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Conferenza Partito radicale
Cicciomessere Roberto - 27 settembre 1990
Riunione degli eletti radicali - Massimo Teodori
Intervento orale alla Riunione degli eletti radicali - Roma, Ergife, 28 luglio 1990

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Non è facile individuare il punto di partenza per un intervento che riesca a centrare le questioni essenziali della crisi radicale e selezioni i nodi più importanti della situazione in cui il partito e noi tutti ci troviamo.

Alcune domande si pongono e ci si pongono:

- Dobbiamo dare per scontato l'avvio a conclusione dell'esperienza radicale organizzata nel Partito Radicale, che ha rappresentato non solo una speranza ma una operante realtà politica nel nostro paese degli ultimi trent'anni ed una esperienza assai singolare nello stesso panorama europeo?

- Dobbiamo essere rassegnati al rapido e definitivo tramonto del dato comune organizzato per lasciare il passo a vicende, più o meno ricche individuali?

- Dobbiamo contentarci di addossare le responsabilità delle nostre difficoltà a quel regime "cinico e baro" (come avrebbero detto in altri tempi) che ci "scioglierebbe" malgrado tutte le nostre ragioni?

- Dobbiamo affidare le nostre sorti a quel mitico "x" (si dice x e si pensa alla congiunzione di elementi a noi esterni che creerebbero condizioni favorevoli) che rassomiglia tanto ad una sorta di attesa provvidenziale che non ha nulla a che fare con l'opera laica della politica in cui noi stessi costruiamo le condizioni del nostro agire?

Proverò ad esporre notazioni e valutazioni senza falsi timori anche nei confronti degli errori nelle scelte passate, di cui tutti siamo responsabili e di cui mi dichiaro pienamente corresponsabile.

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Noi oggi - Partito Radicale - siamo irriconoscibili. Ma non della irriconoscibilità pasoliniana, diversi cioè di fronte a coloro che ci vorrebbero omologati, ma irriconoscibili perché siamo collettivamente come organismo politico senza una meta visibile, senza una direzione di marcia, senza una direzione politica. Siamo irriconoscibili perché non siamo in grado di rispondere alle domande elementari "dove state?" "dove andate?" "chi siete?" E quando rispondiamo, le risposte suonano come formule, a cui cioè non corrisponde un movimento consapevole e coordinato di persone, una finalizzazione di strutture a ciò preposte, una individuazione di obiettivi da perseguire.

Non per amore di polemica (che sarebbe anche polemica contro me stesso e le mie responsabilità) né per vizio sistematico di riandare alla continuità delle azioni, a me pare che non possiamo a meno di valutare quelli che sono stati deliberati e scelti come i cardini della politica del PR: il cosiddetto "transpartitico" ed il cosiddetto "transnazionale".

Il transpartitico non nasce come una formula vuota ma come lo strumento della riforma politica per la trasformazione degli schieramenti, il loro adeguamento alla realtà dei contenuti politici e la correlata riforma delle regole della politica. E' il tentativo di superare davvero il PR con la ricerca di una cosa diversa, più adeguata per la lotta politica e capace di incorporare, esprimendolo, il patrimonio e i valori che sono stati e sono quelli radicali.

Abbiamo operato perché la riforma politica attraverso il transpartito si mettesse in moto innanzitutto con l'autoriforma, mettendo in gioco noi stessi. E' stata la stagione degli stretti rapporti con il PSI (1986-1987) e l'incontro con esso sui contenuti, la limitata e sperimentale esperienza nelle elezioni senatoriali del 1987, la promozione dei referendum nucleare e sulla responsabilità civile. Di quel rapporto transpartitico con il PSI e con l'obiettivo di una area laico-socialista del 20% non rimane nulla. E' stata poi la esperienza delle elezioni europee del 1989 i cui cardini strategici dovevano essere quello della federazione laica e quello verde. L'una e l'altra prospettiva sono cadute in quanto ipotesi di una cosa davvero alternativa, nuova, diversa ma comprensiva della cosa radicale.

La federazione laica ognuno sa come è andata a finire, con i suoi pezzi - liberale e repubblicano - tutti protesi a crogiolarsi nelle rispettive pochezze. Il vuoto lasciato da quel progetto è sotto gli occhi di tutti, sia in termini di equilibrio politico, di peso e di influenza nella determinazione degli assetti governativi e locali, sia soprattutto in termini di contenuti nella difesa e sviluppo delle posizioni liberaldemocratiche.

Non meno negativa è l'esperienza verde, sotto il profilo del progetto radicale transpartitico. A me pare che qui poco importi le probabilità del compimento di un unico soggetto verde. Quel che ci interessa è che un significativo gruppo di dirigenza radicale, di militanti del partito, di potenziali compagni variamente impegnati a livello locale sono stati sospinti a costruire una nuova realtà organizzata - quella dei verdi arcobaleno - con le sue strutture, i suoi collegamenti, i suoi obiettivi comuni. Non sono tra coloro che criticano e polemizzano con la scelta guidata da Francesco Rutelli. Ritengo che quella sia stata una risposta di un certo tipo organizzativistico a quanto di disgregante si andava consumando nel Partito Radicale. E le risposte politiche organizzate hanno una logica che non si può fermare alle soglie della dinamica di gruppo con i suoi interessi ed i suoi obiettivi, i suoi strumenti di lavoro politico e la necessità di gratificare i partecipanti ad una determinata impresa. Quanto poi al c

ontenuto radicale di questa esperienza mi pare che si possa dire ben poco ed ancor meno si può discutere se e cosa abbia di transpartitico (con i suoi obiettivi autonomi) la nascita di una nuova forza politica sia nel caso dell'unità verde sia nel caso in cui permangono due tronconi. Né mi pare che si possa intravedere domani l'agire coordinato di una grande forza nuova determinante nel rinnovamento democratico che poggi su due piedi complementari, quello radicale e quello verde.

Dunque, l'esperienza verde, da noi incoraggiata nella prima parte degli anni '80 e poi nutrita con gli arcobaleno nell'ultimo anno, ha inevitabilmente condotto all'impoverimento della forza radicale.

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La generosità e la giustezza teorica delle scelte transnazionali si sono infrante nella (proterva) volontà di fare del Partito Radicale, radicato nel nostro paese, animato e diretto da italiani, il centro organizzato a cui formalmente e sostanzialmente dovevano far riferimento belgi e cecoslovacchi, burkinabei e spagnoli, sovietici e giapponesi, e via enumerando. E' così che nel corso di alcuni anni con andamento ciclico, assolutamente identico a se stesso e ripetitivo, si sono enucleati e poi dissolti i gruppi che di volta in volta si andavano formando: i belgi (dove più continuativa ed autorevole era la presenza dei leaders italiani), i portoghesi, gli spagnoli, i francesi e poi i turchi e gli jugoslavi, quindi gli europei dell'est dei paesi ex comunisti. Ma questo processo ciclico che ha visto l'impegno di tanti compagni, sia italiani in missione che locali, non si è mai tradotto in un radicamento, anche di sole lotte e campagne ad hoc perché l'esperienza radicale non è esportabile come dato organizzato.

E così la qualità dell'iscritto e la misura del numero degli iscritti sono stati parametri ingannevoli dietro i quali non si scorgeva la natura e la potenzialità di una determinata situazione in cui aveva attecchito il verbo radicale.

Forse altra cosa sarebbe stato l'esperimento se si fosse tentata la strada di federare gruppi e personalità esistenti con attitudini e simpatie radicali in grado di esprimere capacità politiche autonome coordinate in un organismo transnazionale pluricentrico agente su specifiche campagne. L'esigenza transnazionale oggi rimane ma va rivista radicalmente per non continuare ad operare secondo quella specie di tela di Penelope del fare e disfare che altrimenti potrebbe continuare all'infinito con dispendio di energie ed un altissimo tasso di entropia senza apprezzabili risultati.

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L'ultimo appuntamento che abbiamo incontrato sulla strada transpartitica - il più importante per il paese e per la democrazia - è stato quello con la "cosa" comunista. Vi siamo andati male attrezzati, anzi non vi siamo andati quasi per nulla lasciandovi andare solitario - non so se per nostra carenza e responsabilità o per sua volontà e con le sue virtù ed i suoi vizi, la sua forza e le sue debolezze - Marco Pannella.

Proprio in questi giorni la vicenda della costituente occhettiana sembra - almeno per il momento - conclusa per ciò che riguarda il coinvolgimento diretto di altre forze ed altre tradizioni politiche. Nei termini in cui la questione ci si poneva da quel novembre 1989 oggi non si pone più ed è quindi anche inutile soffermarci sulle carenze che il Partito Radicale - in quanto tale ed in quanto gruppo complesso di esperienza politica - poteva porsi al di là ed oltre le iniziative pannelliane. E' proprio il vuoto che ancora una volta lascia per la democrazia, e quindi per il paese, il mancato processo di radicale trasformazione del PCI, che delinea e circoscrive per i radicali, per noi tutti e per il Partito Radicale il nodo della questione che dobbiamo affrontare: come perseguire la riforma politica, come ridisegnare gli schieramenti ed i soggetti di una politica in cui deperisca la partitocrazia, con quale strumento, con o senza quali strutture, con chi ed attraverso quali iniziative, si può determinare trasfo

rmazione democratica e liberale delle istituzioni.

Senza una attiva presenza di una forza liberale e democratica nella ispirazione e nel metodo, radicale negli obiettivi e nella tensione ideale, è assai difficile che la trasformazione comunista possa approdare su un terreno positivo. E rimane comunque ipotetica la possibilità di dar corpo ad una effettiva alternativa - in termini di schieramento, di contenuti e di classe dirigente e perfino nei numeri di una aspirazione maggioritaria - che non ripeta i vizi di tutti gli equilibri che si sono susseguiti negli ultimi trent'anni.

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Abbiamo contribuito come radicali organizzati nel PR a fornire elementi di quello che dovrebbe essere lo schieramento alternativo. E' stata per lunghi anni la politica dei diritti civili fattasi lotta politica e quindi trasformazione istituzionale. Oggi il centro della crisi è la degenerazione partitocratica e quindi il nodo è la riforma politica. Abbiamo tentato in ogni modo di stare dentro questo processo annullando noi stessi come partito (ed è stato quello che è stato chiamato il transpartito e il transnazionale) ed operando attraverso altre linee, con il PSI, con i laici, con i verdi, con il PCI, solo per ricordare gli aspetti principali di cinque anni di intensa e meno intensa azione.

Ormai da molti mesi non ci siamo più. Ogni ipotesi che nel futuro politico prossimo si possano ridisegnare gli schieramenti secondo logiche innovative e alternative nelle quali possano giocare un ruolo i radicali del PR, ma senza Partito Radicale mi sembra caduta. La presenza liberale, democratica, radicale rischia di essere ancora una volta eliminata dalla scena perché il suo veicolo organizzato, il suo strumento laico, le sue braccia e le sue gambe, insomma quel che è stato il Partito Radicale, è dissolto poco importa se per volontà propria o per azione altrui.

Non sono affezionato alle forme né ho l'idolatria del partito. Tuttavia quando si decide che un determinato strumento non è più adeguato e congruo ai suoi fini, è in altre parole una sopravvivenza vuota, lo si decide razionalmente sulla base di una delle seguenti ragioni:

a) lo strumento (PR) è inadeguato ma occorre perseguire il fine per cui è stato costruito: si dissolve lo strumento e ci si affida ad altre ipotesi disponibili già attivate anche da altri. E' stata la politica transpartitica;

b) lo strumento è logoro, rappresenta la caricatura di se stesso, è divenuto controproducente: deve essere annullato perché produce equivoci interni ed esterni. Non vi è la possibilità du perseguire decentemente i fini proposti. E' il caso di una dichiarazione di sconfitta e di ritiro;

c) lo strumento è inadeguato, tuttavia il materiale di cui è fatto rimane valido ed i fini devono essere perseguiti. Non vi sono altre ipotesi disponibili. E' necessario costruire qualcosa d'altro in continuità ed in trasformazione con il patrimonio passato ma utilizzando effettivamente nuovi ingredienti.

Per quel che mi riguarda ritengo che sia più che mai necessaria ed indispensabile una forza organizzata che a pieno titolo ed in quanto tale sia interlocutrice della trasformazione del PCI, dello stesso mondo socialista non liquidabile definitivamente come autoritario e partitocratico, e delle potenzialità presenti tra i laici e tra i cristiano democratici.

E' la stessa nostra storia radicale che ci insegna come il valore, il peso, la capacità di azione, le possibilità di interlocuzione, l'incidenza non è data dalla forza delle idee ma da quella singolare ed originale combinazione di organizzazione delle idee, di strumenti adeguati agli obiettivi, di passione dei militanti, di credibilità complessiva, in una orchestra composta da tanti strumenti diversi ma capaci di suonare in modo conforme sotto la sapiente regia del direttore, magari con solisti e tenori che emergono nel tempo giusto. Senza questi ingredienti la dinamica è inevitabilmente centrifuga e il processo necessariamente disgregativo.

Noi radicali non staremo dentro il processo che è in corso se non lo faremo con lo strumento che la nostra stessa storia ci indica come quello suscettibile di produrre risultati.

Non so qui - oggi ed in questo contesto - se la "cosa" di cui c'è urgente necessità è il Partito Radicale che torni ad operare pienamente ed in quanto tale nella situazione italiana oppure un qualcosa che abbia nuovi connotati. E' certo tuttavia che si può dar vita a qualcosa di nuovo se, oltre alla politica, vi sono effettivamente ingredienti nuovi - uomini, situazioni, classe dirigente, patrimoni ideali. Altrimenti si tratterebbe di una pura operazione sulla carta ed allora sarebbe sicuramente fallace.

Quindi, se l'opzione è tra un nuovo fasullo ed un vecchio consolidato, sarebbe saggio rimeditare sullo strumento di cui ci si è serviti per decenni senza essere prigionieri delle formulette logore come "indietro non si torna" che non sono altro che un'altra forma di pigrizia.

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La nostra avventura politica di Partito Radicale è strettamente ed intimamente legata al suo leader Marco Pannella. Anche oggi qualsiasi opzione, qualsiasi decisione e qualsiasi indirizzo non può prescindere dalla sua volontà, dalle sue intuizioni e dai suoi stessi umori. E' per questo che non ritengo superfluo discuterne qui. L'organismo radicale è un complesso di risorse umane legate tra loro non solo con la forza dell'organizzazione politica ma anche dei rapporti interpersonali al cui centro molte volte - anche se non sempre né per tutti - c'è lo stesso Marco Pannella.

Personalmente ritengo che Marco abbia compiuto e compia alcuni errori politici di valutazione della cosa radicale che hanno profondamente segnato negli ultimi anni la vicenda del nostro partito. Quel che io non condivido di Marco è la sua concezione esplicita o implicita, che solo la sua propria forza politica possa provocare effettivi movimenti di uomini e cose. Scarsissima è la fiducia negli organismi, nei gruppi chiamiamo così dirigenti, nel peso della forza politica che non emana dalla sua pur straordinaria capacità di azione. La sfiducia nei propri compagni, nella maggior parte dei casi, è forse altrettanto profonda della enorme fiducia in se stesso che è alla base del cosiddetto "carisma" che a sua volta produce effetti soggettivi così significativi.

E' in questo quadro soggettivo che Marco ha ritenuto, solo per accennare ad alcune vicende degli ultimi anni, di intrattenere un rapporto con il PSI tutto misurato sui suoi rapporti con Bettino Craxi; che ha voluto, fortemente voluto l'operazione laica tutta personalizzata senza che fosse disturbata da altre presenze; che ha circoscritto la questione comunista alle sue iniziative abruzzesi, ritenendo di volta in volta che ognuna di queste iniziative avesse bisogno di una grande tensione e che questa tensione poteva derivare solo da una sua immersione totale senza diluizione date da altre presenze, di uomini o di partito, che non fossero fortemente ancillari.

Più volte da Marco Pannella ci è stato detto che bisognava chiudere il Partito Radicale perché la mutazione antropologica dei suoi uomini e donne era tale che la fisionomia originale, il suo ethos primitivo erano trasfigurati. A me pare che il punto in cui siamo in questo momento sia lo stadio terminale di una tale valutazione - a mio avviso errata - in cui la dispersione o disgregazione radicale è vista come una liberazione da parte del suo leader dai mutati antropologici sicché inevitabile è l'approdo verso la chiusura del PR con la rottura anche formale della continuità del patrimonio politico di questi decenni.

A me pare che ancora una volta non sia una valutazione corrispondente al possibile corso delle cose il ritenere da parte di Marco che qualsiasi nuova esperienza possa essere avviata solo grazie alla sua sola forza di richiamo e di mobilitazione ad un certo momento dopo aver proceduto, de iure o de facto, alla liquidazione dell'aggregato esistente.

E' vero che tu, Marco, rappresenti gran parte del nostro patrimonio ideale e politico ma la forza e la credibilità di cui ancora oggi, se pure in fase calante, sono circondati i radicali è derivata proprio dall'esistenza di questo singolarissimo partito, dal suo modo di essere e di agire, dal complesso delle persone che ne hanno incarnato la storia e la materialità.

Io non so, come credo molti qui dentro, con chi Marco Pannella intenda eventualmente continuare la sua milizia politica, una volta che il PR sarà ridotto alla sua fine sostanziale. Ma l'esperienza di questi anni dimostra quante e quali siano le difficoltà per tutti, a cominciare da quelle di Marco Pannella, di aggregare nuove energie con cui costruire il nuovo, che sappiano e vogliano integrarsi e coordinarsi nel circuito dei valori, degli obiettivi e del modo di agire dei radicali. E' così che, senza questo partito, al nostro leader sempre più si offrono due strade che divengono strette e necessitanti: o essere tentato di riassumere in sé tutto il patrimonio radicale in una prospettiva di individuale testimonianza senza poter svolgere il ruolo che merita nella politica italiana ed europea, oppure essere costretto ad agire attraverso surrogati del Partito Radicale che necessariamente sono destinati ad una decorosa marginalità.

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La riforma elettorale è alle porte con l'alta probabilità che si vada a finire in una controriforma che, in ogni caso, metterà in moto inevitabilmente un processo di rimescolamento delle carte fra i partiti dagli esiti difficilmente prevedibili. Quel che sta accadendo nel PCI è sotto gli occhi di tutti e, nel bene come nel male, rappresenta la conseguenza di un crollo ideale che pure abbiamo atteso, anticipandolo, per decenni.

La rivolta antipartitocratica serpeggia ovunque assumendo forme e incanalandosi in alvei che o sono marcati da una regressione negativa o non trovano risposte adeguate in forme e metodi di tradizione liberaldemocratica. Se si dovessero ricercare in vitro le condizioni ideali per un successo radicale, probabilmente oggi se ne riscontrerebbero molte. Eppure noi non ci siamo e, soprattutto, non abbiamo più lo strumento che ci consente di attrezzarci per questa stagione densa di movimenti.

Una risposta che in parte è già tra noi da alcuni mesi è di affrontare la situazione in ordine sparso in una malaccorta interpretazione ed applicazione della politica transpartitica. A me sembra, come ho già ripetutamente affermato, che tale andamento sia destinato alla pratica scomparsa di noi tutti e dei valori politici di cui siamo portatori.

Una seconda risposta che è anch'essa nelle cose, solo in parte alternativa alla precedente ma sostanzialmente complementare all'ordine sparso, è la delega a Marco Pannella della soluzione dei problemi, con un atto di fede più che di fiducia, con la rinunzia all'attivazione di qualsiasi indirizzo politico organizzato e coordinato. Non so in che misura lo stesso Pannella desideri una situazione del genere. La mia sensazione è che egli sia in qualche modo vittima oltre che protagonista di una tale assunzione in toto della rappresentanza e della iniziativa radicale con l'annullamento del Partito e di ogni sua rilevante espressione politica.

Io non intravedo altra strada da quella che ci porta necessariamente ad una forza organizzata radicale, quale che sia la forma che essa assuma e la denominazione che si vuol dare, possibilmente in grado di integrare e reagire a pieno titolo con nuove energie. Questa mi sembra la condizione necessaria se non sufficiente per apprestare un'alternativa sia all'ordine sparso che alla delega a Pannella.

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Penso che i poteri straordinari conferiti all'inizio dell'anno ai quattro responsabili istituzionali del partito devono in qualche modo avviarsi ad un termine con la conclusione del mandato specifico conferito. Poteri straordinari, per un obiettivo, in un dato tempo. Se oggi ci si chiede che cosa fa il Partito Radicale, la risposta è che è stato risanato il bilancio e che quindi vi sono le condizioni finanziarie e materiali per assumere ulteriori decisioni. Ebbene, sia indicato con certezza quale è il momento di tali decisioni e di che tipo di decisione si tratta. Altrimenti si rischia che quello che era un mezzo - pur importante ma solo come precondizione - divenga un fine. Un partito non può avere come fine il risanamento del bilancio se non in un periodo limitato di tempo. Il vuoto di politica o è una scelta di liberazione per affidare ad altro e ad altri la politica stessa o è una vera assenza. Ed in questo vuoto di politica già si intravedono le corse per piccoli spazi di potere, a controllare la "roba"

, a costruirsi delle ridotte prive di qualsiasi senso politico. L'assenza di politica, la concentrazione di attenzione solo sulle condizioni materiali di un partito portano inevitabilmente alla libanizzazione sotto specie di un preteso realismo: ed è il pericolo che il partito, questo partito sta oggi correndo.

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Ho detto queste cose con franchezza, consapevole di aver toccato argomenti che di solito non sono affrontati. Ne ho avvertito la necessità perché non c'è deterioramento peggiore di una determinata situazione di quello in cui tutti mormorano, si scambiano a piccoli gruppi valutazioni gravi, ma poi tutto resta sommerso. Molti dei giudizi che ho espresso, di cui naturalmente assumo la intera responsabilità, li ho ascoltati dall'uno o dall'altro compagno in forma privata o in forma di frammento. Sono altrettanto consapevole che ufficialmente le mie idee e le mie proposizioni probabilmente non sono maggioritarie e tanto meno lo sono tra coloro che de iure o de facto contano in questa cosa che si chiama ancora partito.

Quello che vi chiedo è solo che da questa riunione emerga una volontà di decidere un indirizzo - quale che esso sia - perché se è vero che il mondo intorno a noi (chiamato con una formula "il regime") ci vuole ammazzare o sciogliere che dir si voglia, è altrettanto vero che rischiamo di morire ogni giorno per le nostre stesse mani, di inerzia, di non scelta e di passività.

 
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