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L’amore e la pietà del figlio dell’uomo

• da La Repubblica del 21 dicembre 2006, pag. 1

di Eugenio Scalfari

La natività di Gesù di Nazareth dispone gli animi (dovrebbe disporli) all'ascolto di se stessi e degli altri, sia da parte dei credenti nella sua origine divina sia da quanti io considerano un figlio dell'uomo dotato di virtù profetiche sulle quali è stata costruita una delle grandi religioni, fondata sull'amore, sulla pace, sulla giustizia.

 

Non è dunque tempo di affrontare altri temi, che pure incalzano e preoccupano ma che riguardano il commercio degli interessi e la gestione del potere, fosse pure nel senso più alto e nobile e non sordido e ottuso come molte volte accade. Rinviamo perciò ad altre prossime occasioni questi argomenti e ascoltiamo invece ciò che la mente e il cuore ci suggeriscono su questioni che riguardano i rapporti tra le persone e tra queste e le istituzioni, la vita buona e la buona morte, la compassione e la pietà. Gli spunti attuali non mancano ed anzi abbondano in un'epoca di contrasti, incertezze, paure, fobie e crescenti egoismi.

 

Mi hanno colpito in questi giorni due interventi che toccano tasti estremamente sensibili: un articolo di Claudio Magris sul "Corriere della Sera" dei 18 dicembre, intitolato "L'ingerenza dell'ipocrisia" e una lettera a Welby scritta da Ignazio Marino, cardiochirurgo e presidente della commissione parlamentare della Sanità, pubblicata sulla "Repubblica" del 19. Di questo mi occuperò e dei complessi problemi che pongono alla nostra attenzione. 

 

L'articolo di Magris mi ha lasciato assai perplesso. E’ la prima volta che mi accade; di solito condivido interamente i suoi pensieri. Questa volta no e mi è riuscito difficile anche cavarne un senso. Per chi non l'avesse letto cercherò di riassumerne le tesi.

 

Comincia deplorando le ingerenze di chi persona o istituzioni invada campi altrui per imporvi il proprio dominio. E poiché l'oggetto dell'articolo riguarda il rapporto tra la Chiesa e lo Stato, fa proprio il motto evangelico del “date a Cesare ciò che e di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Una regola perfettamente equilibrata nella forma come nella sostanza, ma talmente evocata e ripetuta da esser diventata luogo comune, interpretato e stiracchiato in tutte le direzioni fino a perdere ogni significato. 

 

Lo stesso Magris dei resto ne fornisce la prova quando osserva che la Chiesa ha diritto di sostenere in tutte le sedi l'etica che deriva dalla religione, aggiungendo che l'etica e la politica sono intimamente intrecciate tra loro sicché la Chiesa legittimamente finisce per entrare nel dibattito politico, nell'amministrazione della cosa pubblica e infine nell'attività legisiativa, con tanti saluti alla teorica distinzione tra le competenze di Cesare e quelle di Dio.

 

Volete forse mettere il bavaglio al Papa e ai vescovi? si domanda e ci domanda Magris. Volete ridurli ad una qualsiasi associazione di bocciofili e di cacciatori? E’ mai possibile espellere la Chiesa dallo spazio pubblico che le spetta in materie come la bioetica, la fecondazione assistita, l'educazione dei bimbi e dei ragazzi, il finanziamento delle scuole cattoliche, il regime carcerario? Certo che no, nessuno pensa questo, caro Magris. Anzi. I laici, credenti e non credenti, hanno da tempo rinunciato a confinare la religione nello spazio privato. Non solo accettano ma addirittura incoraggiano la gerarchia ecclesiastica ad esprimere pubblicamente le sue convinzioni. Purché sia lasciata al laicato, cattolico e non cattolico, la piena autonomia e responsabilità dei comportamenti politici e legislativi. Si tratta di un'assurda pretesa? O non piuttosto del tentativo estremo di salvare almeno qualche lembo del mantello di Cesare, ormai ridotto a brandelli dalle martellanti ingerenze della "lobby" episcopale e vaticana?

 

Ma incalza Magris - spesso accade che i laici rimproverino le ingerenze della Chiesa quando esse siano contrarie alla loro parte politica ma le approvino invece a gran voce quando l'ingerenza giochi a loro favore. Se si è contrari alle ingerenze, questa contrarietà va sostenuta sempre e comunque, indipendentemente dai contenuto.

 

Parole sante che personalmente condivido e che, per quanto mi riguarda, ho sempre applicato e sostenuto. Se non che Magris si impiglia in una esemplificazione assai poco pertinente a proposito del pacifismo. L'esempio addotto riguarda la guerra in Iraq, sia la prima che la seconda, entrambe già deplorate da papa Wojtyla e poi da papa Ratzinger in nome della pace, ma sbagliò. In quel caso infatti il Vaticano si era ingerito indebitamente nel comportamento di governi sovrani e democratici che, magari sbagliando, avevano tuttavia legittimamente portato in guerra i loro paesi. La sinistra perse dunque l’occasione di criticare le ingerenze indebite.

 

Ecco dove il ragionamento mi sembra completamente sbagliato e fuorviante. La Chiesa predica la pace e si dichiara contro la guerra specie se si tratti di guerra offensiva e non difensiva. Non si tratta d'una ingerenza ma di un diritto-dovere della religione e di chi la rappresenta. Caro Claudio, tu vorresti che la Chiesa si possa schierare contro una legge in favore per esempio dell’eutanasia, ma non tolleri che parli contro la guerra preventiva di George Bush e di Tony Biair. Quale coerenza è mai questa?

 

Ma tu, trasportato da una tua logica che a me risulta a questo punto incomprensibile, vai anche più oltre. Rievochi il (colpevole) silenzio di Pio XII sui nazismo e qualche (timida) protesta del Vaticano nei confronti della politica hitleriana e sostieni che pure quelle proteste, ancorché cautissime, erano un'ingerenza, anche se definita auspicabile, contro il governo legittimo della Germania. Qui proprio non ti capisco più.

 

Il finale di questo strano testo di Magris è invece condivisibile: sarebbe meglio se la Chiesa rinunciasse al Concordato per esser più libera di parlare di tutto senza più dover osservare la distinzione di competenza fra Cesare e Dio.

 

Giusto. Ma la Chiesa parla già di tutto e si tiene per sovramercato, ben stretta al suo Concordato per i vantaggi cospicui che esso le assicura. Allo stato dei fatti la formula cavouriana della libera Chiesa in libero Stato ha perso ogni significato come l'altro luogo comune di Cesare e Dio. Tutte le modeste difese poste dai Patti Lateranensi sono state smantellate da un pezzo. Quei Patti servono soltanto a garantire gli interessi finanziari della Santa Sede; il resto è silenzio.

 

Mentre scrivo queste note leggo un articolo di Galli della Loggia sul "Corriere" dei 20 dicembre, intitolato “Una società senza cattolici”. Il testo svolge fedelmente il tema enunciato nel titolo, sostenendo che il dibattito culturale e politico in Italia è monopolizzato dai laici laicisti. A me pare incredibile che si possa stravolgere la realtà fino a questo punto. Ognuno ha il diritto di dire la sua, naturalmente. Può un vecchio laicista deplorare tesi così lontane dai dati di fatto?

 

Vengo alla lettera di Welby di Ignazio Marino. Qui la materia è ancora più sensibile e dolente perché si tratta della sofferenza di un malato terminale che invoca la morte, chiede di essere aiutato a morire e ottiene una risposta che dà i brividi.

 

Ho vissuto in questi giorni una esperienza dolorosa con la morte di una persona a me carissima: ho assistito alla sua sofferenza. Mi sono venute in mente le parole di Giobbe:

 

“Pesate i miei spasimi

E sul piatto mettere la mia cancrena

Peseranno più che le sabbie

Di tutti i mari

Perciò barcollano le mie parole”.

 

 

Ebbene, Marino riconosce che Welby, come qualunque malato terminale in preda ad una sofferenza atroce ha il diritto di chiedere una morte assistita. Ma non si può, non c’è una legge che lo consenta. La deontologia medica – ricorda Marino – lo vieta perché il medico deve curare e mantenere in vita, non può e non deve curare la morte. Invita Welby a stringere i denti e andare avanti. Gli propone addirittura di accettare di essere sedato per 48 ore al fine di riacquistare le forze e poi, così rinforzato, riprendere a soffrire. Qualora il suo male diventasse ancor più doloroso e richiedesse nuovi interventi e qualora Welby, come suo diritto, lo rifiutasse, lo avverte che i medici non potrebbero neanche in quel caso estremo procurargli una buona morte ma assisterebbero impotenti alla sua fine straziante pur di non interrompere “anzitempo” una vita.

 

Nelle stesse ore il papa ribadiva, parlando ai giuristi cattolici, il fermo divieto all’eutanasia. C’è da giurare che il cosiddetto laicato cattolico impegnato politicamente farà rispettare in Parlamento i dettati vaticani.  

 

Che dire di quella lettera a Welby al presidente della commissione parlamentare Sanità eletto nelle liste dell’Unione? Che dire della crudeltà mentale di cui e intrisa? 

Le sofferenze di Welby e dei tanti che si trovano nelle sue condizioni pesano come la sabbia di tutti i mari. E le parole barcollano.

  

Gesù di Nazareth, figlio dell'uomo, fece risorgere Lazzaro dal sepolcro e sciolse le bende funebri che lo avvolgevano. La vita buona e la buona morte erano il messaggio che ha lasciato al mondo. Un messaggio di misericordia e di pietà. Accetto d'esser crocifisso affinché nessun altro uomo lo fosse, né nell'anima né nella carne. 

 

Noi vorremmo che il Papa parlasse di questo con parole d'amore e di pietà, non di divieto. Vorremmo che invitasse a sciogliere le bende di Welby e non che gliele stringesse intorno al corpo. Vorremmo che ricordasse dall'alto del suo magistero che Gesù di Nazareth profetizzò la resurrezione dei corpi, per dire che il corpo d'un uomo è sacro e dev'essere rispettato nella sua sacralità e dignità e non inchiodato ai suoi dolori. Vorremmo infine che fosse il capo d'una religione d'amore e non di un'ideologia che esalta il dolore inutile e dissacrante. Noi non credenti a questo crediamo e per questo ci battiamo nei giorni della Natività di Gesù di Nazareth.


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