«Ho visto un uomo malato, in una stanzetta al quarto piano di una casa di periferia. Di fronte a lui solo una tv, l'unica finestra è lontana, non può guardare fuori. Al suo fianco la moglie e, per poche ore a settimana, un'assistente sociale». E' racchiusa anche in questa desolante descrizione l'origine della sofferenza di Piergiorgio Welby. Giuseppe Casale, il medico palliativista che si è rifiutato di esaudire la richiesta di eutanasia, è convinto che con opportune cure antidolore quell'uomo potrebbe avviarsi con serenità verso il termine della vita.
Che situazione ha visto?
«Una persona molto sofferente non nel fisico, ma nella psiche e nello spirito. Un dolore intimo, profondo, tipico di chi non riesce a dare più senso alla vita. E rabbia”.
E non ritiene che abbia diritto ad essere rispettato?
«Sono contrario all'eutanasia, se così non fosse non avrei scelto di dedicarmi alle cure palliative. E' la risposta sbagliata di una società che non sa prendersi cura di chi soffre».
Welby sa che esistono alternative?
«Certo, gli ho proposto di assisterlo a casa con farmaci, e sostegno psicologico e spirituale oppure con ansiolitici e antidepressivi. Non ha accettato. Infine gli ho prospettato una sedazione non per accelerare la morte ma per smettere di soffrire. Gli ho assicurato che gli sarei stato vicino quando se ne sarebbe andato naturalmente, dopo pochi giorni. Ma lui vuole essere addormentato e subito staccato dal respiratore».
Cosa la amareggia di più?
«Che un caso straziante sia stato strumentalizzato per fini politici. Chi porta avanti la battaglia per l'eutanasia e usa Welby per aprire una breccia dimentica che dietro tutto questo c'è la solitudine e il dolore di un essere umano. Quella sentenza non è una mia vittoria».