Non so bene se rientro nella categoria dei compagni, dei non compagni, o di quelli-che-si-ritengono-compagni-ma-che-non-lo-sono-o-almeno-io-penso-che-sia-così.
Quel che mi pare evidente è il tono di alcuni scambi di messaggi.
In particolare mi ha colpito l'ultimo di Giorgio. A scanso di equivoci chiarisco subito di concordare pienamente con le obiezioni di Ana Maria e Alessandra: ciò non significa che possa accettare il giudizio per cui quelle opinioni sono "una raffica di castronerie". Un'opinione, qualsivoglia essa sia, si contraddice, le si argomenta contro ma non la si bolla apoditticamente.
Sono radicale e lavoro al partito, per cui accetto la decisione politica di costruire un gruppo di studio per il prossimo congresso, decisione politica -sottolineo- presa dai "quattro" che a seguito delle delibere congressuali di Budapest hanno assunto i pieni poteri statutari. Collaboro anche, per quanto di mia competenza, all'organizzazione di quanto necessario per lo svolgimento di questi lavori. Tanto per l'esperanto quanto per la pena di morte e per gli altri temi individuati. Ma rivendico la libertà di non essere d'accordo e di esprimerlo ad alta voce senza essere offeso nelle mie opinioni. Così come sostengo e pratico che non debba esistere nessun "privilegio" per l'uno o per l'altro ma un metodo comune.
Esser radicale per me significa soprattutto questo: poter dire di non essere d'accordo.
Sarà poi il congresso a decidere se l'esperanto è un tema di interesse degli iscritti al partito o se gli stessi ritengono di darsi obiettivi diversi.
Per concludere voglio sottolineare che se è vero che vi sono molti esperantisiti che negli ultimi mesi si sono iscritti al partito radicale, è altrettanto vero che non si tratta di far diventare il partito radicale esperantista quanto piuttosto che gli esperantisti divengano radicali.
E per farlo non basta una tessera o un congruo numero di esse. Occorrono prima di tutto tolleranza e rispetto delle idee altrui.