Quello che con oggi comincio ad immettere in questa conferenza sono alcuni materiali che cominciano ad arrivare in relazione alla COMMISSIONE "LINGUA FEDERALE" al prossimo Congresso del Partito radicale, non necessariamente essi costituiscono la Relazione ufficiale in Commissione. Quello che segue è di Andrea Chiti Batelli.
Andrea CHITI BATELLI è stato per oltre 20 anni, come Consigliere parlamentare del Senato, segretario delle Delegazioni parlamentari italiane alle Assemblee Europee. Aderente fin dal 1944 al Movimento Federalista Europeo, ha a lungo studiato i problemi dell'unificazione continentale, pubblicando numerosi saggi e volumi, fra cui: Mass media e società europea; L'Unione Politica Europea; il Parlamento Europeo; La dimensione europea delle autonomie e l'Italia; Elezioni europee 1984 e riforma della Comunità; Una politica educativa per gli insegnanti europei; La politica d'insegnamento delle lingue nella Comunità Europea.
DIFESA DELL'ECOSISTEMA LINGUISTICO E CULTURALE EUROPEO E COMUNICAZIONE INTERNAZIONALE.
1a PARTE: La strategia.
Il rischio dell'inglese: la »glottofagia e »l'etnolisi .
Il concetto centrale da porre in primo piano è che oggi l'avvenire della comunicazione internazionale sta per subire una trasformazione che rischia di divenir irreversibile.
A differenza della situazione esistente all'inizio del nostro secolo - in cui inglese, il francese e, prima della prima guerra mondiale, anche il tedesco sembravano contendersi il primato nel mondo -, oggi una sola lingua, l'inglese, si sta sempre più affermando come lingua franca europea e universale, forte al tempo stesso del peso politico, economico e militare degli Stati e dei popoli che la parlano e dell'esigenza, sempre più viva - tanto a livello della comunicazione di tutti i giorni, come a quello delle élites e della scienza - di una lingua universale comune e unica.
Ora un tale fenomeno di dominanza non può che esser esiziale per le lingue - e quindi per le culture - diverse dall'inglese. Gli stessi fenomeni producono gli stessi effetti e l'inglese - forte dei mezzi di comunicazione di massa - produrrà in non molti decenni gli stessi guasti che il latino ha prodotto nell'Europa antica - o le lingue »bianche hano prodotto nelle due Americhe - nel corso dei secoli: la sparizione delle lingue autoctone dominate, e quindi dalle culture da esse espresse, giacché al fenomeno della »glottofagia non può non andar congiunto quello dell'»etnolisi , una cultura non potendo sopravvivere senza il supporto della lingua che l'esprime.
I guasti morali dell'egemonia dell'inglese
Alla incalcolabile perdita culturale che ciò implica - per restare al nostro continente: la fine dell'»identità europea, come oggi la si chiama, consistente appunto nella pluralità e molteplicità delle sue lingue e culture - si sovrapporrà poi un'altrettanto grave perdita morale. Invero, apprendere una lingua difficile come l'inglese (e la cosa è vera per qualsiasi altra lingua viva) creerà una duplice disparità e disuguaglianza: anzitutto fra popoli che hanno l'inglese come lingua materna - e che non dovranno faticosamente apprenderlo - e popoli, invece, costretti a tale apprendimento; e, in secondo luogo, all'interno di questi ultimi, fra classi privilegiate, che dispongono dei mezzi per far studiare davvero e seriamente l'inglese ai loro figli, e classi che non hanno questa possibilità.
L'effetto egemonico sopra descritto è efficacemente riassunto da un'espressione italiana: »chi domina nomina; chi nomina domina ; e cioè: chi riesce ad assumere una posizione di egemonia politica riesce anche ad imporre la propria lingua; e tale imposizione rafforza ulteriormente - in circolo vizioso - tale egemonia.
Perché una lingua pianificata
Non c'è bisogno di spiegare agli Esperantisti qual è la soluzione da proporre. Gli effetti »glottofagici ed »etnolitici di cui abbiamo parlato sono propri - è opportuno ripeterlo - di ogni lingua viva posta in posizione egemone e parlata da un popolo egemone: esempio il latino.
Ma tale effetto distruttivo del latino è cessato non appena sono venute meno le due condizioni fondamentali per il mantenimento di tale effetto glottofagico: da un lato è crollato l'Impero romano; dall'altro il latino ha cessato di esser lingua viva. Divenuto lingua morta (e, in tal senso, »artificiale ), il latino, pur restando la lingua della cultura, della scienza, della Chiesa - ha cessato, nel corso del Medio Evo, di esser glottofagico e non ha opposto alcuna resistenza al progressivo affermarsi delle lingue neo-latine, dalla Penisola Iberica alla Dacia.
E' la conferma storica che la sola soluzione non glottofagica (e non etnolitica) del problema della comunicazione internazionale è quella del ricorso a una lingua pianificata e neutra.
La »legge di bronzo della sociolinguistica
e le sue conseguenze pratiche per gli Esperantisti.
Quello invece su cui è necessario insistere - in particolare con gli Esperantisti -, tornando al tema dell'egemonia, è la causa politica di tale fenomeno.
Gli effetti di dominanza linguistica, che sopra abbiamo descritto, non hanno una causa linguistica: la dominanza dell'inglese - o, ieri, quella del latino - non è determinata da una maggior facilità di queste lingue, o da una loro maggior attitudine a funger da lingua franca europea o universale, nel passato o nel presente; sibbene dal peso politico dei popoli e degli Stati che le parlavano o le parlano.
Ne consegue - ed è questo su cui non tutti gli Esperantisti, forse, hanno sufficientemente riflettuto - che l'Esperanto non potrà affermarsi semplicemente dimostrando la sua molto maggiore capacità di fungere - col minimo sforzo e il massimo risultato - da strumento della comunicazione europea e universale. Questa è certamente la premessa indispensabile e la condizione necessaria; ma non è la condizione sufficiente. Occorre altresì che esso sia fatto proprio da un potere politico che abbia una forza, se non pari, almeno comparabile al peso oggi esercitato dal mondo anglosassone, e che senta - seconda condizione altrettanto necessaria - la scelta di una lingua pianificata, in luogo dell'inglese, come un obiettivo essenziale, se così posso esprimermi, della propria »ragion di stato : tanto al fine di affermare la propria indipendenza politica, di contro all'effetto egemonico sopra descritto, quanto al fine di preservare la pluralità delle proprie lingue e culture.
E' questa che io chiamo la »legge di bronzo della sociolinguistica .
Uno degli autori che meglio l'ha precisata - a proposito della condizione d'inferiorità in cui si trovano le parlate minoritarie interne alla Francia - e cioè Louis-Jean Calvet, ha affermato alcuni anni addietro: »Io non sono esperantista; ma chi lo è dovrebbe dimostrarmi di quale fatto e realtà politca l'Esperanto possa costituire il versante linguistico .
In che senso l'unità europea deve esser considerata
dagli Esperantisti »prèalable assoluto
Tale fatto, tale potere politico - a cui occorre tendere come premessa fondamentale - è l'Unione federale dell'Europa. In tal senso si deve affermare che la sua realizzazione costituisce l'obiettivo primo ed essenziale degli Esperantisti, allo stesso modo di come, per i socialisti di vari Paesi un secolo addietro, l'obiettivo primo e unico fu, per un certo tempo, l'affermazione del principio del suffragio universale: non perché questo costituisse di per sé un passo verso il socialismo; ma perché, in quella condizione storica, esso era lo strumento tramite il quale sarebbe stato possibile far poi passare le rivendicazioni socialiste, grazie appunto al voto popolare.
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Quanto io affermo è tuttavia vero e deve esser tenuto fermo ove sia ben chiaro che tutto questo non significa che si debba accettare e far proprio il tipo di integrazione europea oggi perseguito dai »Dodici (puramente economica, e molto più intergovernativa che sovrannazionale, oltre che limitata alla sola Europa occidentale); ma che occorre invece un'energica - ma costruttiva - contestazione di questa,appunto in no medi un'Europa politica federale: anzi, come meglio dirò più oltre, di una »Paneuropa , estesa anche alla Mitteleuropa e all'Europa orientale.
Non essendo possibile dilungarsi qui sulla critica che i movimenti federalisti svolgono, o piuttosto hanno svolto in passato, nel senso indicato, delle Comunità europee e della politica europea dei governi, mi limito a indicar un'opera che - esistendo in italiano, in francese e in tedesco - può offrir un primo, decisivo orientamento in tal senso, tanto più che essa non ha perso di attualità, pur risalendo alla fine degli anni cinquanta: mi riferisco al Manifesto dei federalisti di Altiero Spinelli (da non confondersi col precedente e più noto - ma meno importante - Manifesto di Ventotene del 1941). Il testo italiano di questo secondo manifesto è apparso a Parma, presso Guanda, nel 1957; quello tedesco, col titolo Manifesto der Europäischen Föderalisten, a Francoforte presso la Europäische Verlagsanstalt, nel 1958; quello francese a Parigi, presso la Societé Européenne d'Etudes et d'Information, nel 1957 (pubblicato dal Bureau d'étude dell'Union Européenne des Fédéralistes).
Conclusione provvisoria.
Con questo non intendo sostenere che gli Esperantisti debbamo dimenticare del tutto, provvisoriamente, il problema della comunicazione internazionale e le loro proposte in merito: ché anzi ad esse verrà dedicata la III Parte di questa relazione. Intendo affermare invece che essi dovranno sostenere con impegno totale - e non solo con un generico fiancheggiamento - la battaglia delle forze europeiste, partecipando direttamente, appunto come associazioni esperantiste nazionali e soprattutto come istituenda organizzazione esperantista europea, oltre che come partito radicale transnazionale, a tutte le varie associazioni federaliste: Union Européenne des Fédéralistes e sue componenti nazionali (Europa Union tedesca e svizzera, Movimento Federalista Europeo italiano ecc.); Movimento Europeo, e suoi Consigli internazionale e nazionali; Associazione Europea degl'Insegnanti; Associazione per il Consiglio delle Regioni e dei Comuni d'Europa (e sue sezioni nazionali, ecc.).
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Tutto questo pone l'esigenza non solo dell'enunciazione - e dell'assunzione in proprio - del fine strategico, come si è fatto fin qui; ma anche di una più precisa definizione e articolazione degli obiettivi tattici da perseguire: ciò che verrà fatto nella Parte II che ora segue.
2a PARTE: La tattica.
La nuova situazione europea e i nuovi compiti dell'europeismo
L'Europa ha assistito, dal 1989 ad oggi, ad avvenimenti »epocali , forse ancor più importanti da quelli costituiti, mezzo secolo addietro, dalla seconda guerra mondiale e dalle sue conseguenze.
Tali avvenimenti hanno fatto sì che l'integrazione europea, qual è stata concepita dal 1957 a oggi - solo economica e solo occidentale - è ormai doppiamente anacronistica: e lo è ancor più in quanto troppo scarsamente sovrannazionale e ancora a struttura sostanzialmente »confederale (nel senso inglese della parola). Tale integrazione, invece, deve ormai essere intesa - se vuol continuare a costituire un fine valido ed essenziale per gli Europei - come Unione politica e come Unione Paneuropea, concepita in termini di un grande Stato federale continentale, genuinamente sovrannazionale e cioè tale da limitare effettivamente la sovranità dei membri e quindi esercitare competenze fondamentali nei campo della politica estera, della difesa, dell'economia, della moneta.
Solo così l'Unione europea potrà conseguire i tre grandi obiettivi che i fatti stessi impongono ai nostri popoli:
- creare una solidarietà paneuropea sufficiente perché sia dato ai popoli che si sono liberati dal comunismo e dal tallone sovietico un aiuto sufficiente - analogo a quello che i Tedeschi offrono alla ex DDR - per esser quanto prima pienamente integrati nell'Europa unita;
- dar vita a un'autorità politica supra partes capace di disciplinare i risorgenti nazionalismi per risolver i conflitti che essi generano, imponendo metodi pacifici e democratici, sotto l'egida di una legge europea;
- creare un ambito sufficientemente vasto e solido, capace di controllare e incanalare in un alveo europeo il dinamismo della »Grande Germania .
Si tratta insomma di ricreare, in termini moderni - e cioè appunto in scala paneuropea e in ciò che ha avuto di positivo - l'idea di un tempo di »Mitteleuropa e la funzione sovrannazionale che in essa, pur con molte ombre e gravi insufficienze, ha svolto l'Austria di un tempo, specie nel Settecento.
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Parallelamente l'Europa unita, organizzando in modo autonomo e unitario la propria difesa e partecipando attivamente alle iniziative per il disarmo - ma solo a condizione di parità con le altre potenze - dovrà porre in termini nuovi,di parità e d'indipendenza, i propri rapporti di amicizia e di alleanza con gli Stati Uniti e con gli altri Stati del »primo mondo organizzati nelle forme della democrazia occidentale e dell'economia di mercato, dando vita con questi a una Unione internazionale (o, sempre nel senso inglese della parola, »Confederazione di Stati ) che costiuisca una prima tappa verso quel Governo e Stato federale mondiale che resta l'obietivo ultimo dei federalisti, ma la cui realizzazione non è oggi all'ordine del giorno e deve esser lasciata, pertanto, alle generazioni future.
Dopo Maastricht
Se si considera, alla luce degli obiettivi indicati, la situazione attuale dell'integrazione europea, anche dopo gli accordi di Maastricht, si deve constatare una profonda carenza, che esige, anche qui, un severo giudizio critico e quindi un'azione di contestazione - sia pur costruttiva - e di riforma, ad opera delle forze federaliste, e non gia di semplice appoggio e di plauso.
A Maastricht invero ci si è impegnati solo alla realizzazione di un singolo obiettivo: una moneta europea per la fine del secolo, sempre che la congiuntura generale e le condizioni economico-finanziarie dei singoli partners lo consentano. É indubbiamente un progresso, ma modesto, incerto, lento. E chi procede a passo, in un mondo che va a galoppo, crede di avanzare, ma in realtà resta indietro.
La prova più manifesta si è avuta dal fatto che - mentrei Governi si riunivano a Maastricht e tutti si congratulavano reciprocamente per i risultati conseguiti - in Jugoslavia infieriva una sanguinosa guerra civile; peggio, essa appariva e appare come una sorta di avvertimento e di anteprima o di »avant-goût , si direbbe in francese, di più generali e più sanguinosi conflitti che potrebbero progressivamente coinvolgere tutta l'Europa centro-orientale. Di fronte a questa minaccia Maastricht non ha dato nessuna risposta, anzi ha ceduto largamente all'azione frenante e sabotatrice della Gran Bretagna.
Il problema tedesco.
Vi è di più. Prima, durante e dopo Maastricht si è assistito, e tuttora assistiamo, a un fenomeno altrettanto imprevisto e inopinato - e altrettanto positivo - quanto il crollo del »socialismo reale ; fenomeno che può esser sintetizzato in due punti:
1) Da un lato (ed è questo l'elemento negativo e il pericolo), la »Grande Germania - forte della sua economia, del numero dei suoi abitanti, del prestigio politico conseguente alla riunificazione - ha la capacità di »far da sé ; di disinteressarsi dell'unità europea; di perseguire un'attività d'influenza e di egemonia, economica e politica, sull'Europa centrale e orientale, e poi sull'intero continente. La Germania, insomma, può oggi imbarcarsi con successo nella realizzazione di un'»Europa germanica , e in tal senso premono settori crescenti del mondo economico e politico, dei mass media, dell'opinione pubblica.
Tale trend è simboleggiato da un episodio accaduto non molti mesi addietro a Roma, in una importante riunione internazionale di economisti e di banchieri. Un alto personaggio della finanza bavarese dichiarò con grande naturalezza, nel corso di quella riunione, che a suo avviso non esisteva né il problema di una moneta europea, né il problema di una lingua franca per il vecchio continente: perché, a suo avviso, la moneta non poteva esser che il marco, e la lingua doveva esser di necessità il tedesco.
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Quest'ultimo punto merita una riflessione a parte, a costo di aprir una parentesi nel nostro ragionamento. Nel mentre è sempre apparso velleitario l'obiettivo, perseguito dalla Francia, di ritagliar al francese una sua piccola egemonia europea nell'ambito della generale egemonia dell'inglese, non è invece affatto utopistico - perché corrispondente a quella che ho chiamato prima la »legge di bronzo dell'interlinguistica - che il tedesco, nell'ambito di un'Europa »germanizzata , si affermi come lingua europea di fatto, forte dall'esser parlato da 80 milioni di Tedeschi, dagli Austriaci, dai due terzi degli Svizzeri e dall'esser largamente noto nel mondo scandinavo e nell'Europa centro-orientale.
Ora i germanofoni avvertono forse ancor meno degli altri i rischi glottofagici dell'inglese, da essi sentito come una sorta di tedesco semplificato e »esperantizzato : e lo accettano perciò senza difficoltà. A questo punto l'inglese avrebbe compiuto il passo forse decisivo per la sua definitiva affermazione.
Tale considerazione basterebbe da sola a mostrare agli Esperantisti quanto più difficile sarebbe la situazione, e più ardua la loro battaglia, se l'obiettivo dell'Unione Europea dovesse fallire.
L'attuale politica europea del Governo tedesco e la sua debolezza
2) Ma riprendiamo il filo del discorso, indicando il secondo aspetto, questo altamente positivo, della situazione. Di fronte alle tentazioni egemoniche sopra accennate - e che non potranno, alla lunga, non aver il sopravvento, se l'attuale situazione continuerà - il Governo tedesco, e in particolare il Cancelliere Kohl, ha avvertito l'importanza capitale - non solo economica, ma anche politica - dell'unità europea al fine di impedire la deriva nazionalistica del mondo tedesco. »L'unità europea è ancor più importante, per noi, dopo la riunificazione , ha scritto, commentando Maastricht, uno dei non molti organi di stampa tedeschi - il grande settimanale »Die Zeit - che appoggiano la politica europea del Cancelliere Kohl.
In tale prospettiva Kohl si è presentato a Maastricht sostenendo - e confermando poi nei fatti il suo impegno - la tesi seguente.
La Germania è pronta a sacrificare il marco sull'altare dell'unità europea; ma essa chiede in cambio che venga parallelamente realizzata non solo un'Unione monetaria, ma una generale Unione Politica di carattere federale. Solo, infatti, se vi sarà un potere europeo realmente sovrannazionale, che controlli non solo la manovra monetaria, ma anche la generale politica economico-finanziaria e quella dei redditi, vi sarà una garanzia sicura di stabilità economica e di sviluppo equilibrato, tale da giustificare i costi che l'operazione avrà, specie per i Paesi più ricchi; mentre la generale competenza, anche in politica estera e difensiva, che dovrà esser attribuita all'istituenda Unione assicurerà la sua coesione e la sua possibilità di crescita armoniosa come nuovo centro di vita e d'impulso politico per gli Europei tutti.
Sarebbe stato interesse immediato e capitale degli altri Undiciaccogliere e far propria questa generosa offerta, portandola fino alle ultime conseguenze. Invece - spinti anche dalla Gran Bretagna - essi hanno esitato e tergiversato: hanno, sì, accettato il sacrificio del marco offerto da Kohl, ma non hanno concesso le contropartite politiche che egli chiedeva, per tranquillizzare l'opinione pubblica tedesca.
Ora è stato tanto più assurdo non accoglier l'esigenza posta da Kohl - notiamolo di sfuggita - in quanto essa non si giustifica solo con esigenze di politica interna germanica, ma si fonda invece sulla stessa logica e costituisce uno dei capisaldi della dottrina federalista: il diritto di batter moneta non è un aspetto della sovranità, ancorché importante, ma uno dei due pilastri essenziali, l'altro essendo il monopolio della forza e l'organizzazione delle forze armate; sì che non ha senso - né può, alla lunga, riuscire - porre in comune la moneta senza dar vita, a quel livello, a una vera e propria struttura statale.
Un tale contegno, deludente e meschino, degli »Undici , indebolisce profondamente.
Ciò indebolisce profondamente - com'è evidente a tutti - la posizione del Cancelliere all'interno della Germania, e rafforza invece tutti coloro che propongono per questo Paese la politica delle »mani libere , fino a suggerire esplicitamente che il Bundestag non ratifichi gli accordi di Maastricht, come ha fatto la »Süddeutsche Zeitung dell'8 febbraio 1992.
Una tale situazione d'incertezza, all'interno dela Germania, non può durare a lungo. Se il resto degli Europei resteranno ancora passivi eincapaci di una risposta coraggiosa, è più che probabile che il prossimo cancelliere non sarà ancora Kohl, o un altro Kohl, ma un de Gaulle tedesco, il cui effetto sarà - come quello che fu proprio del de Gaulle francese - di dar fiato anche agli altri nazionalismi, anche ad ovest, seppellendo così per un tempo indefinito l'obiettivo di un'Europa sovrannazionale.
La tattica europeista di qui al 2000:la »Costituente Europea .
I fatti stessi dicono quale deve esser, in tale situazione, la tattica che, in quest'ultimo scorcio di secolo, deve esser seguita dalle forze europeiste a cui quell'Europa sovrannazionale sta invece a cuore, come lo strumento indispensabile per la realizzazione dei loro obiettivi.
Si tratta di cercar di rompere dall'esterno, prima che sia troppo tardi, l'assedio a cui la politica europea dell'attuale governo tedesco è sottoposta ad opera delle crescenti forze anti-europee operanti all'interno della Repubblica Federale.
A tal fine le forze europeistiche dovranno concludere, col governo tedesco, una sorta di accordo confidenziale - un pactum tacitum de Europa condenda - con l'obiettivo di dar vita, nei tempi più brevi, a una grande campagna europea per l'Unione politica.
Un precedente indica i modi e le forme in cui questa campagna, e il suo sbocco finale, dovranno esser organizzati.
Nel 1952, quando era in discussione la Comunità Europea di Difesa fra i Sei stati - i soli, allora, impegnati nell'impresa comunitaria (a quel tempo limitata alla Comunità carbo-siderurgica, appena istituita) - i federalisti conclusero un analogo patto con l'allora premier italiano, Alcide De Gasperi, e tramite lui con Konrad Adenauer, Paul Henri Spaak e Roberto Schuman: affidare all'Assemblea comunitaria allora esistente - appunto quella della C.E.C.A. - il compito di redigere un progetto di Comunità politica, in cui la Comunità di difesa fosse inglobata, più organicamente strutturata e democraticamente organizzata: del tutto analogamente a quel che oggi dovrebbe esser realizzato in rapporto all'Unione monetaria.
Allora vi era la volontà politica, e il mandato costituente fu conferito a quell'Assemblea con un semplice comunicato congiunto di poche righe stilato dai Sei governi e contenente un invito in tal senso all'Assemblea della C.E.C.A.: e questa - che nella sua veste costituente assunse il nome di »Assemblea ad hoc - adempì al suo compito nel giro di sei mesi.
Il progetto da essa elaborato finì poi nel nulla, perché il Governo francese non lo sostenne e l'Assemblea nazionale affossò il progetto di Comunità Europea di Difesa senza neppur concedergli l'onore di una discussione: aprendo così la via: per l'immediato a un riarmo nazionale della Bundesrepublik; per il futuro prossimo all'avvento di de Gaulle, che segnò l'arresto di ogni progetto sovrannazionale per quasi vent'anni e la definitiva rinunzia, nel fatto, della Francia - nonostante le sue pretese di grandeur - alla »primogenuitura europea.
Il metodo dell'Assemblea ad hoc appare tuttavia quello giusto anche oggi, a distanza di quarant'anni. Una grande campagna - destinata a concludersi solennemente in un »Terzo Congresso Europeo dell'Aja - dovrebbe puntar a ottenere che i Dodici Governi, o quelli di loro che accetteranno, decidano fin d'ora di conferire un mandato »costituente (nel senso che si è detto) al nuovo Parlamento europeo che sarà eletto nel 1994 (o ai membri di esso appartenenti agli Stati che avranno accettato, membri in tal caso destinati a riunirsi,
nella loro veste costituente, a parte).
Tale mandato dovrà contenere un impegno supplementare - ma essenziale - dei Governi firmatari (supplementare, dico, rispetto a quanto fu fatto nel 1952): e cioè quello di sottoporre il progetto elaborato dall'Assemblea comunitaria direttamente alla ratifica dei rispettivi Parlamenti nazionali (o, secondo le esigenze costituzionali di ciascuno Stato membro, a referendum popolare), evitando defatiganti conferenze diplomatiche che già in un recente passato sono state esiziali al Progetto di Unione elaborato nel 1984 dallo stesso Parlamento Europeo, ma poi completamente snaturato e rimpicciolito nel cosiddetto »Atto Unico .
Se tale impegno vi sarà, le elezioni europee - finora svoltesi nell'indifferenza generale dell'opinione pubblica dei vari Paesi, stanti gli scarsi poteri di questa assemblea - avranno un significato politico reale e intorno ad esse l'opera di mobilitazione in favore dell'Unione Politca auspicata potrà esser proficuamente proseguita. Analogamente, grazie a tale mandato, il Progetto che verrà elaborato dal Parlamento Europeo acquisterà un peso che da sola detta assemblea non potrebbe conferirgli. Infine, grazie al sostegno del Governo tedesco, e degli altri che accetteranno, anche l'opera delle forze europeiste e federaliste - da sole troppo deboli per sostener il peso di una campagna così impegnativa - potrà svolgersi in condizioni ben più favorevoli.
Ma si tratta di agir subito: il tempo lavora contro l'Europa.
Il compito degli Esperantisti
Per questo - è opportuno ripeterlo - gli Esperantisti dovranno partecipare attivamente e in prima persona a tale battaglia, dandosi un'organizzazione europea ad hoc e affermando - e reclamando - la presenza di questa e delle associazioni esperantiste nazionali in seno a tutte le organizzazioni europeiste e federaliste, nella convinzione che la battaglia europea è oggi la loro battaglia.
Si tratta di una metánoia, di una radicale mutazione dei fini, e soprattutto dei préalables, perseguiti, e insomma di un nuovo, e deciso, ingresso nella politica: che deve esser attentamente meditato, ma che poi - una volta presa la decisione - va fatto proprio senza esitazioni e con perseveranza e tenacia.
3a PARTE
OBIETTIVI LINGUISTICI SPECIFICI NELL'AMBITO DELLA STRATEGIA E DELLA TATTICA EUROPEE INDICATE
Quanto fin qui suggerito costituisce la cornice e il préalable politico indispensabile e irrinunciabile, dal quale non ci si può allontanare. Ciò tuttavia non significa - una volta che tale obiettivo politico sia tenuto fermo e in primo piano - che gli esperantisti debbano rinunciar in toto, sia pur solo provvisoriamente, ai loro più specifici obiettivi linguistici. Al contrario, entro tale quadro vi sono rivendicazioni essenziali che possono, e anzi debbono esser avanzate subito. Esse sono le seguenti.
1. PADERBORN: L'ESPERANTO PROPEDEUTICO
Il metodo glottodidattico proposto dall'Istituto di
Cibernetica dell'Università di Paderborn
Questo obiettivo ci è fornito dall'Istituto di Cibernetica dell'Università di Paderborn, e dal suo direttore prof. Helmar Frank: l'Esperanto come strumento propedeutico per l'apprendimento delle lingue. Eccone il concetto essenziale.
La facilità e la razionalità dell'Esperanto rende questa lingua particolarmente adatta a iniziare gli scolari, specie più giovani, all'apprendimento di questa o quella lingua viva. In altri termini: si è constatato, con prove sperimentali rigorose, che gli scolari che studiano per due anni l'Esperanto, e poi passano allo studio di una lingua viva, raggiungono e superano, nel corso di altri due anni, i loro coetanei che hanno fin dall'inizio studiato quest'ultima lingua.
Questo fatto, apparentemente incomprensibile - chiarisce il prof. Frank - si spiega con la semplicità e razionalità dell'Esperanto, che ha la stessa funzione del sistema metrico decimale fra i sistemi di misurazione: esso meriterebbe ugualmente di esser appreso, e faciliterebbe ai fanciulli la comprensione di tutti gli altri, anche se non fosse adottato da nessuno Stato.
D'altra parte, l'adozione dell'Esperanto come semplice strumento propedeutico non urta contro le obiezioni di principio che s'incontrano invece quando si propone questa lingua come fine, come strumento essa stessa della comunicazione internazionale.
La linea da seguire di fronte all'attuale politica d'insegnamento delle lingue
Per queste due ragioni l'obiettivo dell'Esperanto "propedeutico" costituisce una realizzazione che è alla portata delle autorità europee attuali, le quali propongono - in particolare nell'ambito del Consiglio d'Europa e, su suggerimento di questo, delle Comunità - obiettivi, per la politica linguistica degli Stati membri, e in particolare il plurilinguismo, che noi sappiamo assurdi e irraggiungibili, per le ragioni che si diranno più oltre, ma sui quali si può far leva ai fini appunto dell'adozione del metodo sopra indicato.
Quella è, invero, la politica ufficiale non solo di tutte le istituzioni europee, ma anche - almeno a parole - di tutti gli Stati membri: e il movimento esperantista non ha oggi la forza di combatterla frontalmente. E' perciò opportuno, provvisoriamente, accettarla - pur con tutte le riserve indicate, che occorre costantemente ribadire - ma a condizione che essa sia corretta in un punto essenziale.
Il compito di insegnare a tutti molte lingue, e a ciascuno lingue diverse (anche ammesso che ciò - se fosse possibile - servirebbe alla comunicazione europea), quel compito, dicevo, è in ogni caso difficilissimo. Perciò, si sostiene con ragione, per portarlo a buon fine è necessario il ricorso a tutti gli ausilii approntati dalla scienza glottodidattica. E' ciò che fa - o finge di fare - il Consiglio della Cooperazione Culturale Europea esistente in seno al Consiglio d'Europa, a cui di fatto anche la CEE ha delegato l'elaborazione di una politica dell'insegnamento delle lingue da proporre agli Stati membri.
Sorge allora - e va posta con grande forza e intransigenza - la domanda a cui nessuno ha finora dato risposta: perché questi esperti trascurano sistematicamente un metodo d'insegnamento delle lingue - quello messo a punto dall'Istituto di Cibernetica dell'Università di Paderborn - che ha tra l'altro il vantaggio di potersi combinare con tutti gli altri, studiati dalla glotodidattica?
E' questo, ripeto, il punto su cui occorre battersi: la malafede di chi propugna il multilinguismo e la diversificazione, ma poi si ostinasse a rifiutare, senza neppur menzionarlo (e tanto meno discuterlo) uno strumento così importante per raggiunger quegli obiettivi, risulta troppo evidente (e soprattutto risulterà, se la nostra denunzia sarà condotta con l'impegno e la forza necessarie) per non esser da tutti avvertita. Ciò che in realtà si vuole è allora aprir la strada all'inglese, e solo all'inglese: gli altri sono solo falsi scopi.
Un argomento in più: la lingua straniera alle elementari
E' dunque a questo, è a realizzare tale obiettivo - il metodo glottodidattico di Paderborn e la sua diffusione - che devono esser rivolti hic et nunc gli sforzi degli Esperantisti: il che è tanto più vero per quei Paesi che hanno deciso d'introdurre l'insegnamento della lingua straniera (e cioè in pratica, oggi, dell'inglese) fin dalle classi finali della scuola elementare.
Insegnare una lingua così difficile come una lingua viva, in particolare l'inglese, ad alunni in così tenera età; e, al tempo stesso, preparare a tale insegnamento un numero così vasto d'insegnanti, è praticamente impossibile. Ecco quindi l'importanza decisiva del metodo di Paderborn: la cui adozione,
pertanto, costituisce la cartina al tornasole, la prova del fuoco della buona fede dei nostri glottodidatti ed elaboratori della politica d'insegnamento delle lingue in ambito nazionale e comunitario.
Conclusione provvisoria
In base a quanto si è detto sopra - e stante il carattere esauriente e rigorosamente scientifico degli esperimenti condotti a Paderborn (essi stessi coronamento e conclusione di altre prove e indagini precedentemente compiute in luogi e tempi diversi) - sembra del tutto inutile, e addirittura controproducente, rivolgersi alle autorità comunitarie per chieder esperimenti e conferme ulteriori (da attuarsi, eventualmente, all'interno delle "Scuole europee" organizzate dalle Comunità): il che sarebbe solo, da un lato inutile (le ulteriori indagini ancora proficue potranno esser quelle non più per campione, ma condotte su masse importanti di decenti-discenti) e dall'altro comodo preteso per rinviare indefinitamente le decisioni sul punto: il che resterebbe vero anche se si avesse cura di esigere limiti di tempo e scadenze precise (che poi è facile, comunque, non rispettare).
Da ciò una sola conclusione: ciò che deve esser chiesto è che si agisca ora e subito, esigendo una decisione chiara e immediata.
Le assurdità dell'attuale politica linguistica europea
Ciò tuttavia non esclude, e anzi implica che si debba parallelamente contestare senza mezzi termini l'attuale politica linguistica europea.
Non è abbastanza noto, e in particolare non è noto al mondo esperantistico, in cosa consista tale politica, elaborata dal Consiglio d'Europa, e fatta propria a occhi chiusi dalla Comunità europea, sì che è opportuno spender su di essa qualche parola.
Detta politica mira (o piuttosto dichiara, a parole, di voler mirare) al raggiungimento di tre obiettivi assolutamente assurdi e irraggiungibili:
- il poliglottismo di massa, come se questo fosse alla portata di tutti, mentre nemmeno l'élite universitaria e le classi dirigenti la raggiungono, giacché in genere conoscono solo una seconda lingua (quasi sempre l'inglese).
- la »diversificazione linguistica , nel senso che si dovrebbero insegnare lingue diverse secondo i luoghi e i Paessi (come se, allo stato, tutte le famiglie - molto più ricche di buon senso dei glottodidatti che si gabellano per europei ed europeisti - non preferissero ed esigessero che ai loro figli s'insegni l'inglese come prima lingua, che poi di fatto resta la sola;
- la comunicazione intereuropea grazie a tale diversificazione, quasi che non fosse vero ed evidente il contrario: e cioè che tale diversificazione (in chiaro: l'apprendimento, da parte di ciascuno, di tre o quattro lingue, per ciascuno diverse) sarebbe di ostacolo gravissimo a tale comunicazione, anche nell'ipotesi impossibile che tutti riuscissero a divenire in quel senso, poliglotti. E in tale obiettivo apparirà tanto più cervellotico, quando anche i Paesi dell'Europa centro-orientale diverranno membri della futura Federazione Paneuropea, moltiplicando così, fino a renderla insostenibile, quella che è già oggi la Babele comunitaria; - l'acquisizione di una coscienza culturale internazionale da parte di tutti (come se a ciò servisse saper balbettare qualche parola, in una o più lingue straniere, alla stazione o al ristorante, e non fosse invece necessaria una
conoscenza approfondita, che resterà fatalmente privilegio di pochi).
E' chiaro dunque, e va detto in tutte lettere, che per quella via il problema della comunicazione internazionale non viene risolto, nemmeno parzialmente: viene semplicemente eluso, con suggerimenti e propositi irrealizzabili, o del tutto privi di praticità, per lasciar così campo libero all'inglese, che in tal modo non avrà alternative. (vero scopo di quelle false proposte). Irrealizzabilità doppiamente vera - notiamolo di sfuggita - in ordine alla proposta, che si formula in Francia, del francese lingua franca europea accanto all'inglese lingua mondiale: soluzione che per tutti i Paesi terzi raddoppierebbe le difficoltà, ponendoli in una posizione d'inferiorità ancora maggiore, e accrescerebbe quindi ulteriormente i rischi di "glottofagia".
- la relativizzazione della propria cultura nazionale (come se la conoscenza superficiale e a fini pratici di una lingua straniera bastasse a comprender la cultura del popolo che la parla).
E' evidente pertanto che, da parte degli Esperantisti, dovranno esser costantemente denunziate le gravi carenze logiche ed etiche che inficiano tale politica, il cui fine non confessato è quello di facilitare - col fallimento degl'irraggiungibili obiettivi a parole proposti - la definitiva affermazione dell'inglese.
2. UN RAPPORTO COMUNITARIO SULLE PROSPETTIVE FUTURE DELLA COMUNICAZIONE IN EUROPA
Quanto si è proposto fin qui si limita all'obiettivo - a ragion veduta modesto e realistico - dell'Esperanto non fine (e cioè strumento, esso stesso, di comunicazione europea), ma per ora semplice mezzo, e cioè strumento glottodidattico per l'apprendimento di lingue vive che restano esse, per ora, il fine.
Tutto ciò, tuttavia, non basta.
Vi è una tradizione altamente apprezzabile, nell'ambito comunitario: quella di affidare a un Comitato di »saggi , o esperti, l'elaborazine di previsioni per l'avvenire, o la prospettazione di politiche future della Comunità: uno degli esempi più recente, e uno dei più importanti e poositivi, essendo il cosiddetto »Rapporto MacDougall , elaborato nel 1977 - ma ancora attualissimo - da esperti di federalismo fiscale di qua e al di là dell'Atlantico: rapporto nel quale si indicano le condizioni, i modi e le forme in cui dovrebbero operare, nell'ambito dell'Unione Europea, una politica di sostegno alle regioni meno sviluppate e di perequazione rispetto a quelle più ricche, sul modello di quanto avviene negli Stati federali esistenti.
Questo esempio di rapporto MacDougall, e di altri analoghi (in precedenza vi era stato, per citar solo altri tre esempi, un altrettanto notevole »Rapporto Marjolin , e, più recentemente, un »Rapporto Albert al Parlamento Europeo e un »Rapporto Cecchini merita di esser seguito. Sulla sua falsa riga pertanto le organizzazioni esperantiste dovranno esigere dalla Comunità Europea l'elaborazione di un analogo rapporto di »saggi - a redigere il quale siano chiamati anche esperti Esperantisti di politologia, socio-linguistica, pedagogia e futurologia - sull'avvenire linguistico della Comunità: rapporto che risponda, in particolare, alle seguenti domande:
1) Di quale entità e dimensioni saranno le difficoltà dell'attuale regime di parità di tutte le lingue ufficiali, formalmente vigenti all'interno delle istituzioni comunitarie, quando dette lingue ufficiali saranno più che raddoppiate, con l'ingresso nell'Unione Europea - per altro verso auspicabile, anzi indispensabile - dei Paesi scandinavi, di diversi Paesi slavi, di Paesi a lingue ugro-finniche?
2) Non deriverà da ciò - indipendentemente dalle disposizioni formali attualmente o in futuro vigenti - la necessità di adotare una »lingua franca de facto , all'interno di tali istituzioni, lingua che, rebus sic stantibus, non potrà esser se non l'inglese, com'è provato, tra l'altro, dal fatto - per non citar che un esempio recente - che tutte le discussioni sull'unione monetaria si sono, già oggi, svolte in inglese, solo in inglese e sulla base di documenti redatti in inglese?
3) Il progressivo affermarsi di questa lingua come lingua franca de facto non solo all'interno delle istituzioni comunitarie, ma anche entro tutta la società europea quali effetti glottofagici ed etnolitici avrà per l'avvenire?
4) In particolare: quale sarà lo stato delle lingue europee diverse dall'inglese - se tale trend continuerà, come tutto lascia prevedere, e non vi saranno sostanziali modifiche politiche - fra due, quattro, sei generazioni?
In che misura si può fin d'ora prevedere che dette lingue saranno ridotte al rango in cui si trovano oggi i dialetti e le lingue »senza stato ? E in che misura ciò costituirà l'anticamera di una definitiva e totale estinzione?
Non è senza significato che, fra tanti studi di »futuribili , dedicati ai più diversi argomenti (in particolare all'evoluzione del sistema ecologico planetario e ai rischi di inquinamento), poco o niente sia stato riflettuto e scritto su questo tema, pur così decisivo per l'avvenire culturale dell'Europa. Ed è questa una ragione di più per reclamare che la Comunità Europea colmi senza indugio tale lacuna con uno studio ad hoc degno di questo nome, e che abbia lo stesso valore, e lasci la stessa eco, del Rapporto MacDougall o del Rapporto Albert.
3. L'ESPERANTO ALL'UNIVERSITA' NELL'INFORMATICA E COME LINGUA PONTE
L'Esperanto all'Università
Paderborn resta - per le ragioni che ho detto, e per quelle che ulteriormente esporrò nella Conclusione - l'obiettivo essenziale da perseguire: anzi il solo, data la non grande consistenza delle forze esperantiste, che è bene non si disperdano verso fini disparati. Tre altri obiettivi devono tuttavia esser tenuti presenti e non del tutto trascurati.
Il primo obiettivo potrebbe dirsi l'equivalente universitario del »rapporto di saggi da chiedere alle Comunità.
Finora gli Esperantisti hanno chiesto - e in taluni casi, come all'Università di Budapest, ottenuto - che si istituissero e funzionassero cattedre universitarie di interlinguistica.
Questo scopo va, certo, ulteriormente perseguito; ma un altro, e forse ancor più importante, sembra opportuno porre in primo piano: che le Università istituiscano istituti interdisciplinari e corsi d'insegnamento - se possibile col concorso di docenti di diversi Paesi europei - volti a studiare l'avvenire della comunicazione intereuropea, o delle lingue dell'Europa, e a formulare opportune proposte, studiando la questione congiuntamente dal punto di vista della politologia, della futurologia, della sociologia, dell'interlinguistica, della pedagogia, dell'informatica, della cibernetica.
L'esperanto e l'informatica
Il secondo obiettivo appare d'importanza crescente nella società moderna, sempre più informatizzata: e concerne i vantaggi che l'Esperanto presenta, stante la sua razionalità, appunto per l'informatica (e per le traduzioni automatiche o semi-automatiche): altro argomento troppo ignorato dagli specialisti della materia, anch'essi acriticamente asserviti all'inglese, e anzi forse più di qualunque altro.
Il tema non può qui esser sviluppato nei particolari: mi limito pertanto a rimandare agli atti di due congressi internazionali in argomento, entrambi svoltisi nel 1988: il primo dell'"Universala Esperanto Asocio" a Rotterdam; l'altro, organizzato a Vienna presso l'Università della capitale austriaca; nonché al volume Proceedings of the Fourteenth International Congress of Linguists, Berlino Est, Akademie-Verlag Berlin, 1990 e agli studi che sono stati svolti in seno alla Comunità Europea, e che è auspicabile vengano ulteriormente proseguiti e incrementati.
L'Esperanto "lingua-ponte"
Il secondo obiettivo - d'importanza meno rilevante, in quanto interessa un minor numero di persone, ma pur sempre assai significativo - è quello, da vari esperantisti proposto, d'introdurre l'uso dell'Esperanto come lingua-ponte nelle traduzioni (e interpretazioni sumultanee) nell'ambito della Comunità europea, in modo da attenuare le difficoltà crescenti di traduzioni incrociate fra le diverse lingue ufficiali di detta Comunità.
Tale proposta è stata elaborata, nei particolari, e più volte suggerita, in particolare nell'ambito della "Universala Esperanto Asocio"; così come sono state anche attentamente studiate le tappe successive secondo le quali questo particolare impiego dell'Esperanto dovrebbe progressivamente attuarsi, via via riducendo, l'uso delle altre lingue. Per questa ragione si fa qui a tale proposta solo un cenno sommario, non senza tuttavia metter in luce quanto già si è accennato: e cioè che, per quanto quest'obiettivo abbia un carattere più modesto rispetto a quello proposto da Paderborn, anch'esso, se realizzato, darà un contributo non piccolo alla conoscenza dell'Esperanto e dei suoi pregi da parte del mondo dell'eurocrazia, e in genere degli establishments politici nazionali. Non si devono dunque sottovalutare gli effetti positivi - a medio-lungo termine - di tale proposta.
CONCLUSIONE
Gli obiettivi proposti sono non minimalistici, ma realistici.
A prima vista può parere che il gli obiettivi intermedi sopra suggeriti agli Esperantisti europei, riuniti per interrogarsi sulla linea politica da seguire nella prospettiva del 1993, siano troppo riduttivi, e tanto più lo siano se si propone, come io faccio, di concentrarsi soprattutto su uno: Paderborn; peggio, sia un cedere alla tesi - manifestamente falsa e pretestuosa - che la comunicazione europea di massa possa raggiungersi con i mezzi e le forme attualmente seguite dalle nostre autorità (il che, occorre ribadirlo, è falso, e con l'accesso all'Unione Europea dei popoli della Mitteleuropa diverrà sempre più falso).
Ma in realtà, se quegli obiettivi saranno davvero realizzati, e in particolare se sarà realizzato, nel campo scolastico, l'obiettivo proposto da Paderborn, una breccia importante sarà aperta: le nuove generazioni avranno tutte studiato, per due anni, l'Esperanto; molti pregiudizi contro questa lingua saranno automaticamente superati (ed essi sono oggi uno degli ostacoli più seri alla sua affermazione), e la diffusione, per dir così endemica, della lingua internazionale come strumento propedeutico costituirà un passo decisivo, e comunque fondamentale e non eludibile, perché si passi, poi, alla sua diffusione epidemica: e cioè, in un avvenire più lontano, alla sua adozione non solo come mezzo di apprendimento, ma come essa stessa fine, strumento di comunicazione internazionale e lingua franca ufficiale europea (e poi mondiale); scelta che dovrà esser posta in primo piano quando saranno in opera istituzioni europee di carattere realmente federale.
Chi troppo vuole niente ha, dice un proverbio italiano; e i francesi ripetono: qui trop embrasse mal étreint. Gli obiettivi da noi proposti - congiunti con una più attiva partecipazione degli Esperantisti alla più generale
battaglia politica per la trasformazione dell'attuale Comunità in un vero e proprio Stato federale europeo - costituiscono non una scelta minimalista, ma la sola scelta efficace e realistica per promuovere, ora e qui, l'Esperanto in modo da crear così le condizioni per passar poi al »programma massimo . "Roma non fu fatta in un giorno".
Guardando verso l'avvenire
Val la pena d'insistere, concludendo, sul tema dell'insegnamento delle lingue straniere alle elementari. Una tale decisione condizionerà pesantemente e ormai in modo definitivo, per i decenni e le generazioni venture, la scelta, anche in un secondo tempo, di una lingua ausiliaria europea e mondiale: e la condizionerà in due sensi diametralmente opposti:
- se la scelta sarà quella da noi proposta, verrà compiuto un passo decisivo verso una difesa delle lingue nazionali, e verso la promozione di quelle minoritarie, del Vecchio continente (e del pianeta);
- se la scelta sarà, fin dall'inizio, di una lingua viva (eufemismo per l'inglese), ci si avvierà, forse ormai irreversibilmente, verso una progressiva distruzione delle lingue come delle culture europee altre dall'inglese, così nazionali come minoritarie, nel giro di tre o quattro generazioni.
Tale scelta costiuisce pertanto la più importante decisione di politica culturale che i nostri Stati prenderanno in quest'ultimo decennio del Novecento: anzi, forse, la più importante dell'intero secolo. Sarebbe bene pertanto che tale scelta fosse almeno presa, anche da chi opta per l'inglese, in piena consapevolezza delle - e dopo ampia discussione sulle - inevitabili conseguenze
future, e non nella più grande spensieratezza, e drogandosi del mito uno e trino, ad arte intrattenuto da una schiera di glottodidatti interamente asserviti all'inglese, del plurilinguismo di massa, della diversificazione di massa, della fruizione di massa - grazie semplicemente a una qualche infarinatura in lingue diverse dalla propria - delle culture degli altri popoli, della relativizzazione della propria e dell'acquisizione di una coscienza europea e internazionale.
Il risveglio sarebbe troppo amaro, e si rischierebbe di correre ai ripari quando i valori da proteggere saranno già distrutti, e non vi sarà più nulla da salvare, sì che non resterà se non ripetere, come Guglielmone sui campi della strage della prima guerra mondiale: »Das habe ich nicht gewollt! , »Io non volevo questo!...