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Conferenza Partito radicale
Trugenberger Marco - 10 maggio 1992
Dall'omicidio all'aborto, finendo sull'eroina.

Mi sembra manchi una presa di posizione chiara su un punto fondamentale; finora, questa posizione, l'avevo data forse ingenuamente per scontata, e come tale non espressa. Ora mi sembra importante ribadirla: insieme alla tessera (IAP), mi è stato recapitato un foglietto con lo statuto del partito radicale, nel cui preambolo si legge (a memoria) che il PR rigetta l'omicidio in tutte le sue forme e si prodiga per l'affermazione del principio che l'omicidio non debba essere attuato *nemmeno per legittima difesa*. Questa e' una affermazione radicale, sconvolgente, difficile da accettare, ma in linea con la rigorosità necessaria alla vittoria di qualsiasi lotta giusta e per la giustizia.

Quindi è grave in qualsiasi discussione non dare una risposta chiara rispetto a questo punto. Ancor più grave se poi si inizia a far sottili distinzioni tra omicidio ed omicidio, cosa che può essere fatta solo dopo aver espresso chiaramente la propria adesione al principio di fondo per cui, ripeto, qualsiasi omicidio, in qualsiasi modo e per qualsiasi ragione venga attuato, sia da condannare fermamente e definitivamente. Da qui, poi, si può partire, e discriminare omicidio da omicidio, necessità da necessità, storia da storia.

E visto che ci siamo, vorrei spezzare una lancia in favore dei supposti sofismi di Cicciomessere, evidenziando nel contempo come esista una contraddizione, secondo me, tra la posizione intransigente verso l'omicidio e la posizione tollerante verso l'aborto. Io sostengo con convinzione, per svariati motivi, la lotta abortista del PR (obbiettivo), ma non sono affatto d'accordo con chi vuole distinguere tra aborto ed omicidio, e vista la mia adesione al principio sopra esposto, sono decisamente contro la pratica abortista (posizione).

E mi spiego: Pannella, al congresso, sbeffeggiava chi cortocircuita il passaggio tra potenza ed atto, e macroscopicamente mi trovava d'accordo. L'embrione di Martin Luther King non è Martin Luther King, un uovo non è un pollo, e così via. Il problema, però, nasce quando noi partiamo dall'uomo e risaliamo nel tempo per cercare il momento in cui quell'uomo uomo non era, cadendo nel sofisma e nel ridicolo di tanti discorsi che abbiamo sentito in questi anni, di feti, di cellule, di pensiero, di sensazioni, di coscienza. Risalendo, infatti, ci troviamo di fronte ad un unico fatto drammaticamente discriminante: il concepimento, e da quel momento, un cellula, due, cento, la creazione del sistema nervoso, il battito del cuore, il movimento, niente ci aiuta a capire se l'uomo là dentro esista o meno. Diogene insegna.

L'unica soluzione onesta è necessariamente di ammettere, vera o falsa che sia, l'esistenza dell'uomo fin dal concepimento, inscrivere l'aborto nella categoria dell'omicidio, stabilire per esso gli stessi principii che gravano sulla valutazione dell'omicidio, e solo a questo punto prenderci la tremenda responsabilità di graduarne la gravità in relazione a condizioni, supposizioni ed effetti.

E qui si viene ad un altro punto: la valutazione della gravità di un omicidio. In assoluto omicidio è omicidio. Non esiste e non può esistere una differenza morale di gravità tra l'uccisione di un feto e l'uccisione di Gandhi. Ma una differenza esiste, e sostanziale. L'unica differenziazione possibile, perciò, è sociale, non individuale né morale. Va da sé che l'uccisione di Stalin o Hitler rappresenta un fatto socialmente meno grave dell'uccisione di Martin Luther King o Gandhi. Esiste quindi una gradazione nei fatti, gradazione che non inficia la condanna morale di fondo.

La condanna morale, però, tale deve rimanere per quanto riguarda l'interferenza del sociale nella sfera personale, a meno che i fatti non vadano a minacciare, appunto, l'organizzazione sociale. In alcune circostanze, infatti, l'omicidio può essere soggettivamente valutato come 'minore dei mali', non nel senso che possa avere delle giustificazioni, ma delle attenuanti, delle 'necessità': è il caso, appunto, della legittima difesa. Un omicidio quindi non può mai essere giusto, ma può essere o apparire come necessario. Mai ad una organizzazione sociale però, sempre e comunque al singolo individuo. L'organizzazione sociale deve chiaramente esprimersi nel senso della condanna a priori ed in principio di qualsiasi pratica di soppressione fisica, ammettendo comunque la piena legittimità, in ogni circostanza, della valutazione personale, intervenendo solo ed esclusivamente quando la libertà di giudizio del singolo interferisca con i principii costitutivi della comunità.

L'organizzazione sociale ha infatti due compiti istituzionali accettabili:

1) Esplicitare ed affermare i principii di base del patto sociale fra i suoi membri

2) Garantire organizzativamente gli obbiettivi derivanti dai principii di cui al punto 1)

Corollario a questo è che i principii esistono a prescindere dalla organizzazione sociale e provengono da un compromesso tra i diversi valori individuali dei suoi membri, valori 'socialmente' insindacabili in quanto anteriori a qualsiasi tribunale.

L'organizzazione sociale, in quanto libera associazione ed a prescindere da particolari masochismi, esiste quindi essenzialmente per garantire il massimo benessere e la massima libertà individuale a ciascuno dei suoi membri, ed è legittimata all'intervento repressivo solo quando ne venga minacciata la funzionalità, lasciando all'individuo piena libertà di scelta e di comportamento per tutti quegli aspetti, anche sociali, anche morali, anche estremi, che non interferiscano direttamente e gravemente con la suddetta funzionalità.

Si può discutere quando un membro diventi tale a pieno diritto, ed il limite di 18 anni mi sembra ragionevole (a questo proposito mi piacerebbe che l'adesione ad un patto sociale fosse sempre esplicita, nel caso dello stato attraverso una cerimonia in cui venga richiesto di scegliere firmando o meno la Costituzione); si può discutere da quando la difesa di un individuo diventi funzionale all'esistenza dell'organizzazione, e questo limite può essere posto ragionevolmente dopo qualche settimana di gestazione. Io, onestamente, non mi sentirei di difendere il diritto di una blastula, limitando d'autorità il diritto di mia figlia ed interferendo con il suo senso morale e la sua vita così profondamente. Con ciò nulla in contrario ad inscrivere la soppressione di una blastula umana nei delitti d'omicidio. Ma questa è una faccenda che in fondo, fino ad un certo stadio, riguarda esclusivamente la coscienza di mia figlia (che per sua fortuna non solo non è in questa situazione, ma non esiste neppure).

Infine non si può discutere del diritto di un individuo di scegliere se aderire o meno al patto sociale, o di ritirare la sua adesione in qualsiasi momento, perché questo va contro i presupposti di esistenza del patto sociale stesso in quanto libera associazione. Di nuovo, l'individuo esiste prima ed a prescindere dall'organizzazione sociale. Anche se l'allontanamento spontaneo di un individuo nuoce gravemente agli interessi di un'organizzazione sociale, non è pensabile che l'organizzazione intervenga in modo autoritario sull'individuo per farlo recedere dai suoi propositi. Questo vale nel caso della libera circolazione delle genti tra gli stati, nel caso del suicidio, nel caso dell'assunzione di droghe pesanti ed in genere in tutti quei comportamenti che affermino il principio "di me stesso ne faccio quello che voglio, in barba al fatto che questo possa piacervi o meno" e che non rappresentino minaccia grave e diretta nei confronti di altri membri della collettività.

 
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