Intervista con il Dalai Lama. L'ultimo teocrate vive alle pendici del Karakorum con quattromila monaci. "Il mio obiettivo è preservare la cultura del Tibet, una delle culture più antiche del mondo, un valore per tutta l'umanità. Il nostro diritto all'indipendenza è assolutamente fondato, ma riconosco che parlare oggi di indipendenza è arduo. Comunque la soluzione è solo politica"
di Guido Rampoldi
(La Repubblica, 8 maggio 1996)
Dharamsala - Nel cortile sono in corso gli esercizi di dialettica buddhista e un centinaio di novizi si affrontano contemporaneamente, ciascuno battendo i palme quando vuole sottolineare la forza del proprio argomento. Il Dalai Lama vive venti gradini più in alto, nella piccola casa bianca dove ci accoglie; se non fosse per la devozione che lo circonda, sembrerebbe un monaco qualunque. Dal drappo rosso che lo avvolge come una nuvola, emerge un viso largo, con occhi piccoli e ironici. Ride spesso, con un'allegria da novizio. Nulla in lui rivela la solennità remota e la condiscendenza che ci si attenderebbe da che è guida spirituale del buddhismo tibetano, guida politica del governo in esilio del Tibet, premio Nobel della Pace, e molte altre cose ancora. In qualche modo l'ultimo teocrate della Terra. Di sicuro il più singolare tra i teocrati che la storia racconti.
La sua vita si decise agli inizi del 1938, mentre sgambettava in un minuscolo villaggio del Tibet a tre settimane di marcia da Lhasa, la capitale. Il tredicesimo Dalai Lama era morto pochi anni prima. Dal corpo imbalsamato i monaci buddhisti di Lhasa attendevano segnali per capire dove cercare la sua reincarnazione, ovvero la quattordicesima reincarnazione del primo Dalai Lama, vissuto nel Trecento. Un giorno i monaci scoprirono che la testa della mummia aveva ruotato: adesso pareva guardare verso il Nord-Ovest. Poco dopo il Lama Reggente ebbe una visione e ne concluse che il nuovo Dalai Lama viveva in una provincia del Nord-Ovest, in una casa con una strana grondaia. Quando i monaci incaricati della ricerca trovarono una casa corrispondente, si finsero viandanti e ottennero ospitalità dai contadini che la abitavano. Quella sera giocarono soprattutto col quarto figlio della coppia, Lhamo Thondup, che allora aveva tre anni. Convinti di essere sulla strada giusta, tornarono alla casa con numerosi oggetti, alcu
ni dei quali appartenuti al precedente Dalai Lama. Secondo quanto il buddhismo tibetano racconta, il bambino si concentrò unicamente sugli oggetti del Dalai Lama defunto, per ciascuno dei quali avrebbe detto: "E' mio". Per effetto di questo, a quattro anni Lhamo Thondup entrava tra due schiere di monaci nel Potala di Lhasa, il palazzo delle mille stanze; a cinque anni, proclamato Dalai Lama, sedeva sul Trono del Leone; a quindici riceveva la Ruota d'oro, simbolo del potere temporale.
A 17 anni, autorità suprema di un Tibet ormai invaso dalle truppe cinesi , il Dalai Lama va a Pechino, frequenta Mao, scopre il marxismo, viene cooptato nella nomenclatura con una carica onorifica. Confidando ora nel premier indiano, Nehru, ora nei pochi comunisti di cui si fida, tenta di salvare l'autonomia del Tibet, dove i cinesi stanno schiacciando la resistenza all'occupazione. A 24 anni capisce che il suo tentativo è inutile e fugge in india. Da allora vive in questo nido d'aquila alle pendici del Karakorum, con 4.000 monaci ed il governo in esilio. Lo chiamano il piccolo »Tibet , un modello di efficienza (anche di democrazia raccontano) che resta il punto di riferimento per 6 milioni di tibetani, per i centomila della diaspora e per il sogno dell'indipendenza.
Fuori da questo tempio silenzioso, lungo una stradina di montagna, preme un'umanità variopinta. Occidentali in attesa di un'udienza e muratori che tirano su ostelli per hippies, mendicanti lebbrosi e ambasciatori di Holliwood (Richard Gere, registi che girano film sul Tibet).
Ma qui soprattutto arrivano profughi tibetani. Con notizie sconfortanti. La repressione continua. Le foto del Dalai Lama adesso sono proibite. E mentre multe piovono sulle coppie che fanno più di un figlio senza autorizzazione, sciami di cinesi affluiscono in Tibet mutandone la demografia.
Il Dalai Lama non è pessimista. E'convinto che la situazione migliorerà quando emergerà la nuova classe dirigente cinese. »Non penso che l'intero gruppo dirigente sostenga davvero questa politica. Ci sono fratture. Alcuni ritengono che essendo la Cina una grande potenza, deve mostrarsi dura. Altri, credo, capiscono che salvare la faccia non risolve il problema. Ma (anche per quest'ultimi) al momento l'unica scelta possibile sembra quella di ostentare intransigenza .
Eppure, gli obietto, non rimane molto tempo per salvare l'identità del Tibet. Se la situazione non cambiasse tra quanto diverrebbe irreversibile? Dieci, quindici anni, dice. Gli cito una lettera da Lhasa pubblicata da una rivista dell'esilio. Racconta di una città piena di teppisti, borsaneristi, prostitute. Il capitalismo cinese sta riuscendo là dove la repressione comunista ha fallito? »Certo, in modo intenzionale o no avviene quello che io chiamo un genocidio culturale. Però non è tardi per salvare la nostra nazione, la nostra identità culturale .
Salvarla in che modo? Vent'anni fa il Dalai Lama ordinò alla guerriglia tibetana di desistere dalla lotta armata. In risposta, alcuni capi guerriglieri si tagliarono la gola. Tuttora il Dalai Lama è convinto che l'unica soluzione sia politica: In termini rozzi, un genuino autogoverno senza una completa separazione dalla Cina . Spiega: »Il mio obiettivo è preservare la cultura tibetana. E' una delle culture più antiche del mondo ma conserva una straordinaria potenzialità per produrre un'umanità pacificata, anche con l'ambiente. E' un valore per tutta l'umanità. Ora, non v'è dubbio che il nostro diritto all'indipendenza sia assolutamente fondato. Ma nelle circostanze attuali, l'indipendenza (totale) è ardua. E la sovranità nazionale non è così fondamentale. Inoltre il Tibet è tanto elevato spiritualmente quanto arretrato materialmente. Così trarremmo molti benefici dal partecipare ad una grande nazione come la Cina. Se i dirigenti cinesi avessero chiara la mia posizione e riuscissero a superare i loro sospet
ti, la pace sarebbe possibile .
Una delle ultime misure adottate dalle autorità cinesi e il sequestro di un tibetano di sette anni, Gedhun Choekyi Nyima, supposta reincarnazione del Panchen Lama, secondo nella gerarchia spirituale del buddhismo tibetano. Il Dalai Lama è in ansia per lui. »Notizie non so quanto attendibili ci dicono che all'inizio lo tenevano all'interno di un'area militare presso Pechino. Ora verrebbe trasferito ogni volta che un funzionario cinese lo visiti: tipica inclinazione comunista al sospetto (ride). Se l'atteggiamento cinese fosse più duttile, troveremmo il modo di risolvere la questione del Panchen Lama. Sta di fatto che ora è il più giovane prigioniero politico del mondo. Anche il più innocente (ride ancora) .
A giorni il Dalai Lama sarà a Roma, dove incontrerà nuovamente il papa, di cui ha grande stima. Entrambi figure solitarie, in qualche modo tragiche, hanno un passato similare: come indirettamente conferma la stampa cinese paragonando il Tibet alla Polonia di Solidarnosc. Inoltre condividono molte convinzioni (non tutte, »talvolta non siamo d'accordo, ma questo non importa ). In primo luogo un'idea »pluralistica delle religioni e un'attenzione per la dottrina sociale per nulla scontata in chi a cinque anni sedeva sul Trono del Leone. Ma »io ho avuto l'educazione di qualunque altro monaco, gli stessi esami, le stesse prove. E neppure in quegli anni mi è mancata la comunicazione con la gente, i miei compagni di gioco erano coloro che pulivano il palazzo. E' stato un periodo felice, tranne quando entrava in scena il mio Tutore. Allora l'atmosfera si faceva pesante .
Vedendolo ridere come un novizio si ha l'impressione che vi sia molta libertà interiore in quest'uomo che la storia ha strattonato, senza tuttavia imporgli durezze o paure. Colui che è ritenuto la reincarnazione di un uomo vissuto 600 anni fa, secondo una tradizione che lui non sposa né rigetta, non ha il timore di definirsi »mezzo marxista . La metà del marxismo che rifiuta è »l'enfasi sull'odio, l'odio di classe, su cui i marxisti fanno completo affidamento. Ignorando il valore della compassione, quando hanno distrutto il sistema e la classe dominante, non hanno più nulla da offrire. Hanno le mani vuote . Ma per il resto il pensiero marxista gli sembra »più interessante di quello liberista. E anche più buddhista. Dice con una certa allegra scapigliatezza: »Ci sono molti monaci la cui teoria economica e sociale è marxista. Le dirò: io appartengo a questo gruppo .