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Il medico: il caso di Piero è stato strumentalizzato

• da Corriere della Sera del 18 dicembre 2006, pag. 20

di Margherita De Bac

«Ho visto un uomo malato, in una stanzetta al quarto piano di una casa di periferia. Di fronte a lui solo una tv, l'unica finestra è  lontana, non può guardare fuori. Al suo fianco la moglie e, per poche ore a settimana, un'assistente  sociale». E' racchiusa anche in questa desolante  descrizione l'origine della sofferenza di Piergiorgio  Welby. Giuseppe Casale, il medico palliativista  che si è rifiutato di esaudire la richiesta di eutanasia, è convinto che con opportune cure antidolore quell'uomo potrebbe avviarsi con serenità verso il termine della vita.

 

 Che situazione ha visto? 

«Una persona molto sofferente non nel fisico, ma nella psiche e nello spirito. Un dolore intimo, profondo, tipico di chi non riesce a dare più senso  alla vita. E rabbia”.

 

 E non ritiene che abbia diritto ad essere rispettato? 

«Sono contrario all'eutanasia, se così non fosse non avrei scelto di dedicarmi alle cure palliative. E' la risposta sbagliata di una società che  non sa prendersi cura di chi soffre».

 

 Welby sa che esistono alternative? 

«Certo, gli ho proposto di assisterlo a casa con farmaci, e sostegno psicologico e spirituale oppure  con ansiolitici e antidepressivi. Non ha accettato. Infine gli ho prospettato una sedazione  non per accelerare la morte ma per smettere di soffrire. Gli ho assicurato che gli sarei stato vicino  quando se ne sarebbe andato naturalmente, dopo pochi giorni. Ma lui vuole essere addormentato  e subito staccato dal respiratore».

 

 Cosa la amareggia di più? 

«Che un caso straziante sia stato strumentalizzato  per fini politici. Chi porta avanti la battaglia  per l'eutanasia e usa Welby per aprire una breccia dimentica che dietro tutto questo c'è la solitudine e il dolore di un essere umano. Quella sentenza non è una mia vittoria». 



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