da L'Informazione, domenica 12 marzo, pag. 22di Giorgio Torchia
Si é appena conclusa la settimana di mobilitazione internazionale organizzata da Pannella per la nazione dell' Himalaya che si vuole cancellare. Le speranze del governo in esilio a Dharamsala.
Trentasei anni sono passati da quel marzo del 1959 che vide la disperata rivolta dei tibetani all'occupazione cinese. Un muro di silenzio è sceso sulla tragedia di un popolo che la geografia, un altopiano circondato dai massicci himalayani, sembra aver condannato all'oblio. Con generosità, Marco Pannella e il partito radicale hanno organizzato su scala internazionale una settimana di mobilitazione che si è conclusa ieri e che ha avuto il merito di proiettare un po' di luce su una pagina buia della storia contemporanea.
L'Asia non ha ancora beneficiato dello scongelamento determinato dalla fine del comunismo in Europa. La Corea del Nord, il Vietman e il Laos (la Cambogia é un caso a parte), con la Cina continuano ad essere retti da regimi comunisti, pur alla ricerca di soluzioni pragmatiche. Il Tibet, considerato un tempo la "Ungheria dell'Asia" non ha così avuto la fortuna toccata al paese europeo. Budapest é oggi libera. Lhasa resta una capitale occupata in un Paese oppresso. Da parte cinese non si colgono segni di attenuazione di una politica rigida e intransigente, sia sulla questione tibetana che su quella dei diritti umani. Proprio in questi giorni a Ginevra il regime di Pechino, per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, si é salvato per un solo voto, (21 contro 20), da una condanna della Commissione dei diritti dell'uomo. Se il problema del dissenso politico viene giudicato dalla autorità cinesi come un'ingerenza negli affari interni del paese da parte di un'Occidente che deve farsi perdonare una lunga sto
ria di aggressività nei confronti della Cina, quello tibetano é assolutamente inesistente. La Cina si rifiuta di accettare la realtà e quindi la possibilità di una soluzione negoziale.
Davanti a questa chiusura ermetica delle autorità cinesi il Dalai Lama, che capeggia il governo in esilio (con sede a Dharamsala nel Nord dell'India), sta riconsiderando la strategia da adottare. Grande assertore della nonviolenza e premio Nobel per la pace il Dalai Lama si trova davanti al dilemma di come affrontare una situazione che, allo stato delle cose, non presente alcun ragionevole sbocco. Così la massima autorità religiosa e politica tibetana chiede agli esuli, in centomila lo seguirono dal Tibet nel 1959, al popolo segretamente, di pronunciarsi sull'opportunità o meno di proseguire una politica di opposizione pacifica, oppure di adottare una strategia "difensiva". Il che significa, tradotto in termini politici, se si insiste sulla soluzione di piena indipendenza, non reta che combattere, se si accetta una ipotesi autonomista, allora si può cercare il negoziato con Pechino.
Una cosa é certa: i governanti cinesi non sono disponibili ad alcuna trattativa che abbia come base un qualsiasi processo indipendentista del Tibet "storico", oggi spezzato in tre distinte regioni. Il motivo di questa intransigenza non solo é da ricercarsi in argomentazioni di carattere geopolitico, ma anche di generale equilibrio interno. Con il controllo del Tibet, avviato progressivamente nel 1950, e ultimato in maniera definitiva nove anni dopo, la Cina ha portato i suoi confini sulle valli himalayane che immettono nel subcontinente indiano. Una posizione strategica, che l'esercito sempre più condizionante dei giochi di potere a Pechino, non intende abbandonare per nessuna ragione. C'é poi nella classe dirigente cinese l'ossessione per una frantumazione di un tessuto nazionale che, nonostante l'omogeneità Han della maggioranza della popolazione, é continuamente a rischio. Il »Quotidiano del Popolo del 29 novembre scorso denunciava a chiare lettere la minaccia di una esplosione dell'unità nazionale. E
se il discorso prioritariamente era riferito alle spinte autonomista delle regioni economicamente autonome, specialmente quelle del sud, apparve evidente che il Tibet é in prima linea in una valutazione del genere.
Fu nel 1987, il che avviò un processo esploso poi nel 1989 con i fatti della Tienanmem, che i tibetani effettuarono l'ultimo disperato tentativo di sottrarsi alla dominazione cinese. Più esattamente ad attirare l'attenzione del mondo sul loro destino. Le conseguenze furono altri massacri, altre violenze, un'ulteriore distruzione del patrimonio storico e religioso nazionale. E poi a partire da questo decennio un massiccio trasferimento di popolazione Han, al punto che oggi a Lhasa i cinesi sono maggioritari nei confronti dei tibetani.
Le speranze degli esuli che era finito il comunismo in Europa, e la scomparsa dell'Urss, potessero avere effetti positivi su un'evoluzione in senso democratico del regime di Pechino sono ormai svanite. Proprio la sorte toccata all'Urss, e quella che minaccia ora la Russia, convince i successori di Deng (il partriarca ormai di fatto é uscito di scena), ad assestarsi sull'intransigenza a a proposito del Tibet. Né c'é da sperare che da parte del mondo venga molto di più di qualche platonica dichiarazione di condanna.
I Paesi asiatici non intendono inimicarsi Pechino e l'Occidente ha in atto, e potenzialmente, enormi interessi economici con la Cina che, in un'epoca di ultraliberismo, non verranno certo compromessi dalla sorte di un popolo sfortunato, dai più ignorato. Da quasi tutti dimenticato.
In questa situazione, lo sforzo del Dalai Lama sembra rivolto a cercare con Pechino la via di un dialogo rivolto essenzialmente alla salvaguardia della realtà storico-religiosa ed etnica del Tibet "intero", vista l'impossibilità per ora di lottare per un'indipendenza che non trova il sostegno né dei governi, né dell'opinione pubblica internazionale. E gli sforzi del partito radicale in definitiva, mirano a favorire questo tentativo del Dalai Lama di salvare quel che resta del suo popolo prima che l'etnocidio sia compiuto.
TIBET, PAESE DISPERATO TRA MASSACRI ED OBLIO.
da L'Informazione, domenica 12 marzo, pag. 22
di Giorgio Torchia