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Conferenza Partito radicale
Partito Radicale Angiolo - 21 aprile 1992
LETTERA APERTA A MARCO PANNELLA

IN OCCASIONE DEL XXXVI CONGRESSO DEL PARTITO RADICALE

Caro Marco,

voglio augurarmi che il prossimo 36^ Congresso possa definire e rendere visibile, più di quanto lo sia oggi,il progetto del partito transnazionale. L'occasione è eccezionale, il tempo sembra maturo: In Italia e in Europa, la crisi di politica rischia di produrre, tra apatia ed egoismo, solo rovine.

Vecchie parole - "sinistra", "destra", "democrazia", persino "politica" - cercano nuovo lustro e legittimazione. "Socialismo" è un termine screditato, ma "liberalismo" suona in forme equivoche e ipocrite se non pericolose. Classi dirigenti spaventate e impotenti cercano di aggrapparsi a ciò che è, o appare, il meno peggio, cioè il presente, o persino il passato, all'interno dei vecchi stampi usurati. Le conforta e le esorta la pedanteria di alcuni laicisti (non laici: laicisti) che continuano a lustrare gli schemi scolastici della statualità ottocentesca come immutabili teoremi geometrici. L'intuizione del partito transnazionale, dunque, giunge semmai tardiva (e con rammarico penso che ciò sia accaduto anche per colpa di buona parte della classe dirigente radicale, che ha applaudito al suono della parola, ma nel concreto l'ha boicottata, e persino irrisa).

Invece, temo proprio che arriviamo oggi ad un congresso che corre il rischio grande di essere un congresso di silenzi, riempito di schemi, di illusioni marginali e di qualche deviazione sull'attualità. Non sappiamo chi vi incontreremo. La classe politica del partito è tutta da fare o da rifare. Gli obiettivi sperati sono lontani e faticosi. Forse tu ne vedi i contorni, ma è, credo, troppo poco per non dare l'impressione, il senso, di una terribile fragilità.

Intanto, ripeto, in Europa come in Italia, il disastro si fa ogni giorno più palese. Ma forse, quì, una parte di responsabilità è anche nostra. Mi riferisco a quanto è accaduto e accade ogni giorno nei territori dell'ex Jugoslavia, simbolo, prefigurazione, già realtà di quanto si sta preparando e prende corpo nell'Est europeo, da Trieste agli Urali al Caucaso. Il peggio del nazionalismo si è scatenato. Inutile ripercorrerne il cammino, gli errori. Ma i radicali non hanno voluto o saputo fermarne alcune delle manifestazioni più pericolose: e parlo del riconoscimento dato a Croazia e a Slovenia senza garanzie, senza adeguati progetti per il dopo. L'"indipendenza" ottenuta da Slovenia e Croazia ha aperto ulteriori falle ,ha acceso nuovi focolai di infezione: A Serajevo, come a Lubiana come a Zagabria, temo trionfi la stessa pervicacia, la stessa irrazionalità che a Belgrado; ovunque si opera nella certezza che la distruzione della convivenza tra popoli, razze, lingue e religioni sia la strada del progresso, la

premessa necessaria della crescita, dello sviluppo...

Una plurisecolare storia, piena di luci oltre che di ombre, miracolosamente sopravvissuta persino a se stessa e alle proprie turpitudini per prefigurare magari il modello, il terreno di sperimentazione, di nuove e più alte forme di statualità diventa un intollerabile peso, allo stesso modo con cui l'avidità del consumo distrugge, da noi, il volto delle antiche città, vissute ormai, ahimé, con fastidio e sopportazione, come un ostacolo all'appropriazione violenta di ogni centimetro quadrato del "pubblico". Si invoca la "purezza" etnica, si creano ghetti e steccati, si applaude e si costringe all'esodo dalle radici, si esalta l'appartenenza più immediata e antistorica, l'appartenenza alla madre. Si prefigura una soluzione "polacca" o "cecoslovacca", vale a dire una soluzione come quelle realizzate da Hitler o da Stalin...

Sì, temo, anche i radicali portano un po' di responsabilità in quanto avviene. Essi hanno dato patente di legittimità non tanto ad un paese, ma ad una classe politica sicuramente non immune da colpe (o almeno da errori), e sopratutto incapace di fornire a sé (e all'avversario) un minimo spiraglio di speranza, di ragione; e le hanno fornito un tale aiuto senza approntare adeguate garanzie.

Ancora, essi hanno vestito una divisa, risorsa estrema, pericolosissima... Infine, nella mozione approvata all'ultimo Consiglio federale tenutosi a Zagabria, essi inserirono un paragrafo in cui chiamavano a compagni di lotta i democratici, i dissidenti, l'opposizione serba; nulla poi mi pare hanno fatto per farsi carico davvero delle difficoltà della dissidenza serba in attesa forse di un segnale, e magari di più di un segnale, per non essere essa stessa strangolata in casa propria.

Ma sopratutto, al di là di queste incertezze, in fondo contingenti, il partito radicale transnazionale non ha saputo fino ad oggi formulare un progetto che indichi a quei paesi, ai paesi dell'Est, il nuovo nesso storico che occorre inventare, verificare e far crescere tra sviluppo civile, democratico e anche economico, e forma dello Stato.

Io penso infatti che non siano le classi dirigenti serbe, croate e bosniache le prime responsabili di questo ritorno al "genocidio", culturale se non già umano. Quanto avviene in quelle terre è la conseguenza del persistere di un modello, di un progetto politico, che sul piano teorico salda senza residui lo sviluppo allo Stato nazionale. Certo, la storia delle Nazioni europee sembra non dare scampo, né offrire alternativa: non vi è uno solo dei grandi Stati nazionali che non abbia perseguito nei secoli la sistematica distruzione del dissenso, della diversità, etnica, religiosa, linguistica, culturale, come premessa indispensabile alla creazione e alla "razionalizzazione" del mercato e della produzione. Perfino Hussein, il tiranno iracheno, può accampare a sua scusa l'aver seguito, con spietata coerenza, questo insegnamento, certo da lui appreso non nelle scuole coraniche ma nei manuali di storia europea, perfino quelli più "liberali" (la fine del "liberalismo"è in questa sua storia...).

Come superare tale concezione, come "inventare" un modello "federale" di mercato e di sviluppo e in quali dimensioni: questo è il problema primario, essenziale del momento storico e politico, e affrontarlo è il compito primo - penso -del congresso romano. Ai deputati dell'ex Jugoslavia, o dell'ex URSS, occorre cominciare a porre con chiarezza questi problemi: certo, non è possibile prevedere oggi se il nuovo modello federale debba esere a livello dei vecchi Stati o a dimensione "balcanica", per fare un esempio, come pure non sarà ancora possibile investire in pieno l'Europa, la CEE, di immediati obiettivi di lotta, ma la strada non potrà essere che lungo queste direttrici. Se mancherà, se non sarà capace di aprire uno spiraglio di attenzione e riflessione su questi temi e di porre le basi, le premesse organizzative per la loro maturazione politica, il congresso, a mio avviso, verrà meno alle aspettative di quanti hanno visto, nel passaggio al transnazionale, il segnale primo e necessario per dare nuovo slan

cio ai grandi progetti degli Einaudi, dei Monnet, dei Rossi, degli Spinelli cui costantemente si richiama...

A presto dunque, al Congresso, tra pochi giorni, tra auguri e timori...E a te, ovviamente, un sincero augurio.

Cordialmente,

Angiolo Bandinelli

Roma, 21 aprile 1992

 
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