Premesso che io le fantasie post-komeiniste le faccio mangiare al mio gatto, devo render noto che ho una radiosveglia Philips, puntata alle settemmezza, naturalmente su Radio Radicale. Naturalmente? Lo spettacolo radiofonico-giornalistico della campagna elettorale è figurativamente paragonabile al risveglio in una casa con finestre sulla discarica. Dunque la rassegna finisce, arriva il notiziario, poi spezzoni di discorsi elettorali. La parola "antiproibizionismo" m'è arrivata da uno di questi, non potrei dire quale perché (per fortuna) non me lo ricordo. Bene, stavo facendo colazione e mi è andata di traverso.
Percui il mio intervento aveva molto più il senso di mettere in guardia contro l'eccitamento aggressivo che nella parola "anticlericalismo", o almeno nella storia dell'anticlericalismo, è innegabile, piuttosto che fare in tre righe il panegirico della Chiesa Cattolica. Cosa che mi è stata subito rinfacciata.
Non del tutto a torto, devo riconoscere, ma nemmeno troppo a ragione.
C'è in me qualcosa di selvaggiamente recalcitrante all'individuazione del "male" in un essere umano, definito in qualsiasi modo. Il clero è fatto di Marcinkus, d'accordo, ma anche di mediocri preti con la perpetua, di monache che non dormono per assistere i malati, di gesuiti che si fanno massacrare in centro america e di una casistica innumerevole di altri più o meno stimabili comportamenti.
"Temer di dee di sole quelle cose che hanno potenza di fare altrui male". Il male sta in azioni, non in persone. Trovo opportuna la precisazione di Bandinelli, sul senso di un anticlericalismo "contemporaneo".
Però qui nasce un grosso tema: credo che bisogna fare qualche sforzo per darsi una definizione positiva, in senso profondo: è il discorso dei bacarozzi. Sono seccato della loro esistenza, cerco di farli scomparire, di educarli (letteralmente: tirarli fuori) dalla loro bacarozzeria, ma mi offenderei se qualcuno mi chiamasse "anti-bacarozzista" ("testa di cazzo" mi piace molto di più; dunque consiglio a chi si scoccia delle mie fanfaluche di appiopparmi l'epiteto in virgolette, salvo poi a lasciarmi il diritto di incartapecorirlo telematicamente, che trascurerò di esercitare...).
Per bassezza d'ingegno l'opposizione ha preferito definirsi, nel dopoguerra e anche prima, per negazioni del potere esistente. Ovvero, i casi di proposte, di vittorie (divorzio, aborto, ma anche vittorie "rivendicative", "di massa") erano isolati successi di alleanze occasionali, non rientravano in una strategia d'opposizione sostenuta da un progetto non tautologico: cioè quello di fare nient'altro che l'opposizione. E ora siamo nella situazione che l'opposizione non c'è, come forza politica organizzata, progetto, programma. E' una emozione.
Giustamente Sandrucci osservava l'altroieri che Manifesto, Lotta Continua, A.O., e qualche gruppo dell'ultradestra (ma è molto diverso) ora non esistono più.
Allora, per finire questo mio ennesimo pappardellone, sentire che l'opposizione è "anti" qualcosa, che si presenta dicendo cosa "non-è", mi rovina la giornata. La fiamma che non bisogna attizzare è la candela della sconfitta. Qualcuno potrebbe dire, in termini pubblicitari, che è stupido nominare i propri concorrenti. Quando il Verdone parla delle "vittorie" radicali, secondo me è proprio questo che ha in mente. Scusate, ma coltivare il senso della sconfitta, non è proprio una delle più schifose viscidate dei clericali? Eco, da parte sua, diceva che non bisogna dare alla mafia della "piovra", ma della "merluzza". La piovra è una bestia a suo modo fascinosa.