Duemila anni di storia, cultura e religione per il "popolo delle nevi"
Di Raimondo Bultrini
(Musica, supplemento di Repubblica, 4 giugno 1997)
Concerti in nome della causa tibetana, due film di prossima uscita sul popolo delle nevi, uno tratto da Sette anni in Tibet di Heinrich Harrer e l'altro di Martin Scorsese sulla biografia del Dalai Lama. E poi i pellegrinaggi di Richard Gere, le centinaia di associazioni e fondazioni che in tutto il mondo raccolgono fondi e solidarietà. A spiegare il motivo di tanto interesse ci sono ragioni storiche, religiose e politiche. Un elenco lungo che comprende alcune tappe fondamentali del recente cammino di queste genti dai tratti somatici assai simili agli indiani d'America: l'invasione cinese del Tibet nel 1950; la devastazione dei villaggi, monasteri e templi in nome della Grande rivoluzione culturale; la conseguente fuga in India del Dalai Lama e di molti fedeli nel 1959; la condizione di estrema povertà di gran parte della popolazione tibetana rimasta sotto il dominio di Pechino; la disoccupazione e l'alcolismo tra i giovani senza prospettive, la perdita della loro identità culturale e religiosa; la triste co
ndizione dei profughi disseminati tra Nepal, India, Buthan (meno di tre milioni), rassegnati a non poter rientrare in patria finché resterà al potere l'attuale classe dirigente comunista.
Nulla come il conflitto fra tibetani e cinesi rende il senso dell'alternarsi del potere mondano affidato all'uso della forza. Paradossalmente, duemila anni fa le tribù guerriere del Tibet davano filo da torcere alle truppe dell'impero celeste, senza contare l'influenza del buddismo tibetano sulla dinastia mongola che governò la Cina durante il nostro medioevo. Oggi tutto questo non è che un pallido ricordo su rari libri di storia che le autorità di Pechino si guardano bene dall'autorizzare nelle poche scuole per tibetani, i quali studiano oggi in lingua cinese una lezione che dice pressappoco così: fin dal settimo secolo dopo Cristo la cultura dell'Impero celeste ha dominato le corti dei re tibetani che hanno sposato principesse cinesi introducendo di conseguenza usanze ora dei Qing, ora dei Ming e via di questo passo.
Ma al di là delle ragioni degli uni e degli altri, nella sostanza il Tibet ha subito le conseguenze dello "straripamento" di un miliardo di han (la razza cinese di maggioranza) verso i vicini e semideserti altipiani del Qingai, dell'Amdo, dello Yunnan. Agli occhi del mondo, la Cina ha giustificato tutto questo con la volontà di "liberare" il Tibet da pratiche medievali e dalla schiavitù imposta dalle caste religiose. E come tutti i colonizzatori, i cinesi hanno imposto i loro modelli e la loro verità ideologica, tentando di soppiantare per prima la radicatissima fede buddhista, importata dall'India nel settimo secolo. L'impresa non è riuscita completamente, ma i saggi degli altipiani sopravvissuti alle persecuzioni e al genocidio sono rimasti muti e i giovani hanno perso quelle radici che ovunque servono a sviluppare la propria identità, individuale e sociale. Molti lama, riusciti a sfuggire alle persecuzioni, hanno diffuso nel mondo una conoscenza trasmessa ininterrottamente da 5000 anni. Così ha fatto anch
e il Dalai Lama, conquistando nell'89 anche il Nobel per la pace. Ecco perché l'Occidente guarda, forse ancora inconsciamente, al popolo delle nevi come a un simbolo della purezza perduta.