Il 20 giugno del 1859 Perugia fu teatro di una delle pagine più nere scritte dal potere papalino. Sulla scia dei movimenti esplosi in varie parti della penisola, anche nella città umbra si avvertiva l’esigenza di uno stato unitario e di un affrancamento dal giogo pontificio.
Per sei giorni, dal 14 al 20 giugno, la città fu retta da un governo provvisorio guidato da esponenti della borghesia liberale e del movimento democratico mentre il delegato pontificio era dovuto scappare per rifugiarsi nella vicina Foligno.
La giunta, che in un primo tempo aveva proposto la guida a Vittorio Emanuele, al rifiuto di questi, originato da motivi diplomatici, dovette subito provvedere ad organizzare la resistenza alle truppe pontificie che premevano alle porte per ristabilire il precedente regime.
Una volta appurato che non ci sarebbe stato alcun appoggio da parte di Cavour, impegnato, nonostante l’interesse per l’insurrezione perugina, da precisi accordi con Napoleone IIII, ci si rivolse direttamente al popolo per dare vita ad una strenua difesa.
L’intervento delle truppe piemontesi avrebbe consentito al governo democratico di salvarsi e ottenere un’adeguata copertura diplomatica e militare, com’era già accaduto nelle regioni dell’Emilia e della Toscana.
Purtroppo no ci fu l’aiuto atteso e il 20 giugno l’esercito di Pio IX, forte dei reggimenti svizzeri al comando del colonnello Schmidt, fece breccia in città per stroncare nel sangue la commovente lotta di migliaia di cittadini, fortemente intenzionati a reagire ma male armati e disorganizzati.
La repressione ordinata dallo stato pontificio fu feroce, brutale. Nella furia furono massacrati inermi civili, senza risparmiare vecchi, donne, bambini, e in segno di sfregio Perugia venne interamente messa a ferro e fuoco. Si consumò una vera e propria strage, una efferatezza che segnò, tuttavia, il colpo di coda del dominio papalino destinato di lì a poco finalmente a cessare.
Dopo quasi un anno, infatti, in una situazione radicalmente diversa, l’Umbria avrebbe raggiunto l’obiettivo dell’integrazione al nascente stato nazionale unitario.
Il 20 giugno costituisce, dunque, per i perugini, e gli umbri in generale, una data indimenticabile il cui ricco insegnamento si è trasmesso nel corso della storia. Si aggiunga, inoltre, che sempre il 20 giugno, ma del 1944, dalla stessa Porta San Pietro, che era stata epicentro degli aspri combattimenti tra abitanti e giannizzeri al soldo del papa, fecero ingresso a Perugia gli alleati britannici per sancire la definitiva liberazione dal nazifascismo.
Considerati i precedenti, appare, quindi, importante, e tutt’altro che anacronistico, ricordare, in questi giorni di restaurazione culturale clericale, una data come il 20 giugno che viene a caricarsi di significati nuovi e particolari.
Non si tratta di riaccendere o alimentare anacronistiche ostilità nei confronti della Chiesa, semmai di rimarcare il valore di un’impostazione laica nel pensiero e nella società, da intendere sia come fermento utile e indispensabile alla trasformazione sia come l’espressione più profonda di una religiosità aperta. E ciò in un periodo così delicato e sintomaticamente travagliato, come l’attuale, in cui fondamentalismi di matrice confessionale, in Oriente come in Occidente, stanno prevalendo a scapito delle libertà individuali. Ecco, allora, il senso della bella iniziativa promossa dai radicali umbri per sabato 23 giugno, alle 21, nella terrazza del mercato coperto di Perugia, nel cuore storico del capoluogo regionale e intitolata, non a caso, “Benedetti laici, XX giugno, la storia si ripete”.
E, anche qui, non è casuale che a intervenire siano stati invitati, oltre allo storico, d’estrazione socialista, Franco Bozzi, anche Giovanni Franzoni e Marco Pannella.
La scelta di Giovanni Franzoni è stata, in particolare, quanto mai opportuna dal momento che l’ex abate benedettino di San Paolo fuori le mura, ridotto allo stato laicale (ma sarebbe meglio dire ridotto allo stato di religiosità pura) per le sue coraggiose prese di posizione politiche e sui temi referendari, esprime quanto di meglio possa offrire una passione religiosa concepita, vissuta, integralmente testimoniata come fedeltà al dettato evangelico e non ad un’istituzione avulsa dal sentire dell’umanità.
Già nel 1973, in una lettera pastorale pubblicata quando era ancora componente effettivo della Conferenza episcopale italiana, aveva avuto il coraggio di denunciare, creando non poco scandalo e rumore, la collusione dell’istituzione cattolica con le speculazioni edilizie nella capitale.
Il suo impegno, nel corso del tempo, non è affatto diminuito. Anzi.
Vale la pena citare solo alcuni dei libri da lui pubblicati negli ultimi anni: La solitudine del samaritano ovvero elogio della compassione (Icone ADV, 2002), La morte condivisa, nuovi contesti per l’eutanasia (Edup, 2002), Eutanasia, pragmatismo, cultura, legge (Edup, 2002), Del rigore e della misericordia (Rubbettino, 2005).
Per lui, l'eutanasia va considerata senza posizioni di principio tenendo, ogni volta, conto delle diverse situazioni in cui la sofferenza e il dolore superano la soglia della sopportazione e umiliano la dignità umana.
Non sfuggirà, tra l’altro, che la religiosità di Franzoni s’incontri con quella di Marco Pannella proprio nella città dove Aldo Capitini elaborò il nucleo centrale delle sue teorie sulla nonviolenza, sull’apertura religiosa, sulla compresenza dei morti e dei viventi, sul concorso di tutti alla gestione della cosa pubblica. A questo nucleo Capitini diede il nome, significativamente emblematico, di liberalsocialismo.
Spetterà a Pannella inquadrare la religiosità e la prassi della nonviolenza all’interno di una visione (non ideologica) liberale e di una rinnovante socialità.