da Il Secolo d'Italia, venerdì 10 marzo, pag. 13
di Bruno Zoratto
A colloquio con il Dalai Lama a 36 anni dalla rivolta anti-cinese. Ma la morsa di Pechino non si allenta.
Sono trascorsi 36 anni dalla feroce repressione cinese in Tibet. Per un verso Lei non vede al momento nessuna chance di ottenere una maggiore autonomia. Dall'altro, però, dal 1979 mantiene contatti costanti con Pechino. Quale futuro si prospetta per il suo Paese alle soglie del Duemila?
»E' vero. Noi cerchiamo come sempre il dialogo, anche se finora non ha dato frutti. D'altro canto già nel 1987 ho spiegato cosa vogliamo e cosa pensiamo a proposito della questione tibetana. Non chiediamo una separazione totale, ma quella che io definisco una soluzione intermedia. Su questa strada sarebbe possibile trovare un accordo. Adesso però tocca ai cinesi, vale a dire devono essere loro ad avanzare una nuova proposta, senza condizioni precostituite
Per quanto riguarda l'atteggiamento del mondo occidentale, in particolare dei Paesi europei, ci sono stati dei mutamenti negli ultimi anni nei confronti della questione tibetana?
»Credo che sia cambiato molto, anzi moltissimo. L'America e i principali Paesi dell'Europa occidentale - Francia, Inghilterra, Germania e Italia - mostrano maggior attenzione. Non è un caso che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi mi abbia ricevuto ufficialmente, unitamente ad altri rappresentanti istituzionali italiani. E poi gli Stati Uniti. Lì è stata approvata una risoluzione della massima importanza, nella quale si dice che il Tibet è un paese occupato. Questi sono tutti sviluppi molto positivi. Nei primi anni Sessanta, la questione del Tibet venne affrontata dalle Nazioni Unite e finirono varate delle risoluzioni. Ma a quel tempo non vi era alcun sostegno da parte dell' opinione pubblica al confronto di quanto avviene oggi.
Nei suoi discorsi al popolo Lei pone molto spesso in primo piano il teme della »democratizzazione . Nel nuovo Tibet Lei non vuole più avere un ruolo politico e ne ha pure spiegato i motivi nella Sua dichiarazione di Strasburgo...
»...Perché questa per il popolo tibetano é la strada migliore. Il processo di democratizzazione sarà più facile ed effettivo se mi metterò da parte rinunciando a determinare le decisioni politiche. Un giorno la stessa carica di Dalai Lama dovrà essere messa in discussione
Vuol dire che il Tibet dovrà diventare uno Stato secolare?
»Sì
Il suo popolo, però, soprattutto ora nel momento dell'esilio la pensa diversamente sul futuro ruolo del Dalai Lama e sul futuro del Tibet.
»E' vero. Persino qui (Happy Valley, Mussoorie, India), quando uso la parola secolare, questa comunità, guidata da un consiglio, mette ai voti questo termine e io perdo. Il vero motivo per cui abbandono il mio incarico politico è questo: se continuo a rimanere capo del governo tibetano, il popolo del mio Paese sarà contento e si sentirà più sicuro. Questo però, anche se indirettamente, ostacola un corretto sviluppo verso la democrazia ed impedisce il formarsi nei cittadini del sentimento della responsabilità personale. La tendenza che prevale attualmente è questa: "sì, il Dalai Lama lo farebbe, dunque è giusto". E questa tendenza non può che essere negativa.
Santità, le offese ai diritti umani riempiono i giornali di tutto il mondo. Cosa prova per questi fatti disumani fuori e dentro il Tibet?
»Mi rattristano e mi preoccupano molto quando accadono tali prepotenze in ogni angolo del globo. Non si può far finta che non esistano, bisogna agire di conseguenza per cercare di far cessare tutto ciò
La Cina meridionale sta cercando di aprirsi un po' all'Occidente, introducendo una certa liberalizzazione in economia. Pechino sembra accettare tutto questo. Potrebbe accadere lo stesso in un prossimo futuro anche in Tibet? Potrebbe il suo Paese vedersi riconosciuta una maggiore autonomia o addirittura l'autodeterminazione?
»Non credo. La Cina meridionale si trova in una situazione completamente diversa. Intanto é parte integrante della Cina e dunque non sussiste il pericolo che questo territorio ad un certo momento si distacchi dal resto del Paese. Inoltre la Cina meridionale si trova in netto contrasto con il settentrione e non solo in campo economico. Per quanto riguarda il Tibet, noi non disponiamo di una solida base economica. A ciò si aggiunge un altro fatto molto importante: quasi tutta la popolazione tibetana ha nei confronti dei cinesi un atteggiamento ostile da loro ricambiato. E'quindi da escludere che i cinesi assumano una posizione più morbida nei confronti del mio Paese.
Come mai il Tibet non dispone di grandi risorse economiche malgrado sia meta di decine di migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo?
»Gli introiti del turismo vanno a finire nelle tasche dei cinesi, non in quelle dei tibetani. L'industria infatti é interamente controllata dalle autorità cinesi. Purtroppo, per disperazione alcuni tibetani rubano oggetti artistici per rivenderli ai turisti. E' davvero un peccato. Alcuni monasteri sono stati quasi completamente spogliati. Ma il turismo é ugualmente fondamentale per noi, in quanto costituisce uno dei canali attraverso i quali le informazioni riescono a filtrare dal Tibet
INTERVISTA AL DALAI LAMA: »Abbiamo diritto a un futuro
da Il Secolo d'Italia, venerdì 10 marzo, pag. 13