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«Nessun complotto contro il premier»
Intervista a Daniele Capezzone.

• da Il Tempo del 26 febbraio 2007, pag. 3

di Filippo Caleri

Ma quale complotto dei poteri for­ti per far cadere il Governo Prodi. «Al contrario gli am­bienti di Palazzo Chigi con quei pote­ri ci hanno sempre flirtato. Prova ne è l'assenso alla fusione di Banca Inte­sa con il San Paolo, ma anche le tentazioni di riportare nell'orbita dello stato la Telecom, e la voglia di ricreare una nuova Iri con il Fondo Infrastrutture»  dice a Il Tempo, Daniele Capezzone, deputato Della Rosa nel Pu­gno e presidente della Commissione Attività    Produttive della Camera.

 

Insomma la colpa della crisi non è da ricercare nelle pressioni dei gran­di gruppi di potere ?

«In questi giorni da parte di alcuni settori del centrosi­nistra arrivano accu­se secondo cui i responsabili della cri­si sono i veri o i presunti poteri forti. Vorrei che smettessimo di es­sere bendati di fronte all'evidenza e ci rendessimo conto che dall'ini­zio del governo Prodi, Palazzo Chi­gi ha avviato un rapporto di pressio­ne e interazione con alcuni gangli del potere nel Paese. Se metà di queste operazioni fossero state mes­se in campo da Berlusconi avrem­mo avuto cinque milioni di perso­ne in piazza».

 

A cosa si riferisce in particolare?

«Alla fusione bancaria tra il San Paolo e Intesa che chiamerei opera­zione Banca Amica visto che non è ostile agli ambienti prodiani. E poi al piano Rovati su Telecom Italia, fallito, ma che nascondeva l’intento di creare una sorta di "Telefono amico". E in questi giorni sento voci di governo contrarie alla legitti­ma trattativa dell'azienda di telecomunicazioni con la spagnola Telefo­nica, Forse qualcuno ha ancora in testa il piano Rovati. E non è fini­ta».

 

Quali altri settori ha in mente?

«Penso alla privatizzazione di Alitalia. Le condizioni di acquisto so­no praticamente impossibili. Non vorrei che alla fine arrivasse qual­che salvatore della patria per fare "Alitalia amica". Penso al Fondo per le infrastrutture, una gigante­sca operazione di intervento pubblico nell'economia stile "tempi dell' Iri"».

 

Niente spallate dai poteri economi­ci dunque?

«Semmai si avverte nei confronti di queste realtà una moral suasion, un importante influsso degli am­bienti di governo. Qualcuno negli anni addietro per molto meno par­lò di Palazzo Chigi come una merchant bank.... io non uso questa espressione».

 

Cosa si deve pensare allora?

«Chi parla di complotti dei poteri forti contro Palazzo Chigi deve fare mente locale e pensare che questo governo in realtà è stato molto atti­vo in quegli ambiti. Quindi semmai è vero il contrario».

 

Parliamo delta crisi di Governo dal putito di vista politico.

«Al momento attuale faccio fatica a schierarmi in una delle due curve in cui si sta dividendo il Parla­mento. Non vorrei che al di là della delle urla di rito ci fosse una specie di strategia stabilizzante tra i vertici dei due poli».

 

Può tradurre meglio?

«Mi pare emblematico che dai dodici punti da cui riparte Prodi sia sparito il ddl Gentiloni per la rifor­ma del settore radiotelevisivo e con­temporaneamente da parte di un pezzo di opposizione non si recla­mino le elezioni».

 

Sente puzza di inciucio?

«Come diceva il senatore Andreotti a pensar male si fa peccato... ma a volte ci si azzecca. In questa strategia "stabilizzante" aggiungo che, in vista dell'assemblea delle Generali, si sente già parlare di una pax scoppiata tra i due principali protagonisti in campo e cioè Gio­vanni Bazoli e Cesare Geronzi. An­che questo vorrà dire qualcosa...».

 

Voterà sì o no al Prodi Bis?

«Ho già annunciato la mia asten­sione. Sono insoddisfatto dell'attua­le soluzione, capisco il presidente Napolitano che ha agito in modo ineccepibile. Non capisco i leader del centro sinistra che si sono chiu­si nel bunker ed eludono i nodi politici. Occorre invece la chiarezza sulla politica estere ed economica. Altrimenti un incidente è sempre dietro l'angolo».

 

Cosa può indurla a rinunciare al­l'astensione?

«L'impegno a fare le quattro rifor­me previste nel Dpef: pensioni, sa­nità, pubblico impiego e finanza locale. E l'abbandono della politica fiscale del viceministro Visco basa­ta, cioè, sulla criminalizzazione del­le pmi».


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