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Conferenza Tribunale internazionale
Palumbo Stefano - 30 settembre 1998
IL MATTINO DOMENICA, 19 LUGLIO 1998

TRIBUNALE ONU, SODDISFAZIONE A ROMA

ANNA: LA GIUSTIZIA E' PIU' FORTE

VIA ALLA CORTE DEL MONDO CONTRO IL CRIMINE

Si è condensata in sessanta minuti, il tempo della cerimonia ufficiale in Campidoglio per la firma del Trattato istitutivo del Tribunale penale internazionale, la gioia mondiale per un sogno inseguito da tanti anni: la nuova Corte potrà fermare arbitrii e violenze è nata ieri ufficialmente, a Roma, in quella sala degli Orazi e dei Curiazi già sede di altri storici Trattati. Ma alla fine del lungo ed estenuante lavoro diplomatico (cinque anni prima e cinque settimane poi a Roma) tra 160 paesi l'entusiasmo e gli applausi non sono riusciti a sciacquare l'amaro in bocca lasciato da illustri assenti: l'America di Bill Clinton anzitutto, e poi vasti e popolosi paesi - Cina, India, Filippine, Israele, Sri Lanka e Turchia - che hanno detto no al Tribunale.

E "un passo gigantesco sulla via della giustizia", ha sottolineato il segretario generale dell'ONU Kofi Annan giunto appositamente a Roma per il suggello ufficiale. Nessuno potrà sperare d'ora in poi di farla franca quando si macchierà di crimini contro l'umanità, perché questa Corte può rendere "meno frequente il ricorso all'arbitrio e alla violenza su vasta scala", ha affermato il ministro degli Esteri Lamberto Dini. Ma la ferita inferta dagli Usa brucia. Così nella sala degli Orazi e Curiazi l'appello a che Washington ci ripensi è corale.

Washington in particolare non ha accettato il concetto di giurisdizione universale della Corte, è seriamente preoccupata che suoi cittadini o soldati siano messi sotto accusa, avrebbe voluto un Tribunale legato a filo diretto al Consiglio di Sicurezza, dove il suo voto a un peso molto specifico. Il Tribunale che è nato sembra invece "troppo forte", e per questo l'America si è chiamata fuori. Poco è servito rassicurarla. Dini ci aveva provato, nei giorni scorsi, sottolineando che Washington non ha nulla da temere, ed oggi di fronte al chiaro "no" ha rilanciato: "Ci auguriamo e ci aspettiamo che nel corso del tempo anche la firma degli Stati Uniti arrivi". Anche Kofi Annan ha parlato pubblicamente di amarezza perché non tutte le divergenze erano state sanate è se augurato di vedere arrivare presto gli assenti. Intanto i presenti hanno sfilato orgogliosi e bersagliati dai flash davanti ad Annan e Dini, al sindaco di Roma Francesco Rutelli e al presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Conso che han

no presieduto la cerimonia ufficiale. Paese dopo paese, i delegati plenipotenziari si sono avvicinati al lungo tavolo rosso per apporre la firma sul gran libro verde (contenente il Trattato) che Annan e Dini hanno mostrato a tutti gli astanti con un gran sorriso, raggianti come si è quando si presenta un trofeo o meglio l'ultima "vittoria della ragione", come l'ha definita la delegazione italiana.

L'atto istitutivo si chiamerà "Trattato di Roma" e rimarrà nella città fino al 17 ottobre prossimo. E un merito guadagnato sul campo "che corona l'impegno della comunità internazionale e voluto e perseguito fortemente dall'Italia", ha ricordato il presidente del Consiglio Romano Prodi. Il "Trattato" tornerà poi nella sede naturale, al Palazzo di Vetro, e vi rimarrà fino al 31 dicembre del 2000."Ho la speranza che in questo lasso di tempo un gran numero di Stati lo abbia ratificato e approvato cosi ché la Corte abbia la più vasta giurisdizione possibile", ha sottolineato Annan. In effetti il gran librone del Trattato che garantirà i diritti umani permetterà di entrare nel nuovo millennio a "testa alta", ha ricordato Conso e "sarà la fine di sofferenze terribili" ha sottolineato Rutelli.

 
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