Una giornata particolare, il Dalai Lama dietro le quinteSveglia alle cinque con l'inseparabile radiolina, due ore sul cuscino di meditazione e poi via: pochi incontri ufficiali, e molti a porte chiuse. Dei primi saprete già tutto. Gli altri, dalla visita "segreta" in Vaticano al summit con "er pecora", ve li raccontiamo noi.
di Francesca Pini
(Sette - Corriere della Sera, 30 maggio 1996)
E' gioioso, umano e divino. Per candore e capacità di stupirsi conserva la stessa purezza del bambino che fu quando, cinquantasei anni fa, venne riconosciuto come il XIV Dalai Lama. "Già prima di ricevere, a quattro anni, quell'investitura avevo espresso a mia madre il desiderio di recarmi a Lhasa", racconta Sua Santità. "I miei erano preoccupati, mia madre mi chiedeva angosciata: 'che ne sarà di noi?' Io la rassicuravo dicendole che lei sarebbe venuta sempre con me, che avremmo abitato in un luogo più bello. E fu davvero così. Quando entrai in monastero, i miei genitori vennero ad abitare in un palazzo attiguo al mio. In estate, nel palazzo di Novbulingka le loro visite erano più frequenti; invece in inverno, al Potala, venivano solo due volte al mese". Mentre ricorda ride, facendo smorfie da ragazzino, rilassandosi così durante il pomeriggio domenicale di sole, nella stanza del monastero che lo accoglie, prima di tenere una lezione su "etica e ambiente" all'università La Sapienza di Roma, città che ha visi
tato per tre giorni in veste di capo del governo tibetano in esilio dal 1959.
"Mia madre si stupì molto quando le annunciarono che ero io il nuovo Dalai Lama, mentre mio fratello maggiore dice di averlo sempre saputo... Io sono figlio di agricoltori benestanti (eravamo nove fratelli), vivevamo nelle campagne dove gli animali circolavano in libertà. Io ero piccolo piccolo ma ricordo ancora quella volta che facendo pipì in strada fui inseguito da un cammello... Da bambino ho sempre giocato molto, anche a scapito degli studi". Sorride sempre Sua Santità, ma ci sono tenacia e determinazione in quelle labbra sottili, anche quando sorridono. Il suo viaggio di cinque giorni in Italia (a Palermo, Pisa, Roma e Milano) è stata un'accorata perorazione della causa umanitaria del suo Tibet e insieme un'incalzante sequenza di incontri con politici, ambasciatori, autorità religiose, sindacalisti, cantanti. Ha visto molte persone, da Gianni Minà a Papa Wojtyla. Per tre giorni, quelli romani, siamo stati al suo fianco.
SCAMBIO DI SCIARPE
Bagno di folla con gli studenti dell'università La Sapienza. Dove c'è stata grande tensione: centinaia di persone rimaste fuori, la bandiera tibetana strappata dal podio. Quando il Dalai Lama è passato tra la folla, alcuni studenti hanno tentato disperatamente di offrirgli sciarpe di seta bianca, simbolo di una tradizione storica e religiosa (di armonia e purezza) che si tramanda tra l'India, la Cina e il Tibet.
"Parlo a voi giovani perché sviluppiate l'anima nella società", ha detto il Dalai davanti a una platea quanto mai variegata: un piccolo lama di dieci anni, una donna in costume d'angelo, un'altra con un copricapo di foglie... Poi, nello studio del rettore Giorgio Tecce, i saluti accademici, con scambio di medaglie di sciarpe.
La giornata del Dalai Lama segue le fasi del sole, nascente e calante. E alle 18 già si ritira per avvolgersi nel silenzio. I benedettini del monastero di Sant'Anselmo, all'Aventino, gli hanno preparato una cella nella clausura. "Sono già stato loro ospite. Qui mi sento a casa: tutti i monaci, in fondo, seguono le stesse regole..." "E noi lo consideriamo un confratello", risponde l'abate Francis Rossiter, che si dice pronto ad accogliere anche altri lama esiliati, come quello che qui da loro studia filosofia.
"In Italia sono già stato molte volte e mi piace perché voi italiani siete... poco seri... siete più simili a noi...", dice ridendo Sua Santità. La porta si chiude. Sul riposo del Dalai veglierà una guardia del corpo non armata: è l'unico capo di Stato a volere così. Nel chiuso della stanza prenderà un tè, prima di coricarsi. La notte per lui comincia presto. Come il mattino.
Alle 5, quando la mente sboccia, inizia la sua meditazione, due ore piene. Vicino al cuscino di meditazione tiene una "radiolina transoceanica" per ascoltare i notiziari della Bbc, da cui sempre più spesso apprende nuovi fatti di sangue e repressioni nel suo Tibet. "La gente che sostiene la nostra causa lo fa davvero solo per amore, perché da noi non riceve nulla in cambio". I confratelli benedettini gli hanno preparato una prima colazione sostanziosa, e lui è contento di rinunciare per una volta alla sua pagnotta di tsampa, fatta con farina d'orzo abbrustolita mischiata con l'acqua.
E' primo mattino nel chiostro. Fra tante tonache nere, spicca quella rossa e gialla del Dalai Lama che si avvia, con passo svelto, alla chiesa del monastero, per una preghiera comunitaria insieme ad altre autorità religiose cristiane e ortodosse. "Siamo qui nello spirito di Assisi, come ideale continuazione di quell'incontro voluto dal Papa", dice l'abate Rossiter. Non conosce molti santi il Dalai Lama, ma San Francesco sì: "E lo amo per la compassione di cui è stato capace. I suoi scritti possono essere letti come un testo buddhista". Salmi, preghiere, il Salve Regina cantato in latino e poi il Dalai Lama intona una preghiera, sembra un Alleluja che poi si scioglie in un suono puro e profondo.
PANNELLA, MELANDRI & CO.
Sul piazzale del monastero le auto di scorta hanno i motori accesi e già sgommano. Via, verso Montecitorio, per alcuni incontri privati. "Ecco il grande uomo bianco", dice il Dalai Lama vedendo avvicinarsi Marco Pannella che da lui riceve in dono, come gli altri parlamentari, la sciarpa di seta bianca. Non bastasse, gli scrive sulla stoffa anche una preghiera. "E' la quarta sciarpa che mi regala", dice gongolante Pannella, attivista pacifista anche per i tibetani, che prepara per il 1998 un Satyagraha mondiale (un "discorso sulla verità" sostenuto anche da digiuni). Leoluca Orlando propone invece di gemellare alcuni monasteri tibetani con altri italiani, Giovanna Melandri raccoglie un suggerimento del Dalai: "adottare" i tibetani prigionieri nelle carceri cinesi. "Ma c'è anche il problema delle scorie nucleari trasportate dalla Cina in Tibet", dice la Melandri. Poi arrivano i sindacati: Cofferati, D'Antoni e Larizza. Sciarpe anche a loro. Il Dalai spiega la situazione dei contadini tibetani costretti a pagar
e le tasse sugli appezzamenti di terra per un'entità di raccolto stabilita arbitrariamente dal governo di Pechino. E domanda ai sindacalisti: "Voi difendete anche i diritti dei contadini, vero?" Poi, sorprendendo tutti: "Anche di quelli nomadi?".
Per tutti e tre i giorni della visita, il governo cinese manda fax a destra e a manca facendo azioni di disturbo. Ma il Dalai rimane pacifico e parla del suo nemico storico in termini distaccati: "Questa nazione è per me importante oggetto di preghiera. Io prego per la felicità di tutte le persone. Quando verrà il tempo celebrerò una grande cerimonia in piazza Tienanmen, dove gli studenti sono stati massacrati. La gioventù cinese ha sete di spiritualità, sta crescendo anche la pratica del cristianesimo e tutto questo porta libertà personale. So che ufficiali cinesi considerano la resistenza politico-religiosa tibetana simile al movimento di Solidarnosc. Fra non molti anni la Cina tornerà libera. Prevederlo è solo questione di buon senso: il totalitarismo non può essere un modo di governare. Nonostante cinquant'anni di indottrinamento, la maggioranza delle persone ha perso la fede nell'ideologia. Molte cose sono già cambiate in questi quindici anni, ci dovrà essere un'evoluzione, non un collasso del comunismo
, altrimenti sarà il caos e scorrerà sangue".
IN ASCENSORE DAL PAPA
Da Montecitorio al Vaticano il tragitto è brevissimo. Sono le 11.45, l'auto si ferma nel cortile di San Damaso. Un'udienza riservatissima con il Pontefice, neppure segnalata dal bollettino vaticano, né prima né dopo. Una finestra del palazzo è rimasta aperta e, dal cortile, guardando su, s'intravede la volta affrescata di una stanza. Il Dalai Lama, entrando nell'atrio, posa lo sguardo sul quadro di Sciltian che ritrae San Paolo. Gli "ascensoristi" lo accompagnano al terzo piano. Il Dalai osserva incuriosito il medaglione di San Cristoforo, protettore dei viaggiatori, posto nell'ascensore. Rintocca mezzogiorno. Trascorrono altri 35 minuti, e poi il Dalai Lama ricompare. Dice: "Nel 1973 scelsi come inizio del mio primo viaggio europeo l'Italia per via del Papa e della grande fede del vostro popolo. Giovanni Paolo II l'ho incontrato alcune volte. Siamo dei maratoneti della pace".
"Con questo Papa, ho subito sentito di avere molte affinità. Anche lui proviene da un Paese comunista e da una società religiosa che ha subito la repressione. Il suo impegno per i valori e i diritti umani è straordinario. E' l'uomo dell'armonia: ha saputo stabilire ottime relazioni con le altre religioni. Grazie a Lui in ambito cattolico l'idea del pluralismo è stata accettata: è stata una piccola rivoluzione".
LA CONQUISTA DI TREMAGLIA
All'una siamo di ritorno al monastero. Un riposino dopo pranzo, e poi via di nuovo per affrontare la parte più mondana del soggiorno romano. Negli studi della Dear, Gianni Minà registra un'intervista con il Dalai. Sul monitor scorrono straordinarie immagini d'archivio del Tibet prima dell'occupazione. In finale di trasmissione li raggiunge Ivana Spagna che, con Fosco Maraini, è presidente onorario della Casa del Tibet e ha tra l'altro musicato una canzone su testo del Dalai dal titolo 'Parole di verità'.
Alle 16 Sua Santità è attesa a San Michele a Ripa, per ricevere un premio per la pace da Maria Pia Fanfani e benedire un mandala, un disegno (o per meglio dire una "mappa" della ricerca interiore) realizzata con polveri colorate. Accorrono la Venier, la Bonaccorti, Columbro, l'onorevole Buontempo detto "er pecora", Egon Fürstenberg. Sua Santità ha un piccolo cedimento di stanchezza, il sorriso s'increspa in un impercettibile sbadiglio. Si son fatte le 18, ora del ritiro.
L'indomani, alle nove, ancora a Montecitorio, dal presidente della Camera Violante. Anche lui è insignito della sciarpa bianca. Poco dopo, l'incontro con l'onorevole Mirko Tremaglia, responsabile della commissione esteri nella passata legislatura. "Bisogna prendere spunto dalla risoluzione del Parlamento europeo dell'agosto 1995 per invitare il governo italiano a portare la questione tibetana davanti al Consiglio di sicurezza dell'Onu", dice Tremaglia. "Incontrando anni fa per la prima volta il Dalai, ho provato la stessa emozione di quando ricevetti la comunione dal Papa". Il monaco lo ascolta stringendo delicatamente fra le mani la sciarpa di seta bianca, quasi fosse una nuvola, nuvola di pace. Da affidare a un vento buono perché la porti lontano.