laiciste»: superfluo dire a chi ci si debba rivolgere per avere amorevole e costante ragguaglio circa questa «legge morale di valore assoluto». Ecco perché una “totale separazione tra lo Stato e la Chiesa, non avendo quest’ultima titolo alcuno ad intervenire su tematiche relative alla vita e al comportamento dei cittadini” è – de facto – «laicismo».

E, dunque, nello specifico: quand’è che c’è «sana laicità», per Benedetto XVI? C’è «sana laicità» solo quando le «realtà terrene» “riconosc[ono] a Dio e alla sua legge morale, a Cristo e alla sua Chiesa il posto che ad essi spetta nella vita umana, individuale e sociale”: reggere il magistero, dire ciò che è giusto o no, dire ciò che si può fare e ciò che è… fate voi, a questo punto ci va bene sia «reato», sia «peccato», la differenza è veramente insignificante. Per esempio: allo Stato spetterebbe rendermi difficile la fornicazione e alla Chiesa farmi presente che è peccato mortale, così poi mi regolo, in un salubre habitat di «sana laicità».
Libero. Libero dall’errore. Nel senso che non me lo posso permettere: mi è vietato sbagliare, devo filare dritto lungo l’«ordine morale», lo trovo tutto nel Catechismo.

Si miri quanto tutto ciò sia armonicamente concepito, dato l’assunto che la Chiesa […] ha il dovere di proclamare con fermezza la verità sull’uomo e sul suo destino”. E pensare che c’è chi vorrebbe l’“esclusione della religione e dei suoi simboli dalla vita pubblica mediante il loro confinamento nell’ambito del privato e della coscienza individuale”: se confiniamo la religione nell’ambito del privato e della coscienza individuale, come farà il genuino «ordine morale» espresso dal magistero cattolico a guidare il destino dell’uomo?
La Chiesa in questo si distingue dallo Stato etico: nel concetto di «sana laicità». La Chiesa non vuol guidare la società, vuole indirizzarla. La «sfera ecclesiastica», diciamo, si sente in taxi.



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