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Bernard-Henry Levy e i blog

8 gennaio 2007

di Luigi Castaldi

Bernard-Henry Lévy scrive: “La vera disinformazione non è più nella mancanza, o nella scarsa informazione, e nemmeno nella censura ma, al contrario, nell’inondazione, nel flusso ininterrotto di notizie e commenti” (Corriere della Sera, 30.12.2006).
La teoria non è nuova, anche se Bernard-Henry Lévy non ne cita la fonte. Dieci anni fa, David
Shenk sosteneva le stesse cose nel suo Data Smog: surviving the information glut
(HarperCollins, 1997); qui da noi, due o tre anni dopo, Beppe Grillo le ripeteva nei suoi spettacoli, senza citare la fonte, e sfasciando con furia assai romantica lo schermo e la tastiera di un pc, per rappresentarci (con l’intensità che è sempre indispensabile per svegliare le coscienze degli eterni sonnecchianti  che siamo) donde venisse la subdola minaccia di questa disinformazione per eccesso di informazione.
Ora, dieci anni dopo,
la teoria del “data smog” troverebbe finalmente la conferma “nello tsunami di reti televisive, di schermi, di nuovi supporti, di blog”: lo scrive Bernard-Henry Lévy, continuando a non citare la fonte, mentre invece Beppe Grillo ha cambiato idea e ha aperto un blog. Col volgere del 2006, a detta del philosophe (il “data smog” si ostina a notiziarcerlo come nouveau, anche se il suo quarto d’ora s’è chiuso da un bel pezzo), si sarebbe finalmente dimostrata l’esistenza della Babele entro la quale la massa di informazioni circolanti sopravanzerebbe ogni umana capacità di selezionare quelle utili da quelle inutili, quelle con un senso da quelle senza senso alcuno, quelle che fanno milieu da quelle che fanno rumore di fondo.
Bernard-Henry Lévy, infatti, scrive: “E’ stato l’anno in cui si è capito che i giornali potevano sparire perché tutti erano giornalisti, ciascuno aveva il suo punto di vista, e tutti i punti di vista avevano egual valore”.

Colpa di cosa? Dei blog. “E’ stato l’anno dei blog, appunto. Cioè di un planetario guardarsi l’ombelico”.
Il tono è quello del lamento, la vena è vagamente apocalittica: il fatto che Time abbia promosso i blogger a Person of the year deve aver turbato non poco Bernard-Henry Lévy.
Ce n’è ragione? Sì, indubbiamente i blog sembrano proprio in competizione con i giornali nel produrre notizie ed opinioni e nel metterle in circolazione. E’  una concorrenza micidiale, perché il prodotto è a costo zero per chi ne usufruisce, perché la qualità in certi casi è davvero notevole e perché è già capitato che il prodotto di un blog si sia rivelato di gran lunga più genuino dell’analogo offerto dalla carta stampata e dagli altri mezzi di informazione tradizionali. Inoltre, i blog sono tanti, sono sempre di più, e in qualche modo realizzano quella democrazia dei punti di vista entro la quale il punto di vista di un Bernard-Henry Lévy conta quanto un punto di vista, e niente di più.
Ora, però, è molto probabile che, almeno nel breve termine, i giornali non spariranno, al più saranno costretti ad adeguare stili e strumenti del loro fare notizia ed opinione; è altresì molto probabile che la categoria dei giornalisti e quella degli opinionisti di professione continueranno ad avere di che vivere, ma strappandolo sempre più con le unghie e con i denti a questa turba assatanata di liberi informatori e liberi opinionisti che pullula nel web. Chissà non ne venga uno stimolo, per loro, a dare il meglio di sé, spesso assai scadente.
Nessuna fine del mondo è alle porte, dunque, Bernard-Henry Lévy esagera e, vedrete, quando il Time finalmente vorrà dargli il titolo di Person of the year, un raggio di sole squarcerà il “data smog”, “il suo punto di vista” sarà un po’ meno offuscato da quello di tutti gli altri e gli passerà la vertigine.

Resta da vedere: se sia davvero una tragedia che “ciascuno [abbia] il suo punto di vista”; se questa tragedia prenda corpo nel momento in cui un numero considerevole di individui decida di rendere pubblico il proprio punto di vista con un blog; se, per ciò stesso, “tutti i punti di vista [abbiano] egual valore”; e, se sì, resta da vedere anche se questo “egual valore” sia un elemento capace di inflazionare il valore presuntivamente assoluto del punto di vista che varrebbe (solo questo parrebbe chiaro nel lamento di Bernard-Henry Lévy) più di tutti gli altri punti di vista.
Problemi che rimandano ad una questione vecchia di almeno 25 secoli: la libertà e la democrazia sono cose splendide in mano a pochi; in mano a tutti provocano disordine, mettono confusione nella scala dei valori dati, costituiscono un pericolo per la libertà e la democrazia stesse, oltre a lasciare sporcizia nelle aiuole. Più che una posizione intellettuale, quello di Bernard-Henry Lévy è uno stato d’animo: quello del maître à penser di fronte al pericolo che un tizio, di punto in bianco, si metta à penser di suo e non gli riconosca lo status di  maître.
Più che uno stato d’animo, a pensarci bene, è vertigine. Una volta l’abbiamo colta sul volto di Mughini, durante un talk show sportivo, quando un tifoso juventino l’ha anticipato di un niente nel dire la medesima cazzata che stava per dire lui.



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