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Conferenza Tibet
Pobbiati Paolo - 13 marzo 1996
Briefing Cina

Cina: nessuno e' al sicuro

- abuso di potere

- tortura

- pena di morte

un rapporto di amnesty international

I diritti umani, un affare di tutti

Il mondo ha guardato con orrore i carri armati che si avviavano

verso piazza Tienanmen nel giugno 1989, distruggendo ogni cosa

sul loro cammino. Milioni di persone hanno visto immagini

televisive di spari, terrore e panico. Molti hanno risposto

lasciando le loro poltrone per unirsi a proteste spontanee in

decine di grandi citta' nel mondo. A quasi sette anni di

distanza, Amnesty International chiede al mondo di rispondere

ancora. Le violazioni dei diritti umani continuano su larga scala

in Cina, e il popolo cinese ha bisogno del nostro continuo

sostegno.

Il rapido sviluppo economico cinese offre nuove opportunita' per

espandere la conoscenza dei diritti umani. Sempre piu' persone in

Cina hanno contatti con l'esterno. Esistono nuove linee di

comunicazione. I cittadini stranieri possono accedere al Paese

piu' facilmente, in particolare per ragioni economiche e

commerciali, e studenti cinesi ed altri cittadini possono

viaggiare all'estero. Tutto questo fornisce una grande

opportunita' per promuovere una cultura diffusa dei diritti

umani.

Il governo cinese si e' mostrato sensibile all'opinione mondiale.

Troppo spesso, purtroppo, chi ha frequenti contatti con le

autorita' cinesi, governi ed investitori, sceglie di ignorare il

tema dei diritti umani. All'interno di organizzazioni

internazionali, come le Nazioni Unite, i governi hanno ceduto a

pressioni politiche e hanno evitato di criticare la Cina. La

Commissione O.N.U. per i diritti umani non ha approvato una sola

risoluzione di condanna del massacro del 1989 o delle successive,

ben documentate, violazioni perpetrate nel Paese.

Il governo cinese ha fatto il possibile per evitare le critiche e

le indagini sul suo comportamento nel campo dei diritti umani. I

suoi metodi devono essere svelati, le sue argomentazioni

contrastate. A livello mondiale il governo dice di riconoscere

l'universalita' dei principi dei diritti umani. Nel contempo

continua ad affermare che gli Stati devono essere liberi di

integrare questi principi in base alle loro particolari

condizioni culturali, storiche e politiche. In pratica, questa

liberta' si traduce nella licenza, da parte dello Stato, di

violare i piu' basilari diritti. Il governo dice che il diritto

alla sussistenza ed allo sviluppo e' il piu' importante per il

popolo cinese. Ma la necessita' di sfamare gli affamati non

potra' mai giustificare la tortura, e non c'e' nessuna prova che

violare un diritto come quello di parola migliori le condizioni

economiche.

In pratica, le autorita' cinesi rigettano il piu' importante

risultato raggiunto dalle Nazioni Unite: il riconoscimento che ci

sono condizioni minime ed universali che tutti gli Stati devono

garantire e che la comunita' internazionale ha il diritto ed il

dovere di richiamare tutti gli Stati che non rispettano questi

diritti. La Cina e' uno dei cinque membri permanenti del

Consiglio di Sicurezza dell'O.N.U. Come tale, ha una forte

influenza ed e' responsabile dell'applicazione delle norme

internazionali sui diritti umani. Se la Cina vuole essere a pieno

titolo un membro della comunita' mondiale deve accettare la

maggiore responsabilita' ed apertura che tale ruolo comportano.

Anche la comunita' internazionale deve prendersi le sue

responsabilita'. I governi mondiali, le organizzazioni regionali

quali l'APEC (un organismo per la cooperazione economica dei

Paesi asiatici e che si affacciano sul Pacifico) e i partner

commerciali della Cina hanno i mezzi per fare pressione sulle

autorita' cinesi affinche' rispettino i diritti umani. Fino ad

ora non lo hanno fatto ne hanno mostrato la volonta' di farlo.

L'incentivo per farli agire puoi darlo tu. Possono darlo tutti

coloro che si sono indignati dopo il massacro del 1989 a Pechino

e che hanno a cuore le sorti di un quinto dell'umanita'. Ai

governi e alle organizzazioni commerciali che hanno a che fare

con le autorita' cinesi si puo' dire di investire nei diritti

umani (e molti esponenti del mondo del commercio riconoscono che

il rispetto dei diritti e delle leggi migliora le possibilita'

economiche).

Fino a che il governo cinese si sottrarra' agli obblighi sanciti

dalle leggi internazionali, l'unica garanzia certa per il

rispetto dei diritti umani in Cina sei tu. Amnesty International

chiede il tuo aiuto: i diritti di 1.200 milioni di persone

dipendono anche da te.

Standard commerciali

Amnesty International chiede a quanti hanno rapporti commerciali

con la Cina di:

- assicurarsi che i loro metodi di lavoro in Cina siano di

esempio ad altri, rispettando i diritti fondamentali dei loro

dipendenti, in particolare il diritto di espressione e di

associazione;

- fare pressione, quando possibile, sulle autorita' cinesi

perche' introducano regole che salvaguardino i diritti umani e

pongano fine agli abusi da parte delle forze di sicurezza;

- diffondere l'informazione sugli standard internazionali dei

diritti umani diffondendo materiale apposito, promuovendo codici

etici per il commercio e sostenendo iniziative per i diritti

umani.

La morte in cifre

Un giovane uomo si inginocchia. Ha le mani ed i piedi legati, la

testa china. Un soldato gli ordina di stare fermo. Uno sparo e

l'uomo si raggomitola al suolo. Un momento dopo, un altro sparo

ed un altro corpo raggomitolato. Ancora ed ancora fino a che

dozzine di vite sono state stroncate a sangue freddo.

La scena e' quella di un'esecuzione di massa. Sono frequenti in

Cina, dove migliaia di persone sono condannate a morte ogni anno.

Alcune esecuzioni sono pubbliche. La maggior parte si svolgono in

luoghi nascosti dopo che i prigionieri sono stati fatti sfilare

per le strade nei cassoni dei camion.

Le autorita' cinesi usano molto la pena di morte per creare

paura. La paura dovrebbe fermare i crimini. Non lo fa. Eppure,

vengono giustiziate piu' persone in un anno in Cina che in tutto

il resto del mondo. In molti casi, la pena di morte viene

applicata arbitrariamente senza garanzie contro errori

giudiziari. La Cina continua ad allargare il numero di reati per

cui e' prevista la pena di morte. A tutt'oggi, 68 reati sono

punibili con la morte, e sempre piu' persone vengono giustiziate

per crimini non violenti. Gli standard internazionali

stabiliscono che la pena di morte dovrebbe essere applicata solo

in caso di "crimini molto gravi".

Quasi ogni aspetto del modo in cui la pena di morte viene

applicata in Cina e' caratterizzato da violazioni dei piu'

basilari diritti umani. Ondate di esecuzioni spesso precedono i

principali festival o eventi internazionali e solitamente

accompagnano annunci ufficiali di campagne anti-crimine.

La pena di morte e' stata largamente applicata durante le

repressioni dell'opposizione. Decine di cittadini sono stati

giustiziati sommariamente a Pechino e nel resto del Paese dopo la

protesta del 1989 a favore della democrazia. Nazionalisti

musulmani sono stati giustiziati nello Xinjiang in questi anni

per supposto coinvolgimento in gruppi d'opposizione clandestini o

attentati dinamitardi.

Un numero crescente di persone e' giustiziato per reati

relativamente modesti. Nel 1994 due contadini sono stati messi a

morte nella provincia di Henan per aver rubato 36 mucche e

macchinari agricoli del valore di 9.300 dollari. Una legge del

1983 permette processi sommari in casi che prevedano la pena di

morte. Tali processi sono particolarmente frequenti durante

campagne di "pulizia". Ad esempio, durante manifestazioni

pubbliche nella provincia di Guangxi nel giugno 1995, 34 persone

sono state condannate per spaccio di droga ed immediatamente

giustiziate.

Gli imputati possono essere processati senza un avvocato e senza

conoscere l'accusa fino al momento di entrare in tribunale. I

verdetti sono spesso decisi prima del processo per via di

pressioni politiche. Alcune persone sono condannate solo in base

alle loro confessioni, a volte estorte sotto tortura. Le

esecuzioni possono avere luogo entro pochi giorni dalla sentenza.

Gli appelli sono formalita' e raramente hanno successo. I

prigionieri condannati a morte sono incatenati dal momento della

sentenza fino all'esecuzione e spesso vengono esposti al pubblico

prima dell'uccisione.

in cina lo stato uccide per:

avvelenamento di bestiame - omicidio - tentato omicidio -

omicidio colposo - uccisione di una tigre - rapina a mano armata

- rapina - stupro - ferimento - assalto - furto ripetuto - furto

- intrusione - rapimento - traffico di donne o bambini -

organizzazione della prostituzione - sfruttamento della

prostituzione - organizzazione di spettacoli pornografici -

pubblicazione di materiale pornografico - teppismo - disturbo

dell'ordine pubblico - esplosioni provocate - distruzione o

danneggiamento della proprieta' pubblica o privata - sabotaggio

controrivoluzionario - incendio - traffico di droga - corruzione

- truffa - concussione - frode - usura - contraffazione -

rivendita di ricevute IVA - evasione fiscale - furto o

costruzione illegale di armi - possesso o vendita illegali di

armi e munizioni - furto o contrabbando di tesori nazionali o

reliquie culturali - spaccio di denaro falso - ricatto.

Trapianti di organi

La posizione ufficiale

"Il prelievo di organi dai condannati a morte necessita del

consenso e della firma del criminale o del consenso dei suoi

parenti, oltre all'approvazione del tribunale" (Wang Min,

diplomatico cinese alle Nazioni Unite, aprile 1994).

La realta'

I prigionieri condannati sono incatenati in permanenza, non

possono contattare avvocati e la loro posta e' censurata. Solo

poche ore prima dell'esecuzione viene detto loro del fallimento

dell'appello. In questo modo, e' poco probabile che possano

acconsentire liberamente al prelievo, ammesso che ne vengano

informati. Le strette relazioni tra tribunali ed ospedali, oltre

alla segretezza che circonda il processo e all'aumentato introito

generato dai trapianti per gli ospedali, fanno sorgere il fondato

sospetto che in alcuni casi la tempestivita' delle esecuzioni

possa essere collegata al bisogno di organi per i trapianti.

La repressione del dissenso

In Cina, chi non si mette in riga puo' subire gravi violazioni

dei suoi diritti basilari. Alcuni sono puniti in base a leggi

repressive che mettono fuori legge ogni espressione di dissenso.

Altri restano vittime degli abusi delle forze di sicurezza. Piu'

di una volta le autorita' si sono dimostrate capaci di usare ogni

mezzo, legale o illegale, per zittire le critiche e proteggere i

propri interessi politici.

Dissidenti politici

Nel giugno 1989 le autorita' cinesi hanno mostrato al mondo come

rispondono alla protesta popolare: hanno mandato carri armati e

truppe per "ripulire" Piazza Tienanmen a Pechino e hanno

calpestato un diffuso movimento pro-democrazia. Molte persone

furono uccise. Nell'ondata repressiva che ne e' seguita,

centinaia di persone sono state condannate a lunghe pene

detentive per "attivita' controrivoluzionaria". Sono tra le

migliaia di prigionieri incarcerati nell'ultimo decennio per aver

invocato riforme e aver formato piccoli gruppi politici.

- Chen Lantao, un biologo marino di Qiungdao, sta scontando 18

anni di reclusione nella provincia di Shandong dal 1989 per aver

criticato la soppressione della protesta di Pechino.

La repressione dell'opposizione e' da allora continuata, con

molti dissidenti che vengono incarcerati ogni anno.

- Chen Yanbin e Zhang Yafei, due giovani disoccupati, sono stati

condannati a Pechino rispettivamente a 15 e 11 anni di reclusione

per "propaganda e incitamento controrivoluzionario" e per aver

formato un "gruppo controrivoluzionario". Tra le accuse quella di

aver formato un gruppo politico, il Fronte Rivoluzionario

Democratico Cinese.

- Quindici prigionieri di coscienza sono stati incarcerati a

Pechino nel 1992 e accusati alla fine del luglio 1993 di

"attivita' controrivoluzionaria" per aver formato gruppi politici

clandestini e stampato volantini. Nel dicembre 1994, dopo un

processo iniquo, nove di loro sono stati condannati a pene dai 3

ai 20 anni di prigione. Cinque sono stati condannati ma "esentati

dall'essere puniti" e uno e' stato condannato a due anni di

"supervisione", cioe' a restrizioni della liberta' di movimento.

Dal 1994 molte persone sono state arbitrariamente incarcerate a

Pechino e altrove anche se avevano cercato di proporre riforme

entro gli stretti limiti della legge.

Sindacalisti

Nella Cina della "dittatura del proletariato", i lavoratori

possono associarsi ad un solo sindacato, quello ufficiale

dell'ACFTU (Federazione di tutti i sindacati cinesi). Chi ha

cercato di organizzare gruppi indipendenti di lavoratori e' stato

incarcerato, a volte senza accusa, anche nel caso in cui avesse

svolto attivita' legali.

Durante la protesta del 1989, gruppi di lavoratori in varie

citta' hanno formato federazioni autonome di lavoratori, in

alternativa all'ACFTU. Queste organizzazioni sono state messe al

bando dopo il 4 giugno 1989 e i loro organizzatori arrestati e

perseguitati come "controrivoluzionari". Anche altri sindacalisti

sono stati incarcerati.

- Cao Yingyun, un operaio di 44 anni presso la Seconda Industria

Manifatturiera di Pechino, e' stato condannato nel 1989 a 10 anni

di prigione e 3 anni di privazione dei diritti politici. La

condanna parla di "incitamento al disordine ed attivita'

controrivoluzionaria".

All'inizio del 1992, il Comitato di Preparazione della Libera

Unione dei Lavoratori Cinesi ha distribuito a Pechino dei

volantini che spronavano i lavoratori a formare libere

associazioni. Gli organizzatori sono stati segretamente arrestati

nel maggio e nel giugno del 1992.

- Liu Jingsheng, un operaio della fabbrica chimica Tongyi, nella

contea Tong, nei pressi di Pechino, e' tra gli arrestati. E'

stato accusato di "organizzare e condurre un gruppo

controrivoluzionario" e "propaganda ed incitamento

controrivoluzionari". Nel dicembre 1994 e' stato condannato a 15

anni di prigione e 4 anni di privazione dei diritti politici.

Nel 1994, un gruppo di persone e' stato segretamente arrestato a

Pechino mentre si preparava a far registrare legalmente la Lega

per la Protezione dei Diritti dei Lavoratori.

- Tra questi vi erano Zhou Guoqiang e Zhang Lin, condannati a tre

anni di "rieducazione attraverso il lavoro", e Liu Huawen,

condannato a due anni.

Attivisti per i diritti umani

"Non ho piu' paura. Sono gia' morto in prigione una volta. Una

volta che sei stato li', niente ti fa piu' paura". Queste parole

sono state pronunciate da Ren Wanding poche settimane prima della

sua incarcerazione a Pechino nel 1989. Un veterano delle campagne

per i diritti umani, e' uno dei molti attivisti che hanno

coraggiosamente provato a parlare. E' stato condannato a sette

anni per "attivita' controrivoluzionaria". Il tutto come

conseguenza delle sue richieste di rispetto per i diritti umani,

liberta' di parola e rispetto delle leggi.

Molte persone in Tibet sono state perseguitate o imprigionate per

aver raccolto e fatto circolare materiale sui diritti umani dal

1980.

- Gedung Rinchen e' stato arrestato nel maggio 1993 dopo che gli

erano state trovate in casa lettere che descrivevano la

situazione dei diritti umani in Tibet. Aveva intenzione di

consegnarle ad una delegazione europea in visita a Lhasa. E'

stato accusato di "furto di segreti di Stato" e coinvolgimento in

"attivita' per dividere il Paese", ma e' stato rilasciato nel

gennaio 1994 in seguito a pressioni internazionali in suo favore.

- Dieci monaci del monastero di Drepung e un laico tibetano sono

stati condannati nel 1989 a scontare tra i 5 e i 19 anni di

prigione per aver fatto circolare opuscoli sui diritti civili e

politici. Tra questi figurava la traduzione tibetana della

Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Altri attivisti per i diritti umani hanno subito simili

persecuzioni.

- Almeno otto persone che tentavano di far registrare una

associazione per i diritti umani a Shanghai sono state arrestate

nel 1994. Alcune sono state condannate alla "rieducazione

attraverso il lavoro" senza accusa ne processo.

Le intimidazioni non hanno ridotto al silenzio quanti chiedono un

miglioramento della situazione. Tra il marzo e il maggio 1995

diversi gruppi di persone a Pechino, tra cui famosi intellettuali

ed ex prigionieri di coscienza, hanno firmato numerose petizioni

alle autorita' chiedendo maggiore democrazia e rispetto dei

diritti. Piu' di 50 tra loro sono stati incarcerati, per la

maggior parte a Pechino. Alcuni sono stati rilasciati dopo un

interrogatorio, ma almeno dieci si troverebbero rinchiusi senza

accusa (notizie del settembre 1995). Quelli rilasciati sono stati

posti sotto sorveglianza ed alcuni sono stati costretti a

lasciare Pechino.

Gruppi religiosi

Alcuni gruppi religiosi sono piu' uguali di altri in Cina. I

cristiani, ad esempio, possono praticare il loro culto in chiese

riconosciute dal governo. Ma se si uniscono al crescente numero

di gruppi non registrati subiscono persecuzioni, incarcerazioni,

e vengono perfino torturati a morte. Anche i buddhisti e i

musulmani vengono perseguitati quando le autorita' associano il

loro bisogno di liberta' religiosa con movimenti nazionalisti,

come in Tibet e nello Xinjiang.

La repressione delle attivita' religiose illegali si e'

intensificata negli ultimi due anni. Due nuovi regolamenti

nazionali sulla religione sono entrati in vigore nel 1994. Molti

gruppi religiosi pacifici ma non registrati sono stati

perseguitati dalla polizia, e i loro membri sono stati picchiati,

minacciati ed imprigionati. I laici sono in genere rilasciati

dopo aver pagato multe, ma i cosiddetti "capi" vengono spesso

detenuti per lunghi periodi.

- Piu' di 200 cristiani sono stati incarcerati nella contea di

Xihua, provincia di Henan, tra l'ottobre 1994 e il giugno 1995 in

un raid contro le chiese protestanti non registrate.

- Trenta cattolici sono stati arrestati nella provincia di Jianxi

nell'aprile 1995 durante le celebrazioni pasquali sulla montagna

di Yi Jia Shan, nella contea di Chongren. Alcuni sono stati poi

imprigionati, tra cui una donna di 18 anni, Rao Yanping,

condannata a quattro anni di carcere.

La politica di controllo delle nascite

La posizione ufficiale

La pianificazione familiare e' "volontaria", anche se il

controllo delle nascite e' fortemente consigliato dal 1979. I

demografi governativi raccomandano la stabilizzazione della

popolazione a quota un miliardo e 300 milioni entro l'anno 2000.

Questo obiettivo puo' essere raggiunto solo attraverso "misure

severe". "La coercizione non e' permessa", afferma la Commissione

Statale per la Pianificazione Familiare.

Alcuni dati

Donne incinte "fuori quota" sono state prelevate, costrette ad

abortire e sterilizzate. Donne incinte sono state arrestate e

minacciate fino a che hanno acconsentito ad abortire. Chi si

rifiuta di seguire le raccomandazioni viene perseguitato e

minacciato dalla polizia. Alcuni neonati "fuori quota" sono stati

uccisi dai medici in seguito a pressioni ufficiali. Le case delle

coppie che non obbediscono ai regolamenti sono state demolite. I

parenti di coloro che non possono pagare le multe per chi ha

troppi bambini sono stati trattenuti fino al pagamento della

sanzione. Chi aiuta le famiglie con figli "fuori quota" viene

severamente punito. Chi commette violazioni dei diritti umani

mentre applica la politica di controllo delle nascite spesso non

viene punito.

Una vittima

Una donna nubile nella provincia di Hebei che aveva adottato uno

dei figli di suo fratello e' stata ripetutamente arrestata nel

tentativo di costringere suo fratello a pagare la multa dovuta.

Nel novembre 1994 e' stata trattenuta per sette giorni insieme ad

altri 12 uomini e donne. E' stata ripetutamente bendata,

denudata, legata e percossa con bastoni elettrici.

Abuso di potere

Dun Jianwu commise l'errore di chiedere al fratello del

segretario del Partito Comunista del villaggio se poteva

corteggiare sua sorella. Poco dopo, il 30 marzo 1991, i due

fratelli, insieme a tre poliziotti, picchiarono violentemente Dun

Jianwu con un bastone e con uno strumento elettrico. Quando

svenne, lo lasciarono ai bordi della strada. Mori' in ospedale in

seguito a gravi lesioni al cranio.

Questo e' solo uno dei tanti esempi di come le forze di sicurezza

abusino del loro potere in Cina. Spesso ne restano impuniti.

Quello di Dun Jianwu e' uno pochi casi in cui i colpevoli sono

stati assicurati alla giustizia.

La tortura e' endemica in Cina, nonostante il governo si sia

dichiarato contrario a questa pratica. La mancata introduzione di

misure per prevenire la tortura o arrestare chi la pratica fanno

ritenere del resto che la tortura sia il risultato di pratiche

istituzionalizzate e politiche ufficiali.

Le piu' comuni forme di tortura comprendono percosse, calci,

frustate, l'uso di bastoni elettrici che provocano forti shock,

l'uso prolungato di manette e catene ai piedi, la sospensione per

le braccia, spesso accompagnata a percosse. Chiunque rischia di

subire questi trattamenti se arrestato dalle autorita', anche

senza essere sospettato di crimini. Tra le vittime vi sono

bambini ed anziani. I piu' esposti sono i poveri. I sospetti

criminali sono spesso torturati per farli "confessare".

- Quattro ragazze di neanche 16 anni e due giovani uomini sono

stati torturati all'inizio del 1995 a Fuxin, nella provincia di

Liaoning, da un esponente della sezione di Pubblica Sicurezza

intenzionato a "farli confessare atti di vandalismo e

comportamento promiscuo". Sono stati ripetutamente picchiati e

maltrattati con un bastone elettrico.

La tortura e' anche impiegata come strumento di repressione

politica contro chi protesta. Nessun torturatore e' stato

perseguito in tali casi.

- Zheng Musheng, un contadino cristiano della contea di Donkou,

provincia di Henan, e' stato torturato a morte in prigione nel

gennaio 1994. Alla famiglia e' stato permesso di vedere il suo

corpo solo 11 giorni dopo. Hanno riferito che aveva profonde

ferite sulle caviglie e segni di accoltellamento sul corpo.

Queste ferite contrastano con il rapporto della polizia secondo

cui Zheng sarebbe stato percosso da altri detenuti. L'azione

legale intrapresa dalla famiglia non ha avuto alcun risultato.

- Li Dexian, un protestante di 43 anni di Guangzhou, provincia di

Guangdong, e' stato picchiato e preso a calci al basso ventre

dalla polizia durante un'irruzione nella chiesa di Beixing, nel

febbraio 1995. Alla stazione di polizia e' stato ancora percosso

fino a quando ha vomitato sangue ed e' stato colpito in faccia

con la Bibbia. E' stato rilasciato otto ore dopo. Non poteva

muovere la testa e aveva fratture alle costole e dolori alla

schiena ed alle gambe. Non sembra sia stata avviata alcuna

indagine.

Il lavoro forzato e il "riconoscimento di colpevolezza" fanno

parte della politica dell'esecutivo cinese. Gli sforzi per

applicare entrambi portano al maltrattamento dei prigionieri.

Spesso i colpevoli sono "fiduciari", prigionieri incaricati dai

funzionari di controllare altri prigionieri.

- Tong Yi, una detenuta politica, e' stata ripetutamente percossa

da due "fiduciari" nel campo di lavoro di Hewan a Wuhan,

provincia di Hubei, ai primi del 1995, dopo essersi lamentata per

le lunghe ore di lavoro. Dopo aver protestato per le percosse e'

stata nuovamente picchiata da piu' di dieci detenute.

Decine di morti dovute alla tortura sono state ufficialmente

riportate negli ultimi anni. Il giornale "Henan Legal Daily" ha

riportato, nell'ottobre 1993, che 41 prigionieri e sospetti

"innocenti" sono morti sotto tortura durante interrogatori tra il

1990 e il 1992 nella sola provincia di Henan. Dice anche che i

metodi di tortura sono diventati piu' crudeli, citando casi in

cui le vittime sono state immerse in acqua bollente, scottate con

sigarette e torturate con elettrodi applicati ai genitali.

I funzionari abusano del loro potere anche in altri modi.

Frequentemente manipolano le disposizioni di legge per

imprigionare quanti sono considerati nemici o che tentano di

pubblicare informazioni contrarie alle autorita'.

- Wei Jingsheng, un esponente di punta del dissenso, e' stato

arrestato ai primi del 1994. E' stato trattenuto per piu' di 19

mesi senza accusa grazie a un cavillo legale. E' stato ora

condannato a 14 anni di reclusione per aver espresso le sue

opinioni nei riguardi dei diritti umani. Era gia' stato detenuto

per piu' di 14 anni e rilasciato sulla parola nel settembre 1993.

Un'altra tattica dei funzionari governativi consiste

nell'accusare i cittadini di diffondere "segreti di Stato", anche

quando la sicurezza nazionale non e' affatto in pericolo.

- Xi Yang, giornalista, e' stato condannato nel marzo 1994 a 12

anni di prigione per "furto di segreti di Stato". L'accusa si

riferisce ad informazioni bancarie che ha pubblicato su un

giornale di Hong Kong e che avrebbe ottenuto da un funzionario di

banca.

Commercio e tortura

L'utilizzo di manganelli elettrici (dian-gun) per la tortura e'

diffuso in Cina. I manganelli sono applicati alle parti piu'

sensibili del corpo, quali le ascelle, le piante dei piedi, la

bocca, i genitali e l'interno della vagina. Le vittime soffrono

di intensi dolori, convulsioni, vomito e sangue nelle urine.

Fino a poco tempo fa la Cina importava tali bastoni dall'estero.

Il presidente di una ditta inglese ha dichiarato nel 1995 che la

sua industria ha venduto manganelli elettrici alla Cina un anno

dopo il massacro di Pechino, sapendo che le autorita' avevano

intenzione di copiarli e produrli in proprio. Ha anche detto che

il suo viaggio d'affari in Cina e' stato sponsorizzato dal

Ministero dell'Industria e del Commercio inglese. Le industrie

cinesi ora fabbricano bastoni elettrici. Anche una ditta di

Taiwan ha venduto tali strumenti alla Cina, e ditte statunitensi

hanno venduto materiale militare alla Cina che probabilmente

comprendeva equipaggiamento per elettroshock.

Amnesty International si oppone al commercio di materiale

militare, di sicurezza o di polizia che possa contribuire alle

violazioni dei diritti umani. Ritiene che i governi e le

industrie debbano evitare tali commerci se non sono piu' che

sicuri che tale materiale non verra' impiegato per abusi e

violenze. Nessun apparecchio per shock elettrici dovrebbe essere

venduto alla Cina fino a che le autorita' non avranno fermato la

pratica della tortura con tali strumenti.

Una legislazione a proprio uso e consumo

Le autorita' cinesi hanno creato una varieta' di leggi repressive

che limitano o annullano i diritti degli oppositori politici,

degli attivisti per i diritti umani, delle minoranze etniche, dei

gruppi religiosi e di altri. Quando queste leggi non bastano, le

autorita' abusano di altri aspetti della legge per raggiungere lo

stesso scopo.

Illeciti "controrivoluzionari"

La Legge Penale del 1980 ha messo fuori legge i "crimini

controrivoluzionari", definiti come quegli atti "commessi con

l'obiettivo di rovesciare il potere politico della dittatura del

proletariato e del sistema socialista". E' prevista anche la pena

di morte. I prigionieri di coscienza sono spesso incarcerati in

base a queste regole, che bandiscono di fatto ogni gruppo di

opposizione o l'espressione di ogni dissenso. Circa 2.678

prigionieri condannati per reati "controrivoluzionari" erano in

prigione nel gennaio 1995, secondo i dati del Ministero della

Giustizia, anche se il numero reale e' molto maggiore.

Attentati alla sicurezza dello Stato

La Legge per la Sicurezza dello Stato del 1993 e i suoi

emendamenti del 1994 limitano le liberta' fondamentali, pensiero,

parola, stampa, associazione e religione, e danno un potere

assoluto alle forze di sicurezza statali. La sua formulazione

piuttosto vaga permette la repressione di ogni attivita'

percepita come una minaccia all'ordine politico in vigore.

Violazione dei "segreti di Stato"

La legislazione sui "segreti di Stato" copre argomenti che

sarebbero di dominio pubblico in altri Paesi e va ben al di la'

di quanto necessario per proteggere la sicurezza nazionale. Dal

1992, un numero sempre maggiore di prigionieri di coscienza, in

particolare giornalisti, sono stati incarcerati per "aver fatto

trapelare segreti di Stato", rivelando che la legge viene sempre

piu' utilizzata per reprimere la liberta' di espressione e di

stampa.

Detenzione amministrativa

La prassi detta del "trattieni ed indaga" permette alla polizia,

autonomamente, di detenere chiunque fino a tre mesi, in base al

solo sospetto di crimine. In circa un terzo dei casi, gli

arrestati sono stati trattenuti per piu' di tre mesi. In pratica,

la polizia usa la scusa del "trattieni ed indaga" per detenere

chiunque. La maggior parte delle vittime sono poco istruite o

poco garantite, come ad esempio i lavoratori che emigrano da una

regione all'altra. Parecchie centinaia di migliaia di persone

vengono arrestate ogni anno con la scusa del "trattieni ed

indaga" dai primi del 1980. I dati ufficiali parlano di 930.000

casi nel 1989 e 902.000 nel 1990.

La "rieducazione attraverso il lavoro" e' comminata come

punizione, senza accusa ne processo, fino a tre anni, rinnovabili

ogni anno. E' applicata a persone considerate aventi "idee anti-

socialiste" o "teppisti" o criminali minori i cui reati sono

troppo insignificanti per essere portati in tribunale. Negli

ultimi anni, entrambe le forme di detenzione sono state sempre

piu' usate per mettere a tacere e punire i dissidenti e gli

appartenenti a gruppi religiosi o minoranze etniche.

Autonomie soffocate

In Cina ci sono 56 "nazionalita'" diverse dalla prevalente etnia

Han, per un totale di 81 milioni di persone, e 157 aree autonome:

cinque regioni, 30 prefetture e 122 contee.

Nelle diverse zone, gli appartenenti a minoranze etniche vivono

controllati da leggi e regole repressive che negano il loro

diritto all'espressione pacifica della cultura civile o

religiosa. Le direttive generali permettono inoltre l'esercizio

arbitrario del potere ed evidenti violazioni dei diritti umani.

Detenzione e tortura in Tibet

Nella regione autonoma del Tibet, le autorita' hanno represso

senza pieta' ogni tentativo di opposizione. Amnesty International

non prende posizione sullo status politico del Tibet o delle

altre regioni. La sua unica preoccupazione si rivolge alle

persistenti e violente repressioni dei diritti umani in queste

aree.

Migliaia di persone sono state arbitrariamente incarcerate e

molte sono state torturate da quando le dimostrazioni in favore

dell'indipendenza tibetana sono riprese nel 1987. Decine di

dimostranti sono stati uccisi dalle forze dell'ordine. Altri sono

stati imprigionati per dimostrazioni pacifiche come gridare

slogan, mostrare la bandiera tibetana e distribuire volantini

indipendentisti. Molti bambini e ragazzi sono stati imprigionati

e torturati.

Gli ultimi anni hanno visto un aumento della repressione nelle

aree rurali in seguito alla crescente tensione sociale. Un numero

sempre maggiore di uomini e donne viene detenuto arbitrariamente.

Nuove direttive sono state approvate nel 1994 per soffocare le

dimostrazioni nazionaliste, e questo ha portato alla distruzione

di numerosi templi e monasteri. Almeno 650 persone erano detenute

all'inizio del 1995 come prigionieri politici, per la maggior

parte monaci e monache incarcerati solamente per aver sostenuto

pacificamente l'indipendenza del Tibet.

- Lobsabg Tsondru, un monaco e teologo buddista del monastero di

Drepung vicino a Lhasa, aveva circa 80 anni quando e' stato

arrestato nel 1990. Sta ora scontando una condanna a sei anni per

"coinvolgimento in attivita' illegali". Nel 1993 si e' saputo che

soffre di disfunzioni cardiache.

- Nel 2011, data in cui dovrebbe essere rilasciato, Jigme Sangpo,

un ex-insegnante di scuole elementari ora sessantenne, avra'

passato 28 anni ininterrotti da prigioniero di coscienza. E'

stato inizialmente condannato a 15 anni di prigione nel 1983 per

"incitamento e propaganda controrivoluzionaria". A questa

condanna se ne sono aggiunte altre due per aver urlato slogan

indipendentisti in prigione.

- Nel 1989 Phuntsog Nyidron, una monaca di 28 anni del monastero

di Michungri, e' stata condannata a 9 anni di prigione per aver

organizzato una breve e pacifica dimostrazione indipendentista a

Lhasa. Questa condanna e' stata successivamente aumentata a 17

anni per aver registrato canzoni nazionaliste mentre era in

carcere.

Altre etnie minoritarie

In altre regioni, diverse persone sono vittime di violazioni dei

diritti umani collegate alle richieste di indipendenza politica e

di rispetto dell'identita' culturale.

Molte persone sono state imprigionate nello Xinjiang per motivi

politici, e non si conosce la loro sorte. Nel Baren, una contea

rurale Uighur nell'est dello Xinjiang, alcune settimane di

protesta sono culminate in scontri violenti, nell'aprile 1990,

tra le forze di sicurezza e Uighuri radunati in una moschea.

Molte persone furono uccise. Ne segui' una forte ondata di

repressione, con migliaia di persone arrestate in tutta l'area.

Molte furono torturate, e tre furono condannate a morte e

giustiziate.

- Kajikhumar Shabdan (Hajihumaer), uno scrittore e poeta

dell'etnia kazaka di circa 70 anni, fu imprigionato nel 1987 e

condannato a 15 anni di prigione per "spionaggio". Si presume sia

un prigioniero di coscienza, incarcerato per i suoi scritti

critici nei confronti delle autorita'.

E' stata anche segnalata la repressione di coloro che sostengono

una maggiore autonomia della Mongolia Interna, con molte persone

detenute per motivi politici. E' difficile pero' raccogliere

informazioni sulla regione.

- Ulaanshuvu (Wulan Shabou) e' stato arrestato nel luglio 1991 a

Hohhot. Docente universitario, 37 anni, sposato con un figlio,

era membro dell'Alleanza della Mongolia Interna per la Difesa dei

Diritti Umani e del Movimento Giovanile per la Rinascita

Culturale della Mongolia. Nell'aprile 1994 e' stato condannato a

5 anni per "incitamento controrivoluzionario e diffusione di

propaganda sovversiva" per via delle sue attivita' pacifiche. Il

processo e' durato meno di 30 minuti.

Le raccomandazioni di Amnesty International

al governo cinese:

- nomini una commissione nazionale che investighi a fondo le

violazioni dei diritti umani e i provvedimenti legali o di altro

genere che le possano eliminare;

- ponga fine all'impunita', accertandosi che tutte le violazioni

dei diritti umani siano indagate in tempi rapidi, a fondo e in

modo imparziale e che i colpevoli vengano processati;

- fermi e prevenga la tortura, introducendo garanzie per i

prigionieri e proibendo ogni atto di tortura e maltrattamento, in

conformita' con la Convenzione O.N.U. contro la Tortura, che la

Cina ha sottoscritto;

- ponga fine alla detenzione arbitraria, rilasciando

immediatamente ed incondizionatamente tutti i prigionieri di

coscienza e assicurando che tutti i prigionieri politici siano

accusati di crimini riconoscibili nei trattati internazionali e

siano processati in modo equo ed in tempi rapidi, oppure siano

rilasciati;

- assicuri processi equi in base agli standard internazionali;

- abolisca la pena di morte;

- fermi gli abusi legati alla politica di controllo delle

nascite;

- protegga quanti difendono i diritti umani;

- ratifichi i trattati internazionali sui diritti umani e cooperi

con gli organi di controllo delle Nazioni Unite;

alla comunita' internazionale e a quanti hanno contatti con la

Cina:

- spingano il governo cinese a ratificare i trattati

internazionali sui diritti umani e ad invitare esperti del

settore a visitare la Cina per accertarsi della situazione;

- quando possibile aprano un dialogo con le autorita' cinesi sul

tema dei diritti umani e facciano pressione perche' la Cina si

adegui alle norme internazionali;

- usino ogni opportunita' derivante da legami culturali o

economici con i cinesi per creare dialogo sui diritti umani;

- si assicurino che non ci siano vendite di materiale militare

alla Cina qualora tale materiale possa essere usato per

contribuire a detenzioni arbitrarie, torture o maltrattamenti.

Cina: nessuno e' al sicuro

Amnesty International Publications

1 Easton Street, London WC1X 8DJ

United Kingdom

Prima edizione: marzo 1996

AI Index: ASA 17/02/96

traduzione italiana di Francesco Visioli

Amnesty International e' un movimento internazionale indipendente

da qualsiasi governo, parte politica, interesse economico e credo

religioso. Riveste uno specifico ruolo nel piu' vasto ambito

della difesa dei diritti umani e incentra anzitutto la propria

azione sui casi di singoli prigionieri.

Amnesty International si adopera per la liberazione e

l'assistenza delle donne e degli uomini ovunque detenuti per le

proprie opinioni, il colore della pelle, il sesso, l'origine

etnica, la lingua o la religione, a condizione che non abbiano

usato violenza e non ne abbiano promosso l'uso. Sollecita

procedure giudiziarie eque e rapide per tutti i prigionieri

politici e lavora a favore di coloro che si trovano detenuti

senza processo o imputazione. Si oppone incondizionatamente alla

pena di morte e alla tortura, cosi' come a ogni altro trattamento

crudele, inumano e degradante.

Amnesty International svolge inoltre un'attivita' di educazione

ai diritti umani, attraverso la quale promuove la conoscenza e

l'adesione alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e ad

altri strumenti sui diritti umani riconosciuti a livello

internazionale e ai valori che sono in essi contenuti; sostiene

l'indivisibilita' e l'interdipendenza di tutti i diritti umani.

Per informazioni e iscrizioni: Amnesty International - Sezione

italiana,

viale Mazzini 146, 00195 Roma, tel. 06/37514860, fax 06/37515406,

ccp 22340004.

*- Amira V1.5 REG (Amiga) -* one world, one operating system

 
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